30 maggio 2016 | 17:56

Inpgi e Fnsi ribattono al servizio di Report. I giornalisti non sono dei privilegiati, dice Macelloni. In onda propaganda, non giornalismo d’inchiesta, aggiunge Lorusso

“Non è vero che i giornalisti sono dei privilegiati: pagano da soli le loro pensioni ed il loro sistema di ammortizzatori sociali, senza scaricare il costo sulla fiscalità generale”. Lo ha detto a Bolzano la presidente dell’Inpgi Marina Macelloni, intervenuta alla consulta sindacale, in riferimento al servizio della trasmissione di Rai3 ‘Report’, andato in onda domenica 29 maggio.

“Il disavanzo fra entrate ed uscite nei conti dell’Inpgi deriva sostanzialmente da una forte crisi dell’occupazione, che ha portato negli ultimi cinque anni alla perdita di oltre tremila posti di lavoro, il 18% dell’occupazione del settore, contro il 3% perso negli altri settori”, ha detto ancora la presidente dell’Istituto previdenziale dei giornalisti, secondo quanto riporta l’agenzia Ansa.

“È vero che i giornalisti attualmente possono ancora andare in pensione di anzianità a 57 anni con almeno 35 anni di contributi, ma con una decurtazione del 20%, quindi non è una pensione piena”, ha concluso.

Nel pomeriggio è arrivato anche il commento del segretario della Fnsi, Raffaele Lorusso, che, sempre in riferimento al servizio della trasmissione condotta da Milena Gabanelli, ha detto: ”Quello che è stato mandato in onda ieri non ha niente a che fare con il giornalismo d’inchiesta. E’ propaganda”. “E’ stata portata avanti una tesi che gli autori del programma hanno sposato in pieno senza preoccuparsi di dare voce all’altra parte, con evidente malafede. Il tema Ingpi esiste”, ha precisato secondo quanto riporta ancora Ansa, “e riguarda un mercato del lavoro giornalistico che batte in ritirata ormai da sei anni, un’occupazione che non cresce, la diminuzione dei contribuenti. Sono temi di cui dovrebbe farsi carico anche Report, come tutte le altre trasmissioni Rai che utilizzano lavoro giornalistico, perché è noto che a Report è largamente diffuso il lavoro senza diritti e, quindi, rappresenta quel tipo di ‘caporalato 2.0′, il caporalato nell’era del jobs act”. “Questo andrebbe affrontato sicuramente”, ha concluso, “come ha più volte denunciato l’Usigrai”.

Raffaele Lorusso