24 giugno 2016 | 18:28

Brexit cambia gli scenari anche nello sport. Renderà più difficile la difesa dei diritti, scrive Eurosport: i club di Premier League s’apprestavano a guadagnare (molto) di più per effetto dei nuovi diritti tv internazionali

(Eurosport) Brexit: 46 milioni e mezzo di inglesi hanno scelto di non far più parte dell’Unione Europea innescando un effetto domino di 32 referendum preordinati da 45 partiti continentali, oltre alle repliche dai confini del Regno Unito fra Nicola Sturgeon animatrice di una Scozia parte dell’Unione Europea e Declan Kearney promotore dell’Irlanda Unita e indipendente dal Regno. Perché la Premier League non voleva Brexit Allo stato attuale delle cose, c’è una veduta drammatica sui mercati europei, ma in termini economici e commerciali sarà l’Inghilterra a dover saldare le peggiori conseguenze della Brexit. Per questo, a inizio settimana, tutti i 20 club della Premier League avevano espresso il loro favore sulla permanenza della Gran Bretagna all’interno dell’Unione Europea. E così aveva parlato l’amministratore delegato Richard Scudamore al convegno annuale dell’Institute of Directors:

” Credo che noi, nel Regno Unito, dobbiamo essere in Europa per una prospettiva di carattere commerciale. Credo nella libera circolazione delle merci, ma quando si tratta di servizi, soprattutto nel mondo audiovisivo, dobbiamo avere un diritto al territorialismo.”

Richard Scudamore

Come non detto… La Brexit renderà più difficile la difesa dei diritti di proprietà intellettuale, specie sottoforma di contratti di trasmissione merci e proprio mentre i club della Barclays Premier League s’apprestavano a guadagnare (molto) di più per effetto dei nuovi diritti televisivi nazionali e internazionali, in vigore dalla prossima stagione. La Premier League è diventata nell’ultimo decennio la mecca degli investitori stranieri, con 14 club del massimo campionato inglese di proprietà totale o sostanziale di imprenditori esteri. Se da una parte l’effetto Brexit favorirà in termini economici l’acquisto di un club da parte di un fondo straniero, è però vero che si complicheranno i nuovi accordi commerciali fra le aziende britanniche e i fondi esteri in base alla borsa… Ovvero meno investimenti da parte di società estere che, fino a ieri, hanno tratto vantaggio dalla partecipazione della Gran Bretagna al mercato di libero scambio dell’UE. Una nuova generazione d’investitori attratti da una logica di profitto finanziario potrebbe quindi “ritirarsi” per il rischio di un crollo della sterlina, scoraggiando ogni forma d’investimento Oltremanica.

 Il tesseramento dei giocatori stranieri

Allo stato attuale, circa il 65% dei giocatori che militano in Premier League sono stranieri. Nel campionato inglese, non c’è un limite di calciatori extracomunitari tesserabili dai club mentre tutti i giocatori europei (in possesso del passaporto UE) giovano della libera circolazione dei lavoratori nei paesi che aderiscono all’Unione Europea. Si tratta ora di capire, e non ci è dato saperlo se non ipotizzando gli scenari possibili, come saranno “trattati” in materia di tesseramento i calciatori europei:
Come gli extracomunitari che per giocare in Premier League, ovvero ottenere un permesso di lavoro, devono aver disputato il 75% delle partite con le loro Nazionali negli ultimi 2 anni.
Secondo nuove regolamentazioni per il tesseramento dei calciatori cittadini dell’UE.
Con la (molto probabile) richiesta da parte del Governo inglese di permanenza della Premier League nello Spazio Economico Europeo, lasciando di fatto immutate le norme in vigore.

Cristiano Ronaldo protagonista della stagione 2008/09 con la maglia del Manchester United – AllsportSe i giocatori UE venissero considerati “extracomunitari” Se invece la Brexit romperà ogni rapporto in essere sulla libera circolazione dei lavoratori, eguagliando i calciatori dell’Unione Europea a quelli extracomunitari, i club di Premier League dovranno rapportarsi alle regole FIFA per il tesseramento dei giocatori in base a una percentuale di apparizioni internazionali, e su scala variabile nel ranking FIFA del paese di provenienza. Norme che avrebbero permesso a solo 50 degli attuali 161 giocatori stranieri della Premier League di ottenere un permesso di lavoro secondo le % del ranking Fifa in base alla federazione di appartenenza:
30% 1-10 posto nel ranking Fifa
45% 11-20 posto nel ranking Fifa
50% 21-30 posto nel ranking Fifa
75% 31-50 posto nel ranking Fifa
Pensate allora al recente passato della Premier League fra Eric Cantona, Paolo Di Canio o Cristiano Ronaldo, ma anche al fatto che:
Molti calciatori sudamericani “aggirano” ad oggi le restrizioni della FA richiedendo il passaporto spagnolo o portoghese, o si avvalgono dei requisiti già soddisfatti con la permanenza in un campionato di un altro paese dell’Unione Europea (esempi: Angel Di Maria, Diego Costa, Leonardo Ulloa).
Molti giocatori stranieri vengono ingaggiati da club della Premier League e poi “girati” in prestito in altri campionati dell’Unione Europea con regole meno restrittive per l’ottenimento della cittadinanza UE, e quindi richiamati nel club d’appartenenza.
(…)
http://it.eurosport.com/calcio/premier-league/2016-2017/brexit-e-i-suoi-scenari-come-puo-cambiare-la-premier-league_sto5660721/story.shtml