09 maggio 2016 | 9:10

Fiorello torna in tv. “La mia edicola per gli affamati di notizie”, dice a Gramellini. “Faremo dieci puntate di prova, poi se va bene da ottobre diventerà un appuntamento fisso”

(Lastampa.it) L’uomo che una giuria di eminenti colleghi ha incoronato giornalista dell’anno per le sue spassose edicole multimediali ha un rapporto controverso con la tecnologia. «Ricordo quando mia moglie mi rivelò che si potevano mandare messaggi al proprio numero di telefono.

Rosario Fiorello (foto Olycom)

Faccio una prova: scrivo “Ciao” e me lo spedisco. Poi me ne dimentico e dopo mezz’ora riprendo in mano il telefono. Trovo un nuovo messaggio: “Ciao”. “Chi sei?”, scrivo. E lui risponde: “Chi sei?” Allora mi arrabbio. “Ma chi sei tu piuttosto, cafone!” Sono andato avanti a insultarmi da solo per un quarto d’ora». Ignoro se la storiella sia vera, inventata o romanzata, ma nell’ascoltarla ridono tutti, anche agli altri tavoli dell’albergo in cui stiamo facendo colazione. Io con croissant e pasticcini, lui con mezzo biscotto. «La mia dieta consiste nel mangiare la metà di tutto».

È curioso ma non assurdo che un ex animatore turistico sia diventato il simbolo della resistenza di un mestiere in crisi. Il giornalista? No, il giornalaio. «Ormai in edicola ci vai solo se devi comprare altro. A quel punto magari compri anche il giornale», dice. Eppure il programma con cui Rosario Fiorello si accinge a tornare in televisione dopo cinque anni di vuoto sarà la rassegna stampa dei quotidiani.

Quando hai preso in mano il tuo primo giornale?
«A tre anni per fare la cartapesta. Da bambini le notizie non ti riguardano. Poi si comincia al bar, con lo sport e la cronaca nera. In posti come quello dove sono cresciuto, Megara Hyblaea, hai il vantaggio di conoscere tutti i personaggi coinvolti. “Questa rapina mi sa che l’ha fatta Franco”. “Veramente a me sembra più lo stile di Gianni.” Quando però arrivavo io, gli altri si azzittivano. Ero pur sempre il figlio di un appuntato della Guardia di Finanza».

Tuo padre Nicola.
«Era bellissimo, per il concetto di bellezza di allora. Con quei baffetti assomigliava a Mimmo Modugno, che mio fratello Beppe avrebbe poi interpretato in tv. Quando eravamo piccoli, papà guardava Beppe e diceva: “Questo è un attore”. Poi guardava me: “Questo invece è un cretino”. In fondo ci ha azzeccato su tutti e due».

Era orgoglioso di te?
«Avrebbe voluto che andassi all’accademia della Guardia di Finanza come lui. Però una volta venne a vedermi in uno spettacolo e disse: “Fai quello che devi fare”».

L’intrattenitore nei villaggi.
«E lì i giornali diventarono fondamentali, perché in Costa d’Avorio nel 1980 non arrivavano notizie dall’Italia. Andavo in astinenza e appena i clienti scendevano dalle barche guardavo le borse per vedere se spuntavano i quotidiani. Erano del giorno prima, ma me li divoravo fino all’ultima riga».

Prima di Internet eravamo necessari come il pane. Adesso siamo più simili a un dessert.
«Oggi chiunque fa giornalismo con i blog. Escono anche un sacco di cavolate che nessuno controlla più. Per la mia ospitata al Rischiatutto mi hanno attribuito un compenso triplo rispetto a quello vero. Ma non potevano telefonarmi?».

Come li leggi, i giornali?
«Con la tecnica della scrittura veloce, pur senza avere mai fatto un corso. Scorro gli articoli per coglierne l’essenziale».

Usi l’iPad?
«Sì, ma preferisco la carta. Mi piace sentire il vento della pagina, fare le orecchiette, perdermi nella lettura dei necrologi. Ricordo ancora negli Anni Novanta quando a Radio Deejay arrivava l’eco della stampa, tutti quei pezzi di giornale ritagliati e infilati dentro un bustone. I più belli li conservavo. Ora non si tiene più nulla. È come per le foto. Io ho ancora gli album di mio padre. Immagini ingiallite, però ci saranno sempre. Della mia famiglia avrò centinaia di foto, ma tutte sul cellulare. Hai voglia a fare i back-up, tanto prima o poi arriva un Millennium Bug e sparisce tutto».

Hai accennato alla radio. La seconda delle tue molte vite.
«Mi trasferii a Milano con un mio collega dell’animazione, Bernardo Cherubini, fratello di Jovanotti. “Andiamo lì”, disse, “è pieno di gnocca”».

