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05 luglio 2016 | 14:10

Il 90% dei ricavi tv in Italia sono divisi tra Sky, Mediaset e Rai, dice il presidente Agcom Cardani nella relazione annuale al parlamento. Continua il calo strutturale nell’editoria, mentre tiene la radio (DOCUMENTO)

I ricavi del settore media calano nel 2015 dell’1.2%, passando da 14,378 miliardi del 2014 a 14,207 miliardi: un dato che rappresenta però una nota positiva se paragonato alle flessioni degli anni precedenti. E’ quanto emerge dalla Relazione annuale dell’Agcom (PDF), che nota come la fase recessiva del sistema informazione degli ultimi anni subisca una battuta di arresto. Tv e radio occupano la fetta maggiore (8,501 miliardi, +0,8%). In netto calo ancora l’editoria (3,998 miliardi, -7.5%); cresce Internet (1,708 miliardi, +5,2%).
Si intravede una nuova direzione, ha spiegato il presidente Cardani, verso la quale sta evolvendo l’industria dei media scandita dalle prospettive offerte dai processi di convergenza media-telco, ora possibili anche grazie alla disponibilità di una connessione veloce (banda larga e ultralarga).

Il presidente Agcom, Angelo Marcello Cardani (foto Olycom)

La tv in chiaro produce tuttora la parte più consistente degli introiti (4,5 miliardi nel 2015, in crescita dell’1,4% sull’anno precedente), anche se il divario rispetto alla pay tv si è andato riducendo negli ultimi anni. Le offerte a pagamento toccano quota 3,324 miliardi nel 2015 (-1,5% rispetto ai 3,375 miliardi del 2014). Nell’ambito dell’editoria, i quotidiani passano da 2,111 a 2,011 miliardi di ricavi, in calo del 4,7%, mentre i periodici perdono il 10% (da 2,209 miliardi a 1,987 miliardi). La principale fonte di ricavo resta la pubblicità all’interno dei programmi tv, che pesa per il 41% sulle entrate complessive, ‘tallonata’ dalle offerte tv a pagamento, incluse quelle sul web (38%). Più contenuto il peso dei fondi pubblici (21%), che includono il canone Rai, le convenzioni con soggetti pubblici e le provvidenze pubbliche erogate alle emittenti.

Parlando nel dettaglio del sistema televisivo, Cardani ha parlato di una realtà tripolare. Circa il 90% dei ricavi totali nel 2015 è detenuto dai tre big, con Sky che resta regina con una quota del 32,5% (in calo di 1 punto sul 2014); Mediaset è ancora seconda con il 28,4% (+0,4%), tallonata da Rai con il 27,8% (+0,3%). Poi Discovery con il 2,3% (+0,3%) e il gruppo Cairo con l’1,5% (-0,2%). Gli altri soggetti occupano insieme il 7,4% (+0,1%).

“Sia la televisione in chiaro sia quella a pagamento continuano a essere settori particolarmente concentrati, sebbene l’evoluzione tecnologica abbia determinato un aumento delle possibilità di ingresso nel mercato da parte di nuovi soggetti e su più piattaforme distributive”, ha spiegato Cardani. Nella tv in chiaro  pur con una riduzione delle quote dei primi due operatori, si conferma il ruolo preponderante di Rai, che detiene una quota del 48,3%, seguita da Mediaset, con una quota del 35%. Sul fronte pay tv la fa da padrone il gruppo Sky, con una quota pari al 76% nel 2015 (-1,1% rispetto al 2014); a netta distanza Mediaset, che con Premium occupa il 19,4% del mercato (con un +1,1%). Rai e Mediaset, pur perdendo share rispetto al 2010, restano di gran lunga gli operatori principali con quote di ascolto rispettivamente del 37% e del 32% nel giorno medio. Discovery e il gruppo Sky detengono quote comprese tra il 5% e il 6%, mentre la quota di Cairo Communication resta al di sotto del 4%. Immancabile un riferimento alla rilevazione dei dati di audience, che ha spiegato il presidente Agcom, rappresentano “il punto di partenza delle scelte strategiche dei diversi operatori” e per questo “è necessario che siano univoci e condivisi da tutti e che la rilevazione sia fondata su meccanismi che ne garantiscano la trasparenza e l’indipendenza”. Cardani ha ricordato che l’Autorità ha avviato di recente un’indagine conoscitiva sui sistemi di rilevazione degli indici di ascolto, per “verificare la tenuta complessiva dell’intero sistema delle rilevazioni delle audience di tutti i mezzi di comunicazione, incluso Internet”.

