07 giugno 2016 | 18:38

Identità digitale e banda ultralarga sono le richieste dei cittadini al governo. Il ministro Madia all’Innovation Week di Edison: le riforme ci sono, ora serve l’impegno di tutti. Fondamentale l’interazione pubblico-privato

di Matteo Rigamonti – Quattro italiani su dieci (il 39,8,%) temono che l’innovazione digitale possa far perdere posti di lavoro, ma nove su dieci (90%) condividono gli obiettivi contenuti nell’Agenda digitale italiana, ovvero l’insieme di azioni e norme per lo sviluppo delle tecnologie che il governo deve realizzare nell’ambito della strategia Europa 2020. Lo rivela ‘Italia, Chefuturo!’, il Rapporto 2016 Cotec-Censis sulla Cultura dell’innovazione in Italia, realizzato in collaborazione con Che Banca! e presentato questa mattina a Milano in occasione dell’apertura dell’Innovation Week 2016 di Edison, intitolata ‘Il battito dell’innovazione’.

Da sinistra: Giorgio De Rita, Claudio Roveda, Elio Catania, Marco Gay, Valentino Ghelli, Massimiliano Magrini

Per l’occasione, nell’ambito di una presentazione moderata dal digital champion Riccardo Luna, sono intervenuti: il ministro per la Semplificazione e la pubblica amministrazione, Marianna Madia, Marc Benayoun, amministratore delegato di Edison, Claudio Roveda, direttore generale della Fondazione Cotec, Valentino Ghelli, presidente di Che Banca!, Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, Elio Catania, presidente di Confindustria digitale, Marco Gay, presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria, e Massimiliano Magrini, cofondatore e managing partner di United Ventures.

Marc Benayoun, amministratore delegato di Edison

“L’innovazione non si può fare senza cultura dell’innovazione”, ha esordito Luna, prima di passare la parola all’ad di Edison, Marc Benayoun, che ha ricordato come parlare oggi di innovazione significhi parlare “non solo di tecnologia, ma anche di internet of things, dispositivi interconnessi, sharing economy e domotica”. L’innovazione, ha ricordato Benayoun, è un settore che vede ogni anno 3 miliardi di persone connesse e 8 miliardi di device a livello globale. Lo sanno bene in Edison, una utility che “da 130 anni scommette sull’innovazione, nonché una delle primissime a scegliere di dialogare direttamente con i suoi interlocutori”, anche grazie ai social network.

Giorgio De Rita, segretario generale del Censis

“L’innovazione è vista dagli italiani come la possibilità di andare oltre il recinto solito dei confini”, ha proseguito Giorgio De Rita. “Per il 49,1% degli italiani – ha spiegato il segretario generale del Censis – innovazione è sinonimo di introduzione di qualcosa che cambia decisamente le abitudini della gente”. Ma c’è un “39,8% di italiani per cui l’innovazione potrebbe distruggere posti di lavoro”, perché contribuisce a rendere meno indispensabile l’attività dell’uomo.

Un estratto del report

E se per sei italiani su dieci (56,6%) degli italiani, il sinonimo di innovazione è oggi rappresentato dall’auto ibrida o elettrica e ha a che fare con una nuova idea di mobilità, prosegue De Rita, anche la domotica assume una certa importanza. Ma soprattutto, ai primi due posti “delle richieste da parte dei cittadini al governo ci sono identità digitale e banda ultralarga”. Anche se, “come dimostra il rapporto, l’amministrazione digitale non suscita particolare enfasi emotiva nei cittadini”.

“Capisco che leggere la parola innovazione accanto all’aggettivo pubblico possa essere ancora oggi percepito da molti come un ossimoro”, ha replicato Marianna Madia, ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione. “Ma la realtà ci dice che storicamente le grandi innovazioni sono state promosse dall’organizzazione pubblica, come ha fatto per esempio il governo americano con la Silicon Valley”.

Marianna Madia. ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione

Il ministro Madia si è soffermato sulla riforma della pubblica amministrazione, che “aiuta a migliorare la crescita del Paese” e “non può più essere impostata come si sarebbe fatto venti anni fa”. Le nuove tecnologie, infatti, sono “uno strumento fondamentale”, secondo il ministro, e “ci consentono di trasformare la p.a. in modo più democratico perché con esse si può garantire una maggiore trasparenza”.

