29 marzo 2016 | 11:38

La televisione? Questa grande informazione impigrisce le persone. L’intervista di ‘Prima Comunicazione’ a Paolo Poli

In occasione della recente scomparsa di Paolo Poli, avvenuta lo scorso 25 marzo, riproponiamo un’intervista del febbraio 2000 nella quale l’attore raccontava a ‘Prima Comunicazione’ il suo giudizio e il suo rapporto con i mass media, dalla televisione fino a internet. 

Paolo Poli (foto Olycom)

Paolo, lo scettico Attore notissimo, trasgressivo, fluviale, Paolo Poli ha certe idee sulla tivù e su Internet che vale la pena registrare per la genialità del personaggio. E cita la signora Moses, che gli fece capire cosa conta in televisione

“Ovvia!, questa intervista la facciamo in camera da letto. Così c’è più sospetto di trombamento”. Meno male – per la mia inclinazione spiccatamente eterosessuale – che Paolo Poli sta scherzando, accogliendomi così sulla porta del suo appartamento all’Hotel Dante, l’albergo dove si ferma abitualmente quando torna nella sua città natale, “di nascosto”, come dice lui, in una viuzza dietro Santa Croce, frequentato senza tanti clamori dal bel mondo teatrale e cabarettistico italiano, da Vittorio Gassman a Dario Fo, passando per Zuzzurro e Gaspare.

Perché questa intervista? Per avere un parere sul mondo della comunicazione italiana e soprattutto sulla tivù. Argomento sul quale ha più di un titolo per parlare: non solo perché attore fra attori può valutare bene il lavoro dei suoi colleghi più conosciuti al grande pubblico, ma perché anche lui è stato dall’altra parte, con un eccezionale riscontro di popolarità: era la stagione 1961-62, la trasmissione ‘Canzonissima’ Poli la presentava insieme a Sandra Mondaini e ad altri come Tino Buazzelli. Meno note, ma significative, le sue partecipazioni come interprete e come sceneggiatore in una serie di produzioni degli anni fra il 1968 e il 1976.
Com’è Poli dal vero? Come in teatro: assolutamente dandy (l’abito per l’intervista con me era impeccabile, corredato da farfallino), attore, trasgressivo, fluviale. Ogni tanto parte per la tangente, seguendo certi suoi ragionamenti storico-letterari, e va fermato con un’altra domanda, altrimenti buonanotte. Le parolacce le ho lasciate. Mi sembra che facciano parte del personaggio. Dà del tu e costringe a ricambiarlo.
Comincia lui: “Qual è l’argomento? I mass media? Se devo limitarmi a una formula, direi: oggi trionfa il minimo comune multiplo. Quando ero giovane c’era il massimo comun denominatore, che era poi l’aristocrazia. Oggi siamo diventati una periferia dell’America e conta la quantità. La gente dice: un grosso avvenimento, non dice più grande. Pensa a chili. Conta la massa, con il suo peso. Conosci la legge della gravitazione universale?”.

Prima – Veramente… così su due piedi.
Paolo Poli – Vergogna, non sai un cazzo! Qui si parla di Isaac Newton, che vede cascare una mela e dice: ci dev’essere una mela più grossa che l’attrae. Ignorante! Insomma, tutti si domandano come mai Diana sia diventata un fenomeno. Perché pareva una commessa dell’Upim, la ragazza della porta accanto. Vero o no? Prima c’era una sorta di specializzazione: c’erano le regine e poi c’erano le regine del palcoscenico che somigliavano a quelle vere. Greta Garbo e Charlot raccontavano a quegli imbecilli degli americani l’aristocrazia. Nonostante i vestiti stracciati, Charlot aveva il suo cagnolino, il suo fazzolettino, quando mangiava una scarpa la mangiava in punta di forchetta, educato. E Greta Garbo, qualsiasi film facesse, era sempre una gran signora, che facesse la spia, la ballerina, la polacca che andava a chiedere la grazia a Napoleone, sembrava sempre una regina…

Prima – Torniamo al teatro e parliamo dei critici.
P. Poli – A parte due o tre persone qualificate…

Prima – Chi?
P. Poli – Non faccio nomi, perché non mi ricordo… E chi se ne frega! E allora: ci sono due o tre persone qualificate, di studi regolari. Poi ci sono persone come te che non sanno fare una ‘o’ con un bicchiere, nonostante i capelli grigi.

