Protagonisti del mese

07 aprile 2016 | 10:05

La spinta dell’orgoglio

Feriti dall’abbandono di Fca e dall’alleanza tra Itedi e Gruppo L’Espresso, all’interno di Rcs si stanno dando tutti un gran da fare per rilanciare il gruppo editoriale, che promette di ritornare in utile, anche se lieve, nel 2016

La sorpresa per l’annuncio della fusione tra il Gruppo Editoriale L’Espresso e l’Itedi, editrice della Stampa e del Secolo XIX, e della prossima uscita di Fca dal proprio azionariato è stata presto seguita all’interno di Rcs MediaGroup da una grande rabbia. Un’incazzatura giustificata da parte di manager, giornalisti (con i duri comunicati dei Cdr del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport) e lavoratori, tutti del gruppo milanese, per quello che viene considerato un vero e proprio tradimento e per la consapevolezza che l’operazione va a rafforzare sul piano strategico il diretto concorrente del Corriere della Sera. In ogni caso, anche quella sorta di sollievo presente in molti dell’essersi sgravati del socio torinese, da sempre poco amato e ritenuto un po’ troppo ingombrante, è presto scomparsa per le difficoltà che l’amministratore delegato Laura Cioli e il cfo del gruppo Riccardo Taranto incontrano nelle trattative con le banche creditrici (Intesa Sanpaolo, Ubi Banca, UniCredit, Mediobanca, Bnp Paribas e Bpm) per arrivare a un accordo sul rifinanziamento del debito.

Nella foto, da sinistra Maurizio Costa e Laura Cioli, presidente e ad di Rcs Media Group

I vertici di Rcs non nascondono che su questo fronte ci sia “una significativa incertezza” che può far dubitare sulla capacità di Rcs di continuare a operare sulla base del presupposto della continuità aziendale, ma “ritengono ragionevole l’aspettativa che il gruppo possa disporre di adeguate risorse finanziarie per continuare l’esistenza operativa in un prevedibile futuro”. Infatti, l’editrice conta su una positiva conclusione del tavolo negoziale con le banche, sui 127,5 milioni che entreranno in cassa per la cessione della Libri alla Mondadori, e sulla delega dell’aumento di capitale fino a 200 milioni da esercitarsi entro il 30 giugno 2017, approvata dall’assemblea dei soci del 16 dicembre.
Ma è proprio l’aumento di capitale lo scoglio da superare nel braccio di ferro con le banche. “Non possiamo accettare un legame automatico tra l’accordo sul rifinanziamento e l’aumento di capitale: è una prassi fuori dagli standard di mercato”, ha dichiarato Cioli, aggiungendo di avere su questo punto “il pieno sostegno del board”.
Non sembra dello stesso parere Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, principale creditore di Rcs, deciso a scartare la più remota possibilità che i debiti dell’editrice si trasformino in equity, in azioni della casa editrice, considerato – oltretutto – che l’istituto ha da tempo annunciato di volere cedere il 4,176% della società editoriale che ha ancora in portafoglio. Come ha detto Messina, Intesa Sanpaolo nella trattativa con Rcs intende tutelare prima di tutto i propri interessi “attraverso la tutela dei crediti, e se questo dovesse richiedere un aumento di capitale, questa sarà la posizione della banca. Su Rcs”, ha ribadito l’ad di Intesa Sanpaolo, “guardiamo molto di più ai debiti, cioè ai crediti che vantiamo nei confronti della società. Poi guardiamo naturalmente agli interessi di una società importante per il Paese. Però quello che conta sono i creditori”.
Una presa di posizione dura, probabilmente anche dettata dalla necessità di dimostrare all’azionariato di Intesa Sanpaolo – alla vigilia del rinnovo dei vertici – che la sua gestione si è definitivamente allontanata dalle logiche di ‘banca di sistema’ che l’hanno guidata fino a pochi anni fa, ma che non esclude che l’istituto, come le altre banche creditrici, possa darsi da fare anche nel proprio interesse per favorire l’ingresso in Rcs di qualche nuovo socio di peso: si fanno, tra gli altri, i nomi di Gianfelice Rocca, presidente del gruppo Techint e di Assolombarda, e Andrea Bonomi, il finanziere presidente di Investindustrial, che ha già fatto parte del Cda dell’editrice, da cui si era dimesso nel 2013 per evitare conflitti d’interesse in quanto era presidente di Bpm, banca creditrice.

Se si guarda dal fronte di Rcs MediaGroup, si può comprendere la preoccupazione originata dall’incognita dei concreti risultati di una ricapitalizzazione in una fase che vede i principali soci, tranne poche eccezioni, alquanto restii a estrarre i portafogli. Per non parlare dell’ennesimo rimescolamento degli azionisti che si aggiungerebbe a quello che si verificherà quando il 16,7% dell’editrice, cioè la quota detenuta da Fca, verrà sbriciolata attraverso la Interim One Bv (società di diritto olandese costituita proprio in funzione di questa operazione) tra tutti i soci del gruppo automobilistico. Tra l’altro, verrà ceduta – non a singoli azionisti ma in modo frazionato – anche la quota del 4,9% di Rcs spettante a Exor, la società di partecipazioni controllata dalla famiglia Agnelli.

L’articolo è sul mensile Prima Comunicazione n. 470 – Aprile 2016
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