14 marzo 2016 | 14:40

L’ex direttore dell’Espresso, Giovanni Valentini, commenta la fusione Repubblica-Stampa. Al ‘Fatto’: mi rifiuto di condividere la tesi di Ezio Mauro che ha parlato di radici comuni tra i due quotidiani

13/03/2016 – Il Fatto Quotidiano - Giovanni Valentini – Di concentrazioni non se ne parla. Giovanni Valentini, giornalista, scrittore, già direttore de L’Espresso e vicedirettore di Repubblica-oggi è il portavoce dell’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato: per questo, degli aspetti tecnici dell’ultima acquisizione del gruppo di cui ha fatto parte per quarant’anni non vuol parlare. Ma di tutto il resto sì: “Mi rifiuto di condividere la tesi di Ezio Mauro che ha parlato di radici comuni tra Repubblica e Stampa. Quando mai? Repubblica, dove io sono stato assunto nell’ottobre del ’75, nacque dal matrimonio tra L’Espresso e la Mondadori. Era cioè un editore puro, che faceva i giornali per i suoi clienti: i lettori. Non per fare affari. Mentre la Fiat è sempre stata un editore impuro, sia alla Stampa sia al Corriere della Sera. Lasciai il Giorno, che era dell’Eni, proprio perché volevo andare a lavorare per un editore puro”.

Giovanni Valentini

Giovanni Valentini

Be’, Carlo De Benedetti non si può definire un editore puro…
La verità è che non diventa un editore puro nemmeno oggi che è ormai il maggior editore italiano di carta stampata. L’Ingegnere ha sempre curato molto bene i suoi affari, grazie allo “scudo” dei giornali. Cito solo due casi: uno – ai tempi dell’Olivetti – è la licenza Omnitel, ceduta poi a Mannesmann per l’astronomi ca cifra di 14.400 miliardi di lire. Se De Benedetti non avesse avuto Repubblica, probabilmente il governo Berlusconi non gliel’avrebbe confermata (e forse sarebbe stato ingiusto). Il secondo affare è Sorgenia, un buco nero che avrebbe potuto risucchiare tutto il gruppo. Quando Ezio Mauro scrive che “abbiamo radici comuni”, dunque, confonde gli alberi genealogici.

Lei ha tenuto per 15 anni una rubrica su R e pu bb li c a, “Il Sabato del Villaggio”, che si occupava prevalentemente di media, comunicazione e poteri.
Sono stato antiberlusconiano fin dalla metà degli anni 80, contro la concentrazione televisiva e pubblicitaria, ben prima che il Cavaliere scendesse in politica. Ritenevo fosse un vulnus per il pluralismo dell’informazione e per la libera concorrenza. E quindi, per la democrazia. Continuo a pensare, a maggiore ragione dopo l’entrata di S t a mpaeSecolo XIXnel Gruppo Espresso, che nella società in cui viviamo il potere sia soprattutto potere mediatico.

Per anni la battaglia contro Berlusconi è stata fatta proprio su questi temi, oltre che sul conflitto d’interessi.
La raccolta pubblicitaria è la fonte primaria di finanziamento dell’editoria. Sono uscito da Repubblica da un anno e mezzo per venire a lavorare all’Antitrust proprio perché credo che questi temi siano ancora cruciali. A suo tempo, avevo coniato il neologismo “legge Frasparri”, un ircocervo tra la legge antitrust di Frattini e la legge sulla tv di Gasparri: norme che blindavano Berlusconi sui due fronti. Il conflitto d’interessi, del resto, non era un tema del tutto nuovo per l’Italia. Lo dico anche facendo la mia parte di autocritica: era opportuno nominare Susanna Agnelli ministra degli Esteri? Vero che non aveva incarichi operativi alla Fiat, ma in quel momento l’azienda della sua famiglia faceva affari in mezzo mondo. Con Berlusconi il conflitto d’interessi diventa il grande shock dell’e l et to r at o di sinistra. Personalmente, credo di non aver mai lesinato critiche sull’inerzia dei governi di centrosinistra.

Repubblica ha fatto dell’antiberlusconismo una bandiera. Ma non ha mai posto – semplificando il ragionamento -dieci domande sulla mancata approvazione di una legge che mettesse fuori gioco Berlusconi per il conflitto d’interessi. Violante lo disse apertamente nel 2002, per i distratti.
Premetto: dal ’98 io non ho avuto più responsabilità di gestione nel giornale. Nella mia rubrica settimanale, invece, le obiezioni le ho fatte spesso e chiaramente. Penso che ci sia stata un’oggettiva sottovalutazione del problema. Poi credo che politicamente il centrosinistra s’illu desse di tenere Berlusconi sotto controllo o sotto minaccia. Come il domatore che vuol tenere a bada il leone. C’è stato un momento, all’epoca del governo Prodi, in cui si provò anche a fare una legge: ma il centrosinistra non aveva i numeri in Parlamento.

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