17 maggio 2016 | 9:26

Chi è Andrea Bonomi, il cinquantenne finanziere milanese che insieme a Mediobanca ha lanciato la controffensiva a Cairo per Rcs Mediagroup

(Repubblica.it)  E’ il cavaliere bianco di molte battaglie e la sua presenza nell’agone finanziario è pressoché costante. Dopo aver fallito nel 2014 la conquista di un simbolo della Francia, il Club Med, lasciato ai cinesi di Fosun, Andrea Bonomi col suo fondo Investindustrial è stato protagonista di alcune delle più importanti operazioni di private equity in Italia. Solo nel 2015 Bonomi ha riportato in Italia le calzature Sergio Rossi, ha avviato un polo del lusso intorno a B&B Italia, azienda attiva nell’arredo di design di fascia alta ed è entrato nel capitale dell’aeroporto di Bologna. Quest’anno prima di lanciarsi nell’avventura di Rcs aveva annunciato l’intesa per rilevare la maggioranza di ArtSana, nota per il marchio Chicco, ha comprato il Valtur e la gestione del Tanka Village su cui puntava ClubMed.

Andrea Bonomi

Andrea Bonomi

Ma chi è Andrea Bonomi? Il suo nome non è nuovo nel giro che conta. E’ il nipote della carismatica Anna Bonomi Bolchini ed è uno dei tre figli di Carlo, l’uomo che nel 1985 si vide sfilare la BI-Invest dall’allora presidente della Montedison Mario Schimberni. E’ lui oggi a riportare in auge il buon nome della famiglia milanese, prosperata sulla fortuna immobiliare che il bisnonno Carlo aveva costruito fin dalla fine dell’800 partendo da manovale di una piccola impresa di costruzioni. Andrea era molto giovane quando Francesco Micheli comprava in Borsa le azioni BI-Invest all’insaputa del nonno di Bonomi, soprannominato “il Cirula”, ma sapientemente informando di ogni suo passo il presidente della Consob Franco Piga. Andrea, classe 1965, studi alla New York University, in quel momento stava muovendo i primi passi nel mondo della finanza presso la filiale americana della Lazard Frers & Co, e non poteva sapere che quell’evento così traumatico per la famiglia avrebbe portato a una fase di forte ridimensionamento dell’impero economico fin lì sviluppato dalla nonna Anna (partendo dai 156 palazzi milanesi che il padre le aveva lasciato).

“La sciura dei danée”, come è stata a volte indicata per il suo iperattivismo in campo finanziario, snobbata dalle grandi famiglie milanesi per eccesso di sguaiatezza, la nonna Anna cavalcò la ricostruzione edilizia del secondo dopoguerra per allargare a dismisura l’impero immobiliare. Sfruttando la sua vena speculativa coltivata negli uffici di Aldo Ravelli, il più noto degli operatori di Borsa di allora, la donna sola al comando riuscì a mettere a segno i colpi più significativi proprio negli anni in cui Cefis, Sindona e Calvi erano protagonisti indiscussi. Nel suo impero entrarono così Saffa, Mira Lanza, Credito Varesino, Toro Assicurazioni e, nel 1979, la Fingest che la Montedison aveva riempito di banche e finanziarie. Dall’alto di queste vette si comprende meglio lo choc della scalata del 1985 da cui la famiglia esce impoverita di quasi tutte le società italiane ma con in cassa 500 miliardi di lire, le attività internazionali e due aziende come la Saffa e la Postal Market. “Se non siamo riusciti a difendere la BI-Invest significa che c’era qualcuno più bravo di noi – confida oggi Andrea ai suoi più stretti collaboratori – evidentemente in quell’occasione Schimberni e Micheli sono stati più svelti”. Fatto sta che Carlo dopo la debacle decide di ritirarsi a Londra a coltivare le relazioni internazionali tessute intorno alla Invest International. E il figlio Andrea dopo il periodo americano nel 1990 torna in Italia e comincia ad occuparsi del rilancio della BI-Invest creando Investindustrial, un braccio della holding che si dedica specificatamente al private equity.

Formatosi culturalmente nel mondo anglosassone Andrea è portato a far prevalere la razionalità sull’emotività e a lasciar da parte le questioni personali, un po’ il contrario della nonna. Ma evidentemente ha ereditato il dna dell’imprenditore ma con un’impostazione molto più votata all’industria che alla finanza. “Il private equity finanziario non è la soluzione migliore – ha sempre detto Andrea – la leva eccessiva è un freno per l’imprenditorialità e gli investimenti. Può portare grandi guadagni ma se qualcosa va male salta tutto”. Una filosofia controcorrente, soprattutto fino al 2007 quando le acquisizioni a forte leva finanziaria ebbero il sopravvento su tutto il resto. Ma Investindustrial con il tempo si fa promotrice di piani industriali per le società target più lunghi dei piani finanziari di investimento. I due orizzonti sono disassati e ciò permette di ragionare con una logica industriale che fa bene alle aziende. Una logica che costringe chi investe a cercare soluzioni di aggregazione e di partnership più difficili da realizzare che la semplice distribuzione di dividendi di società indebitate. I risultati di questo modo di operare, con il tempo, arrivano.