Cardani ha parlato anche del ‘sogno’  della creazione di un “servizio pubblico radiotelevisivo europeo che produca e lavori sulla base di valori condivisi, pur nell’ovvio rispetto delle libertà editoriali e delle specificità nazionali”. “L’idea di Europa che vogliamo, senza muri ideologici e fisici, multiculturale e multirazziale, all’altezza delle sfide mondiali – dice – dovrebbe ben avere un comune denominatore dal punto di vista dell’offerta radiotelevisiva di servizio pubblico”.  Cardani ha parlato in positivo della consultazione pubblica lanciata dal governo in vista del rinnovo della concessione tra Stato e Rai, in scadenza il 31 ottobre, “nel tentativo, per la prima volta, di coinvolgere il più ampio numero di cittadini, e non solo gli addetti ai lavori, nella ridefinizione dei compiti del servizio pubblico”. Per il presidente dell’Autorità, “è indubbio che occorre oggi interrogarsi sugli obiettivi di interesse generale svolti dal servizio pubblico radiotelevisivo e multimediale, al di là degli obiettivi conseguiti dal mercato. È un interrogativo che coinvolge tutti i paesi europei nell’intento di ripensare la missione di un servizio pubblico, tipico del vecchio continente, anche nell’era digitale. Mi piacerebbe che la risposta a chi ritiene superata l’epoca dei servizi pubblici radiotelevisivi fosse un lavoro comune, di tutti i Paesi membri, volto alla creazione di una Carta dei servizi pubblici radiotelevisivi europei. L’idea di Europa che vogliamo, senza muri ideologici e fisici, multiculturale e multirazziale, all’altezza delle sfide mondiali, dovrebbe ben avere un comune denominatore dal punto di vista dell’offerta radiotelevisiva di servizio pubblico”. “Parliamo tanto di coesione, identità condivise, cittadinanza europea. Possiamo a priori rinunciare al sogno di un servizio pubblico radiotelevisivo europeo che produca e lavori sulla base di valori condivisi, pur nell’ovvio rispetto delle libertà editoriali e delle specificità nazionali? Penso sia qualificante ed importante – sottolinea Cardani – portare questo tema all’attenzione di tutte le istituzioni coinvolte e coinvolgibili. L’Autorità non si sottrarrà al confronto costruttivo”. Il rinnovo della convenzione, ha detto ancora il presidente Agcom, è l’occasione “per interrogarsi non solo sul ruolo del servizio pubblico radiotelevisivo e multimediale nel contesto digitale, ma anche sulle modalità organizzative e gestionali con cui la società affidataria del contributo pubblico darà risposta alle sfide poste da nuovi bisogni e da una diversa percezione dell’utilità collettiva del servizio”.

Passando all’editoria la situazione di crisi conferma nel 2015 il suo carattere strutturale. I ricavi complessivi del settore quotidiani sono calati del 5%, con una contrazione maggiore dei ricavi pubblicitari (-6%) rispetto a quelli che derivano dalla vendita di copie inclusi i collaterali (-4%). La crisi dei quotidiani, che si manifesta anche nella riduzione netta del numero di testate sul mercato, jhha inevitabili riflessi sull’ampiezza e sulla qualità dei contenuti informativi.

Situazione diversa invece per la radio che nel 2015 ha registrato circa 650 milioni di euro di ricavi, affrontando la crisi del settore pubblicitario meglio degli altri media. In un contesto di generale calo per i mezzi tradizionali le risorse pubblicitarie del settore radiofonico sono cresciute del 12% rispetto al 2014, dopo una riduzione iniziata nel 2010. Inoltre a fronte di  risorse pubbliche pressoché stagnanti e sotto attenta revisione da parte del legislatore, i ricavi pubblicitari delle radio aumentano il loro peso sul totale delle risorse (78% nel 2015, a fronte di un 70% nell’anno precedente).

Continua invece il trend positivo per la raccolta pubblicitaria sul web in Italia (unica eccezione la lieve flessione del 2013), che nel 2015 raggiunge un valore stimato pari a 1,708 miliardi di euro. Il contributo più consistente deriva dalla pubblicità di tipo display e video, la cui quota sul totale, dal 2013, è stabilmente sopra il 50% e ha presentato un trend di ricavi in costante aumento; per il 2015, l’incremento stimato di questi ricavi è del 6%. Alla velocità delle trasformazioni tecnologiche in atto nel sistema dei media non corrisponde un andamento altrettanto dinamico della struttura e della composizione dei ricavi, che risulta invece caratterizzata dalla difficoltà per gli operatori, in tutti i mercati dell’informazione (ancor più a livello locale), di individuare modelli di business adatti al contesto digitale”. “Nel Sistema Integrato delle Comunicazioni (SIC), che nel 2015 mostra una sostanziale tenuta rispetto al 2014 ed assume complessivamente un valore di circa 17 miliardi di euro, l’area dei servizi di media audiovisivi e radiofonici anche sul web continua a detenere la maggiore incidenza sul totale dei ricavi (49,2% per un ammontare di 8 miliardi di euro). L’editoria quotidiana e periodica, anche su web, rappresenta il 26% dei ricavi del SIC per un valore di 4,5 miliardi di euro. A fronte del maggior tempo destinato dagli italiani alla navigazione, prosegue la crescita dei ricavi da pubblicità online, che raggiunge 1,7 miliardi di euro (9,5% del SIC contro l’8,4% dell’anno precedente)”, ha detto Cardani.

