08 aprile 2016 | 10:49

Pagare i contenuti sarà inevitabile, dice David Randal: qualcosa non va se una doppia pagina sul giornale Uk più venduto costa 105mila euro e mille visualizzazioni sul sito più visitato solo 28 euro. E aggiunge: i nuovi beneficiari della pubblicità sono Google e FB che non danno lavoro a un solo giornalista

David Randal, è stato senior editor del settimanale Independent on Sunday di Londra. Ha scritto quest’articolo per il numero 1148 di Internazionale. Il suo ultimo libro è Tredici giornalisti quasi perfetti (Laterza 2007). Il futuro dei giornali nell’era di internet – Per chi è cresciuto pensando che il libero accesso a un’informazione di qualità fosse un diritto umano fondamentale, dover pagare i contenuti sarà uno shock. Ma sarà inevitabile.

David Randal (foto internazionale)

David Randal (foto internazionale)

Recentemente sono stato invitato a una festa piuttosto speciale. Ormai da anni quando vengo invitato a una festa provo un vago senso di terrore, e se fosse stata un’occasione normale avrei cercato come al solito una scusa per non andare. Ma era una festa in onore dell’ultimo numero del mio vecchio giornale, l’Independent on Sunday, che non esiste più ed è andato a raggiungere nella grande discarica del cielo le altre pubblicazioni defunte. È stato l’evento più triste a cui abbia mai partecipato in un pub di Londra, non tanto perché i giornalisti più giovani mi hanno chiesto se sapevo di qualche oferta di lavoro e quelli più anziani mi hanno detto che non sapevano se avrebbero mai trovato un altro posto. Il motivo non era neanche la morte del mio settimanale (il quotidiano The Independent sopravvive solo online). Era il pensiero che in tutto il mondo le forze che ne hanno provocato la fine stanno indebolendo il giornalismo professionale e la sua funzione di controllo sui potenti, che considero essenziale per ogni democrazia.

La meno temibile di queste forze è la tendenza dei giornali a ridurre il numero di giornalisti mentre i governi, le amministrazioni locali e altri servizi pubblici tendono ad assumere sempre più addetti alle pubbliche relazioni per curare la loro immagine e, se necessario, insabbiare errori e negligenze. Trent’anni fa, quando dirigevo un giornale della provincia inglese, avevamo ventuno cronisti. A quel tempo nessun ente pubblico aveva un uficio di pubbliche relazioni, e noi parlavamo direttamente con i funzionari e i politici. Oggi quello stesso giornale ha solo cinque cronisti, che non parlano più con i funzionari ma con i loro ufici stampa. Attualmente nel Regno Unito ci sono 37mila addetti stampa e altrettanti giornalisti, la maggior parte dei quali non sono reporter. Per ogni giornalista che cerca di capire cosa succede ci sono diversi addetti alle pubbliche relazioni a impedirglielo. Meno informazioni, meno motivi per comprare i giornali, meno democrazia.

La seconda forza è internet, che per i giornali ha cambiato tutto, soprattutto per quanto riguarda la pubblicità. Prima del web per pubblicare un quotidiano o un settimanale bisognava investire milioni. La rete ha abbattuto questo ostacolo, e ora ci sono molti più posti dove si può fare pubblicità. I giornali non sono più il principale veicolo per gli annunci, in particolare quelli di automobili, case e oferte di lavoro. Nel Regno Unito e in tutte le economie avanzate la pubblicità sui quotidiani nazionali e locali è solo una minima percentuale di quella che era un tempo. Nel 2008 i giornali coprivano il 27,3 per cento del mercato pubblicitario. Oggi quel dato è sceso all’11,4 per cento, un calo di più del cinquanta per cento in sette anni. I nuovi beneficiari della pubblicità sono Google e Facebook, che non danno lavoro a un solo giornalista. Nel 2015 Google ha incassato 44,5 miliardi di euro solo con gli annunci. Quasi tutti i giornali hanno pensato che la risposta fosse prendere il lavoro dei giornalisti e pubblicarlo gratuitamente online. L’idea era che a coprire i costi sarebbero stati gli incassi pubblicitari. Speranza vana: i giornalisti di un quotidiano nazionale costano molto, la pubblicità online invece no. Per comprare una doppia pagina a colori sul giornale britannico più venduto, il Daily Mail, ci vogliono 105mila euro. Un banner sul suo sito, Mail Online, costa solo 28 euro ogni mille visualizzazioni. È il sito d’informazione più visitato al mondo, ma i suoi incassi pubblicitari sono un settimo di quelli del giornale cartaceo.

Il terzo problema è che ormai esistono gli adblocker, software che bloccano la pubblicità online. E stanno diventando molto popolari. L’anno scorso nel Regno Unito il loro uso è aumentato dell’82 per cento. In Francia un terzo degli utenti di internet ha installato un adblocker, mentre i produttori di smartphone stanno inserendo questo software nei sistemi operativi. L’azienda statunitense Pagefair ha calcolato che nel 2015 questi programmi hanno fatto perdere circa 19,5 miliardi di euro agli editori. Ora questi ultimi stanno cominciando a installare software che individuano gli adblocker e impediscono l’accesso a chi li usa, ma subito sono stati creati software per ingannare gli antiadblocker e convincerli che non c’è nessun adblocker. Per gli editori l’unica soluzione è far pagare i contenuti tramite paywall o singoli pagamenti. Prendiamo per esempio il Times e il Guardian. Negli ultimi dieci anni il Times ha perso centomila copie, ma grazie al paywall sul sito è riuscito a chiudere in pareggio. Invece il Guardian, che ha un ottimo sito gratuito, ha visto le sue vendite passare da 400mila a 165mila copie e l’anno scorso ha perso 72,2 milioni di euro, cioè duecentomila euro al giorno. Per chi è cresciuto pensando che il libero accesso a un’informazione di qualità fosse una sorta di diritto umano fondamentale, dover pagare i contenuti sarà uno shock. Ma sarà inevitabile. Altrimenti il futuro del giornalismo, e delle inchieste e della vigilanza sul potere da cui dipende la democrazia, sarà decisamente cupo.