Prima – Ma insomma!
P. Poli – Valà, non te la prendere: bisogna insultare i presenti, come te, e dire bene degli assenti e dei morti.

Prima – Allora, i critici…
P. Poli – È tipico anche delle grandi penne non registrare il successo e l’insuccesso degli spettacoli. Sono come Nicolò Carosio che raccontava le partite di pallone alla radio come se si vincesse e invece si stava perdendo. E salvo le due o tre persone – che non ho detto – per il resto il giornale serve il giorno dopo per involtare l’insalata. È stato ormai sopravanzato da macchine ancora più gaglioffe come quelle televisive, più forti perché fanno vedere la principessa.

Prima – Di nuovo Diana!
P. Poli – Eh! Aveva un aspetto gradevole, comprava vestiti…

Prima – Tu la guardi? La tivù, intendo.
P. Poli – Poco. Io lavoro, la sera… La tivù l’ho fatta in bianco e nero, come Greta Garbo faceva i film. Almeno, a quel tempo bisognava lavorare di fantasia per immaginarsi lei che entrava in campo con un bel vestito, dicendo che era rosso… e a vederlo era grigio. Per un po’ si è sperato che la televisione maturasse un suo linguaggio precipuo, ma anche Flaiano ha dovuto ammettere che è rimasta un brutto cinema alquanto migliorato dalla pubblicità. Quello che si vede in ‘Giovanna d’Arco’ è certamente più brutto della pubblicità di un’auto che avanza sotto un cielo tempestoso mentre si ascolta un’aria di un’opera di Verdi.

Prima – Perché non lavori più in televisione? In altri Paesi i grandi attori di teatro sono tutti lì.
P. Poli – Della televisione non ho nessun bisogno. Serve a un volgo disperso, tanto per citare un poeta italiano. Serve le fasce più misere, quelle che vogliono vedere Jacqueline Kennedy e Diana. Perpetua uno sciatto naturalismo, specie con quelle storie sudamericane a poco prezzo: un prete fra noi, una commessa fra noi, un maresciallo della finanza fra noi. Nel Paese dove trionfano la mafia e la camorra ecco queste novelline che offrono una polpetta premacinata e premasticata per il consumo disattento delle masse televisive. Che mentre tengono la tivù accesa fanno all’amore, vanno al cesso… Ti voglio raccontare della signora Moses, che abitava davanti a me qui a Firenze. Mi disse: “Paolo, sono incerta se votare Berlinguer o Almirante”. Io risposi: “È molto diverso”. E lei: “No, Paolo, perché sono gli unici a garbo, che si presentano in televisione con un bel vestito a doppiopetto e parlano a bocca senza leggere il fogliolino”. Ho capito di lì cosa conta in televisione.

Prima – Quando ci siamo parlati per telefono prima di questa intervista, hai detto: prometto di essere geniale. Ripeto: non mi sembra che la televisione riconosca questa tua genialità.
P. Poli – Ma via, scherzavo! Non sono geniale, ma un artigiano che ha fedelmente portato i suoi prodotti al pubblico. Che li riconosce per quello che sono, non certo per meriti televisivi, anche se ho fatto ‘Canzonissima’. Sai, a volte mi sono trovato a buttare un occhio in platea e trovarci … sette spettatori, come Biancaneve. Una volta ce n’erano così pochi che mi sono interrotto e li ho chiamati: almeno venite tutti in prima fila, stiamo più raccolti.