Passando al tema della banda larga, la diffusione degli accessi a banda ultralarga in Italia sono passati dal 3,8% della popolazione del 2014 al 5,4% del 2015, ma si tratta di una percentuale “ancora molto bassa”, ha evidenziato Cardani, secondo il quale sono due i fattori determinanti: “Un minor livello di specializzazione e cultura digitale da un lato e l’invecchiamento della popolazione dall’altro”, ma per la banda larga anche i prezzi; agli italiani serve almeno l’1,8% del reddito pro-capite, contro l’1,3% europeo. Malgrado l’Italia risalga di un posto (dal 26mo al 25mo) nell’indice Digital Economy and Society che classifica i Paesi dell’Unione europea in base alle performance e al rendimento digitali, la situazione del Paese in questo campo è ancora di estrema arretratezza. Il problema non è tanto, o non solo, quello dell’offerta di rete: la banda ultralarga, infatti, è passata dal 36% delle abitazioni del 2014 al 44% del 2015, tuttavia sono una minima parte le famiglie che attivano l’abbonamento (appunto il 5,4%); quella larga raggiunge invece il 99% delle abitazioni ma ha conquistato solo il 53% delle famiglie. Un po’ per la scarsa conoscenza delle tecnologie, un po’ per ragioni anagrafiche, ma anche fattori culturali e abitudini di consumo che frenano la diffusione di Internet: “Non si spiega altrimenti la percentuale quasi doppia dell’Italia rispetto all’Ue di coloro che non hanno mai utilizzato Internet. Nel 2015, in Italia, tale percentuale è stata del 28% rispetto al 16% dell’Europa”. Basti pensare che lo shopping online è utilizzato solo dal 39% degli italiani (65% in Europa), il banking dal 43% (contro il 57%), il Video on demand il 19% (41% in Europa) e le News il 57% (contro il 68%). Meglio vanno le cose con i servizi dedicati alle nuove generazioni, come i Social Network (58% contro il 63%) e la gamma musica-video-giochi, in cui l’Italia supera la media europea (52% contro 49%). In ritardo sull’uso della rete sono anche industria e pmi, ma, ha sottolineato Cardani, “è da accogliere favorevolmente la politica del Governo attraverso la ‘Strategia per la crescita digitale’ e le azioni messe in campo dai decreti attuativi della Riforma Madia in materia di digitalizzazione e semplificazione della p.a.”. I consumatori italiani, invece, continuano a preferire l’accesso alle reti mobili rispetto a quelle fisse (75% di diffusione contro il 53% degli accessi alla rete fissa a banda larga base, sintomo di un rallentato processo di convergenza rispetto all’Europa in cui gli indicatori sono pressoché equivalenti e pari al 72 e al 75%”.

Nel 2015 il settore delle comunicazioni (tlc, media e servizi postali) ha registrato una contrazione dei ricavi dell’1% a 52,6 miliardi di euro. In particolare, le tlc sono scese dell’1,5% a 31,9 miliardi, con il fisso (-2,5% a 16,1 miliardi) che è sceso più del mobile (-0,5% a 15,7 miliardi); i media hanno registrato una contrazione dell’1,2% a 14,2 miliardi; i servizi postali sono invece cresciuti dell’1,8% a 6,4 miliardi. Il settore incide per oltre il 3% sul Pil. Su questo fronte, in merito al ruolo di Enel Agcom “seguirà l’evolversi delle vicende connesse”. “In tale ambito sarà rilevante la collaborazione con l’Autorità di settore, nonché la verifica dei possibili effetti concorrenziali nel caso di investimenti diretti della società nel settore delle tlc (vedi lo sviluppo di Enel Open Fiber e l’accordo con Metroweb), anche in prospettiva della nuova analisi di mercato”.

- Leggi o scarica la Relazione annuale 2016 dell’Agcom (PDF)