Protagonisti del mese

07 aprile 2016 | 10:04

Chiedi al televisore

La tivù non lineare e on demand è destinata, nel giro di qualche anno, a scalzare la pay tv offrendo palinsesti personalizzati e flessibili, da godere non soltanto sul piccolo schermo ma anche sugli altri device. Partono così le grandi manovre per arginare Netflix

Uno dei temi al centro delle manovre che stanno trasformando il panorama televisivo europeo è l’on demand, meglio, i servizi Svod, Subscription video on demand. Ad accendere i riflettori sulle nuove fruizioni di tivù e contenuti video a pagamento è stata Netflix, sbarcata in Italia da poco meno di un anno accompagnata da una straordinaria enfasi mediatica.
Numeri sulle sottoscrizioni locali la piattaforma di Reed Hastings non ne fornisce e per ora i competitor – in primis Tim, Infinity di Mediaset e Sky (che sta per lanciare anche da noi il nuovo decoder SkyQ) – non sembrano aver patito particolari contraccolpi. Ma il timore che nei prossimi anni possa raggiungere anche nel Sud Europa i tassi di penetrazione velocemente conquistati in Uk e nei Paesi scandinavi (dov’è vicina al 30%) è forte. Per non parlare degli Stati Uniti, dove l’impatto è stato ancora più devastante. A Netflix è infatti imputato il rapido declino che sta conoscendo la tivù via cavo e, secondo eMarketer, quasi un quarto degli americani pensa di lasciare i servizi tivù via cavo entro il 2019.

Daniela Biscarini

Da qui nasce il progetto di creare un player over the top paneuropeo portato avanti da Vivendi e Mediaset in uno scenario estremamente complesso che incrocia le aspirazioni francesi al controllo di Telecom Italia e alla sua preziosa capacità trasmissiva a banda larga con la possibile alleanza tra le pay Premium e Canal+. Un progetto che vedrebbe coinvolti, oltre all’italiana Infinity, la francese Canal Pay e la tedesca Watchever (entrambe fanno capo a Vivendi), le spagnole Infinity España (Mediaset) e Yomvi (Telefónica). “Vivendi è molto interessata all’Italia e io sono molto amico di Bolloré che manifesta interesse su alcune cose, non Mediaset, ma sulla nostra capacità di fare prodotti per tutte le televisioni e i format”, ha detto Silvio Berlusconi confermando che “con Vivendi si potrebbero trovare forme di collaborazione”.
Quel che attira di più nella tivù non lineare è la possibilità di costruire un palinsesto personalizzato e flessibile, che consente, ad esempio, di vedere tutti gli episodi di una serie in sequenza, il ‘binge watching’. Lo dice la Global Video-on-Demand Survey realizzata di recente da Nielsen in 61 Paesi nel mondo (su Primaonline.it), secondo cui un elemento da non sottovalutare per capire la forte adesione che questa fruizione sta riscontrando nel nostro Paese è che il costo percepito dell’on demand è inferiore rispetto a quello della pay tv tradizionale. “Per gli investitori pubblicitari e i fornitori di contenuti è vitale capire come sta cambiando lo scenario e soprattutto come cambiano le dinamiche di approccio dei consumatori”, avverte Giovanni Fantasia, amministratore delegato di Nielsen Italia, secondo cui “c’è un atteggiamento positivo crescente nei confronti dell’advertising sul video on demand e si diffonde l’idea che i messaggi pubblicitari veicolati da questo tipo di fruizione rappresentino un valido supporto per le scelte di acquisto”.

Sul tema caldissimo della tivù on demand e non lineare (pay e free) abbiamo sentito il parere di Daniela Biscarini, responsabile multimedia entertainment di Tim, e di Chiara Tosato, responsabile e direttore commerciale di Infinity, la streaming tv di Mediaset.
“Negli Stati Uniti prevedono che tra quattro anni la fruizione di contenuti on demand a pagamento avrà nettamente superato la pay tv tradizionale, 59% contro 41%. In Italia siamo ancora indietro – circa un terzo degli spettatori usa questi servizi tivù on demand a pagamento, quasi la metà da smartphone e tablet – ma è comunque un fenomeno in forte espansione e quindi al centro della nostra attenzione”, dice Biscarini, orgogliosa dei 500mila sottoscrittori attivi di TimVision. “In Italia ci sono 4 milioni di persone che accedono a un contenuto di origine televisiva attraverso il web con una crescita del 27% sull’anno precedente, mentre il 40% di chi ha un collegamento broadband dichiara di guardare almeno un contenuto on demand al giorno”.

“Chi si occupa di contenuti multimediali sa che occorre avere sempre lo sguardo proiettato in avanti per intercettare i trend emergenti e posizionarsi adeguatamente”, prosegue Biscarini. “Il mercato televisivo – ma anche quello musicale e editoriale – sta cambiando profondamente perché stanno cambiando i consumatori. Che stanno diventando sempre più infedeli, promiscui e nomadi. Il loro consumo è più autonomo e sempre meno intermediato e per questo più consapevole. Oltretutto è molto influenzato dall’estetica e dall’esperienza e non più solo dalla percezione del valore della marca e dalla razionalità”.

L’articolo è sul mensile Prima Comunicazione n. 470 – Aprile 2016
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