30 maggio 2016 | 17:10

Nel ventunesimo secolo non basta fare un settimanale, ma l’Economist non sarà mai una video company, dice la direttrice, Minton Beddoes. Puntiamo sui social network perché non vogliamo sembrare nonni in discoteca

“Non mi importa se le persone leggono sulla carta o in digitale, ma voglio che abbiano un abbonamento premium per poter accedere a entrambi” i contenuti. Così la direttrice dell’Economist, Zanny Minton Beddoes, spiega al Guardian che direzione intende assumere la storico settimanale londinese, fondato nel 1843, di cui è alla guida dal 2015.

Zanny Minton Beddoes

“Non stiamo diventando una video company”, assicura Minton Beddoes, riferendosi alla recente inaugurazione di Economist Films, che produrrà 22 documentari brevi quest’anno. “Stiamo testando soluzioni editoriali”, ha spiegato, “sono convinta che dobbiamo provare nuove cose per vedere come funzionano”.

Per esempio i social network: “è un modo per raccontare alla gente cosa facciamo e per catturare nuovi lettori e abbonati”. L’Economist, infatti, che ha in programma di raddoppiare i ricavi da diffusione globale in cinque anni, ha 36 milioni di fan sulle piattaforme social come Facebook, Twitter, Linkedin e Google+. Ma “Dobbiamo rimanere noi stessi anche sui social media”.

“Cosa significa per l’Economist rimanere sé stesso? Sue caratteristiche sono sempre state capacità di sintesi e di analisi e funzionano piuttosto bene anche sui social. Pochissimi sono i contenuti accessibili gratuitamente, ma twittiamo comunque un gran numero di articoli”.

“Non vogliamo fare il nonno in discoteca”, ha assicurato la direttrice della testata di cui la famiglia Agnelli tramite Exor è primo azionista con il 43,4%. “Il settimanale rappresenta le fondamenta dell’Economist, ma nel 21 secolo non è più abbastanza”.