Prima – Ha subito qualche ostracismo da parte del mondo della televisione?
P. Poli – Ma no. Sono cose che non contano. Sai, la cultura va avanti anche al di là della volontà dei regnanti, ci sono canali segreti attraverso i quali le notizie si spandono, si diffondono. Si arriva al pubblico non solo attraverso i canali costituiti e io faccio volutamente il teatro, non per ripiego come molti miei colleghi. E pensa a chi va in teatro: la sera si mette il vestito, esce a una certa ora anche se piove o se nevica e va a quel tale teatro. Vanno elogiati. E non mi si venga a parlare del pubblico giovane! Se non ci fosse qualche vecchia signora, che ha letto qualche libro…

Prima – Ma, in tivù, almeno l’informazione la vorrai salvare.
P. Poli – Veramente, mi sembra che tutto diventi leggenda. È come Dante Alighieri che, per parlare di Francesca da Rimini, una maiala di un paesino romagnolo che ha rovinato due famiglie, ne ha fatto l’inno nella ‘Divina Commedia’, rendendola simpatica al pubblico con le rime più popolari: amor che a nullo amato amar perdona. A modo suo, anche quelli erano spot. Insomma, Dante è morto all’estero come Bettino Craxi… Mah, non si sa, chissà se quella baratteria fu vera baratteria…

Prima – Eccoci serviti anche con Dante…
P. Poli – Te lo spiego in un altro modo, a te che non sai nulla della gravitazione universale: forse ti sembra che la televisione faccia tanta informazione, e invece non fa altro che mostrare avvenimenti che per quanto siano reali diventano delle telenovele, con gente che muore chissà dove e chissà come, mentre la gente mangia tranquilla e serena nel focolare domestico, dove il fuoco del caminetto è diventato il fuoco della televisione. Viviamo fra leggende antiche e miracolo moderno, con gente che è ancora pronta a credere che se il re impone le mani guarisce dalla scrofola. E poi questa grande informazione impigrisce, sai quanta gente dice: no, non vado a vedere quella mostra, magari di Caravaggio o di Goya, e aspetta che ne parli la televisione. Bisogna fare come Masaccio, che faceva delle figure monumentali che aggettavano dalle pareti. E il popolo fiorentino accorreva.

Prima – A proposito di grandi comunicatori. In tempo di Giubileo, cosa pensi del Papa?
P. Poli – Chi se ne importa! Non sono mica come quei froci di Torino (si riferisce all’organizzazione degli omosessuali: ndr) che hanno bisogno di chiedere il permesso. Piangono perché non si possono sposare in chiesa col velo: sono delle sciocche. Che si inchiappettino sereni e tranquilli. Se lo vengono a chiedere a me, io glielo do il permesso.

Prima – Ahi, ho beccato un argomento scabroso. Cambiamo discorso: compri i quotidiani?
P. Poli – No.

Prima – Periodici?
P. Poli – Qualche volta Art e Dossier, non perché mi piaccia ma perché fa delle belle copertine, magari con il vecchio Piero della Francesca… Sono fatte bene anche le riviste di Franco Maria Ricci… un po’ funeree, magari, e bisogna andare in brodo di giuggiole quando ti fanno vedere un particolare del buco del culo di un cavallo… Per dire…

Prima – Segui il lavoro dei tuoi colleghi?
P. Poli – Li vedo pochissimo. Te l’ho detto che lavoro, la sera: faccio otto mesi di teatro all’anno e per otto mesi all’anno sono in giro. Vengo da Bolzano, domani vado a Gemona… ai confini della lingua del sì, intendo la lingua italiana.

Prima – Cosa pensi degli attori più noti, più conosciuti proprio grazie alla tivù?
P. Poli – Li stimo tutti quanti. Perché fare questo mestiere non è facile, anche per chi viene appoggiato da qualche famiglia facoltosa di onorevoli, da impiccioni, da maestranze televisive interessate…

Prima – Concludiamo con la grande novità: Internet.
P. Poli – Non ne capisco niente. E non me ne frega niente. Sono come il vecchio Palazzeschi che diceva: a me queste penne biro non mi convincono, io preferisco inzuppare nel calamaio, perché mentre inzuppo penso. È sempre il pensiero che domina. Chi se ne frega se scrivi con una vecchia macchina con i tasti, come faccio io, o con Internet? Ma sai, io sono uno che non riconosce una Bugatti da una Cinquecento…

Intervista di Cristiano Draghi