La vera motivazione quale era?
«Quella. Che Milano era piena di gnocca. Per un po’ abitai a casa di Lorenzo, in via della Moscova. Lui era già un disc-jockey famoso. Io solo un esuberante, egocentrico animatore da villaggio. Uno che aveva vissuto per quindici anni senza mai infilare un paio di scarpe».

Il boss della radio in cui lavorava Lorenzo era Claudio Cecchetto.
«Rimase colpito da me. A Deejay facevo la pianta, come dice Fabio Volo. Osservavo Jovanotti, Linus, Albertino. Prestavo la voce quando serviva. Nel primo programma tv di Lorenzo, “Uno due tre Jovanotti”, imitavo al telefono Montesano e Mike Bongiorno».

(…)

Non ti manca la prima serata? Sono passati cinque anni dall’ultima volta.
«Ogni tanto Bibi Ballandi mi chiede: “Allora, Rosario, siamo pronti?”. Ma il pensiero di tornare ora mi dà più ansia che gioia. Sento un’enorme pressione, un’attesa che potrebbe ritornarmi addosso come un boomerang. Se un altro programma fa il 25 per cento si parla di boom, ma io devo fare il 40, altrimenti è un flop».

E così hai sterzato sul varietà giornalistico…
«EdicolaFiore fonde vecchio e nuovo. Carta e smartphone. Io che col telefono riprendo il mio edicolante Cesare mentre commenta i titoli dei giornali: “Sti fiji de na mignotta!”».

Ma è vero che adesso vuoi portare l’edicola in tv?
«Ho fatto un appello sul web a Rai, Mediaset, La 7 e Sky. Una sola delle quattro ha risposto».

Sospetto sia la Rai.
«Faremo dieci puntate di prova, poi se va bene da ottobre diventerà un appuntamento fisso. Punteremo sul buon umore, lasciando fuori le notizie tristi, con un ospite, un po’ di musica e molte battute».

Quanto ti infastidiscono le critiche sul web?
«Prima noi personaggi dello spettacolo pensavamo di piacere a tutti perché per strada ti ferma solo quello a cui piaci. Invece sul web la gara è a chi ha meno persone che lo odiano. I primi tempi non ci ero abituato. Ora ho imparato che non si può piacere a tutti. Ballandi mi dice sempre: “Rosario, Gesù ne aveva solo dodici eppure uno l’ha tradito. Pensa tu che ne hai milioni”. Ma anche a teatro se 4.999 ridono e uno no, il mio sguardo va fisso su di lui. Quelli a cui non piacciamo ci sono sempre stati. Ora semplicemente hanno uno strumento per fartelo sapere».

Ma non eri uscito dai social sbattendo la porta?
«Ma sono rientrato subito. Con quattro account falsi».

E che te ne fai?
«Azioni di disturbo. Faccio il troll…»

Perché non frequenti più la satira politica?
«Sul web ci sono milioni di battutisti potenziali che si esercitano sulla stessa notizia, che di solito è politica. Gli stessi politici la satira se la fanno benissimo da soli. E poi c’è Crozza che è il più bravo di tutti».

Tu non ti trasformi fisicamente come lui.
«Le mie imitazioni colgono un aspetto dell’originale. Camilleri nacque così: mi affacciai da una finestra di Radio Rai a via Asiago e lo vidi passare con una stecca di sigarette sotto il braccio: “Fino a stasera ci devo arrivaaaaare”, disse. Aveva la voce di un La Russa lento. A Gianni Minà sbirciai una foto di nascosto mentre mi parlava, in cui era ritratto tra De Niro, il Dalai Lama e Ivana Spagna».

A chi si rivolge una rassegna stampa televisiva del mattino?
«A quelli come me che appena svegli accendono la tv su Sky 100 o Rainews. Intanto mi lavo, mi vesto, faccio cose. Ma se sento una notizia che mi colpisce mi fermo a guardarla».

Per te non è un problema andare in onda la mattina presto?
«Io da anni mi sveglio in automatico alle sei meno un quarto, recupero con una pennica al pomeriggio e la sera, quando non lavoro a teatro, svengo».

Hai decisamente cambiato abitudini rispetto alla giovinezza.
«Sì, io la Milano da bere me la sono bevuta tutta. Uscivo a mezzanotte e tornavo dal giro dei locali alle cinque, poi dormivo e all’una me ne andavo in radio. Adesso esco di casa alle sei del mattino e vado al bar di via Flaminia, dove trovo l’edicolante, il benzinaio… Tutti cinquantenni come me. Tutti Adp. Amici della prostata».

 

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