Sul Sistema Pubblico per “l’identità digitale (Spid) – ha assicurato Madia – ci siamo dati delle scadenze ben precise che vedono la fine del 2017 per avere dei progetti finiti”. Secondo il ministro, “il motore c’è già, ma manca la carrozzeria da costruire intorno alla macchina”. “Ci rimane da costruire una parte importante, è un processo che non può essere compituo dall’oggi al domani”. Ha appena aderito l’Università La Sapienza di Roma e altre amministrazioni e soggetti lo faranno entro la fine del 2017″.

Un “punto fondamentale” nella riforma della p.a., ha spiegato Madia, rivolgendosi a Elio Catania e Marco Gay di Confindustria, “è l’interazione con il privato”. “Se il privato ci crede questo è il momento di fare uno sforzo collettivo per capire se veramente crediamo in questo progetto e in questa visione”.

“Se vogliamo che ogni cittadino in Italia possa accedere a tutti i servizi con un unico pin”, ha proseguito Madia, “dobbiamo garantire Internet a tutti”. Motivo per cui la risposta a questa esigenza non può che essere quella “che sta dando il governo, e cioè la pubblicazione del bando per la banda ultralarga”. Sono “due progetti paralleli”, secondo Madia, “perché se non c’è l’offerta non ci può essere nemmeno la domanda”, di servizi da parte dei cittadini e cresce “il divario sociale”.

Altro tema affrontato dal ministro è stato il “freedom of information act: oggi l’Italia ha una legislazione tra le più innovative sulla trasparenza, che permette ai cittadini e gli imprenditori, che non stanno nella pubblica amministrazione, di conoscere dati e documenti della p.a. Io penso che una società civile che crede nell’istituzione debba essere messa nelle condizioni di capire e interagire con essa”.

“Abbiamo il dovere morale – ha concluso Madia – di non sprecare le risorse pubbliche che ci sono per l’innovazione della pubblica amministrazione”. Sia ”, sia quelle “nazionali” sia quelle che “l’Unione europea” mette a disposizione dei Paesi membri.

Claudio Roveda, direttore generale della Fondazione Cotec

“Siamo al secondo posto in Europa, dopo la Germania, per capacità di innovare”, ha ricordato Roveda, dg della Fondazione Cotec, “ma senza aumento della produttività non c’è crescita economica”. In particolare, secondo Magrini di United Ventures, le imprese italiane dovrebbero investire di più: “senza andare troppo lontano, il nostro capitale di rischio destinato all’innovazione – ha ricordato – è di molto inferiore rispetto a quello dei nostri vicini di casa europei”.

Massimiliano Magrini, cofondatore e managing partner di United Ventures

A confermare l’importanza dello sviluppo digitale per il tessuto economico del Paese sono stati i rappresentanti delle imprese. Elio Catania, presidente di Confindustria digitale, ha ricordato che il ritardo, finora, “ci è costato due punti percentuali di prodotto interno lordo”. Secondo Catania, “la rivoluzione digitale deve partire dalla testa delle pmi italiane”.

Elio Catania, presidente di Confindustria digitale

In che modo l’ha suggerito Marco Gay: per il presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria, “dopo le quote rosa, dovremmo introdurre le quote digitali nei board delle pmi”. “Un digital champion in ogni cda”, ha suggerito Luna. Certo è che, ha puntualizzato Gay, “non possiamo più perdere tempo: così come abbiamo saputo innovare in prodotti e processi, è giunta l’ora di farlo anche nel digitale”.

Marco Gay, presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria

Ecco il confronto tra l’Italia e il resto del mondo secondo il Rapporto 2016 Cotec-Censis:

Una visione che ha trovato conferma nelle parole di Valentino Ghelli, presidente di Che Banca!, secondo cui, perlomeno nel settore della consumer finance, “chi non digitalizzerà i processi nei prossimi tre anni si troverà fuori mercato”.

Valentino Ghelli, presidente di Che Banca!