Gardaland, Permasteelisa, il polo degli elicotteri costruito intorno alla Elilario che dopo nove anni viene stato venduto con un incremento di valore di 6,5 volte. E poi il grande colpo della Ducati, raccolta in stato pre fallimentare, rilanciata e venduta nel 2012 per 800 milioni ai tedeschi della Audi. Gli investitori sono contenti e affidano a Investindustrial altri denari da riversare su aziende italiane e spagnole, dove il team ha più esperienza. E poi piace che la famiglia Bonomi investa anche il proprio patrimonio: su oltre due miliardi raccolti all’ultimo giro una parte arriva dalla famiglia, così gli interessi sono allineati. Ora gli 75 dipendenti di Bonomi sparsi negli uffici di Londra, New York, Lugano, Madrid e Shanghai costruiranno un polo della chimica attorno alla Polynt che si aggregherà con Reichhold. Oppure di far crescere all’estero la Flos, azienda di illuminotecnica dove Piero Gandini è rimasto a gestire ma sapendo di avere alle spalle un gruppo che è in grado di finanziare lo sviluppo. O di riportare Aston Martin ai fasti di 007 forti dell’esperienza maturata in Ducati. Oggi il gruppo Investindustrial ha in gestione assets per 5,6 miliardi di euro tra sei fondi di private equity ed hedge fund. Nel settore del turismo i fondi hanno già investito 1,5 miliardi (tra cui Port Aventura, il più grande parco divertimenti in Spagna gestito dai cinque italiani che avevano fatto il successo di Gardaland).

Gli unici passi falsi di Andrea Bonomi sono arrivati quando ha ceduto al richiamo della finanza italiana. Forse, quando si è buttato nella mischia della Bpm, pensava di rimarginare la ferita subita con la BI-Invest e di poter avviare una fase di cambiamento del capitalismo italiano con metodi soft. Mentre la nonna si è sempre scontrata con Enrico Cuccia, che la voleva subalterna, lei che aveva sempre vissuto da protagonista, Andrea si è fatto avviluppare dalla sirena di Alberto Nagel che voleva impedire che Bpm cadesse in mani non gradite a Mediobanca. Andando a sottovalutare l’intreccio di sindacalisti-affaristi che ha pervaso e continua a pervadere la principale banca milanese. Così ha dovuto alzare bandiera bianca ma almeno con la soddisfazione del risanamento dei conti come ha dimostrato la recente Asset Quality Review della Bce.

Bonomi in realtà è rimasto scottato anche quando ha avuto a che fare con la Pirelli e il suo dominus Marco Tronchetti Provera. Insieme a Clessidra doveva entrare nel capitale delle holding a monte del gruppo con l’obbiettivo di ridurre la leva finanziaria dell’azienda e ridurre progressivamente il potere del presidente-azionista. Ma l’abile Tronchetti l’ha tenuto in ballo per qualche mese senza far vedere fino in fondo i conti delle sue scatole finanziarie fino a quando i rapporti si sono interrotti non senza un qualche risentimento. E il distacco dal mondo Mediobanca è aumentato. “I salotti hanno dimostrato di non portare valore alle aziende – aveva confidato Andrea in quell’occasione – sono nati per proteggere invece che per sviluppare. Il private equity invece dà i soldi a chi li merita per far crescere le aziende”. Un diverso modo di pensare emerso anche quando John Elkann e Nagel gli hanno chiesto di entrare nel cda della Rcs per rafforzare il plotone degli indipendenti. Una mossa di facciata che ha mostrato la corda con le dimissioni prima del neo presidente Unicredit Giuseppe Vita e poi dello stesso Bonomi, anche se i rapporti con la famiglia Agnelli sono rimasti buoni, forse perché l’Avvocato
amava molto la sciura dei danée.

Con l’offerta su Rcs, Bonomi ha riallacciato, semmai siano stati interrotti, i rapporti con i salotti, sempre attraverso la mediazione di Nagel. E ora si trova capo cordata della difesa del Corriere contro l’assalto di Urbano Cairo.

http://www.repubblica.it/economia/finanza/2016/05/16/news/chi_e_bonomi_il_finanziere_che_tutti_chiamano_in_aiuto-139908926/