Televisione

21 giugno 2016 | 13:19

La produzione indipendente di intrattenimento vale solo il 3,9% del comparto tv in Italia e solo il 5% dei titoli trasmessi nel 2015 è di format nostrani. La ricerca Ce.R.T. A. per Apt (INFOGRAFICHE)

In Italia la produzione indipendente di intrattenimento pesa soltanto per un 3,9% del comparto tv (0,3 miliardi di euro), contro l’8,8%, per esempio, del Regno Unito (1,5 miliardi). Questa la fotografia del mondo della produzione indipendente di intrattenimento scattata dal Centro di ricerca sulla televisione e gli audiovisivi e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (Ce.R.T.A) per l’Apt, l’associazione dei produttori televisivi indipendenti.

Stando a quanto emerge dall’analisi, presentata il 20 giugno a Milano e realizzata attraverso la mappatura delle produzioni di intrattenimento messe in onda nell’anno 2015 sui principali canali free e pay del panorama televisivo italiano, negli scorsi 12 mesi solo 4.344 ore di intrattenimento (il 31% del totale, pari a 13.850 ore) è stato realizzato da produttori indipendenti (contro un 69% di produzione interna). Circa un quarto dei programmi di intrattenimento è rappresentato dai format, in gran parte stranieri: solo il 5% dei titoli e delle ore in onda l’anno scorso è di format originali italiani.

Diversa la situazione fuori dai confini con il Regno Unito, che è leader globale nell’esportazione di format, con 122 adattamenti nel mondo solo nel 2015, dove negli ultimi 15 anni si è registrato un consolidamento del sistema e un ruolo attivo della Bbc nello stimolare la creatività interna. Tra gli altri paesi, anche in Francia si sta registrando una crescita nel valore dell’esportazione, passata da 13 a 25,4 milioni di euro tra il 2008 e il 2015, e un maggior peso delle  factory creative, tendenza quest’ultima che si afferma anche in Israele, Olanda e Irlanda.

In Italia l’intrattenimento resta un genere chiave (oltre 290 i programmi realizzati l’anno scorso, per un totale di 13.850 ore, specie in prime time), ma la produzione indipendente pesa ancora troppo poco. Circa un quarto dei programmi di intrattenimento (e un quinto delle ore) è costituito da format, in gran parte internazionali: solo il 5% dei titoli e delle ore in onda nel 2015 è di format originali italiani.

Per quanto riguarda i generi dell’intrattenimento, emergono sugli altri il factual e l’infotainment, che complessivamente coprono il 54% dell’offerta complessiva. I due generi costituiscono anche l’esempio di due strategie tra loro opposte: per il factual, la cui realizzazione si appoggia più frequentemente sulla produzione indipendente, si registra un’ampia varietà e numero dei titoli in circolazione; mentre l’infotainment punta decisamente su prodotti più consolidati (con numerose stagioni alle spalle) e, in definitiva, di maggiore durata in termini di ore di programmazione complessive. Tre i generi su cui si concentra la produzione indipendente, abitualmente collocati in fasce prominenti del palinsesto come il preserale, l’access e il prime time. Si tratta dei game, dei reality e dei talent.

La ricerca ha anche tracciato i profili con i modelli organizzativi delle case di produzione indipendenti italiane, individuandone sostanzialmente 4 tipologie: le mega indies, realtà di grandi dimensioni, spesso inserite in gruppi internazionali, italian majors, società orientate soprattutto a uno spettacolo e intrattenimento mainstream, atelier creativi, con realtà di piccole dimensioni, artigianali, con una specializzazione forte su determinati generi, e branded storytellers, agenzie capaci di lavorare anche su fronti non strettamente televisivi.

L’indagine ha infine individuato quattro aree dalle quali partire per far crescere le realtà di produzione indipendente. Prima fra tutte l’esportazione, per favorire la quale vanno rafforzati i rapporti con mercati consolidati come Spagna ed Est Europa, o emergenti come Middle e Far East asiatico; i diritti, spesso ‘contesi’ tra produttori e emittenti; le procedure di ‘commissioning’, ancora troppo legate a rapporti spesso informali e personali che penalizzano specie le piccole realtà; le modalità produttive: sarebbe auspicabile, per le case di produzione, avere maggior controllo sulla realizzazione del contenuto.
Tre invece gli ambiti in cui si può intervenire, a cominciare della regolamentazione e dalle politiche pubbliche, con l’attivazione di sistemi di supporto alla produzione d’intrattenimento. Non marginale poi deve essere il ruolo del servizio pubblico che dovrebbe trasformarsi in un volano e traino dell’intero comparto. Infine, ultimo ma non meno importate, la creazione di un mercato interno solido.

- Leggi o scarica la sintesi della ricerca (.pdf)