21 luglio 2016 | 18:00

Dalla necessità di autopromuoversi, allargando la propria audience, alla scelta di andare incontro ai lettori in situazioni di pubblica emergenza. Ecco i motivi che spingono i giornali ad abbattere (temporaneamente o per sempre) i loro paywall

Paywall or not paywall, questo il dilemma. In principio fu il New York Times che, tra i grandi quotidiani nel 2011 decise di lanciare il suo metered paywall. Da allora diversi giornali americani hanno seguito il suo esempio introducendo dei programmi per la sottoscrizione di abbonamenti digitali. E oggi, dei 98 giornali a stelle e strisce che hanno una circolazione superiore alle 50mila copie, circa l’80% ha una qualche forma di paywall secondo quanto ha rivelato uno studio dell’American Press Institute.

Ma in diverse occasioni sono diversi i quotidiani che hanno deciso di tornare sui loro passi, rendendo momentaneamente o, in alcuni casi per sempre, libero e gratuito l’accesso ai loro contenuti. A spiegare il perchè ci ha pensato uno studio dell’Università della California del Sud, sintetizzato da NiemanLab, che ha analizzato le situazioni in cui, dal 1999 al maggio 2015, si sono verificati questi cambiamenti di rotta. Nell’arco di tempo considerato sono 69 i casi noti, in 41 dei quali, la scelta è stata temporanea, negli altri 28 definitiva. E lo studio californiano ha cercato di spiegarne la motivazione.

Tra le prime cause individuate, eventi catalogati come pubbliche emergenze. Lo studio individua 21 occasioni di questo tipo, e cita come esempi l’emergenza successiva all’Uragano Sandy che nell’ottobre del 2012 colpì l’East Coast americana. In quell’occasione NYT e Wall Street Journal scelsero di disattivare temporaneamente il loro paywall. Lo stesso si verificò con la bomba alla maratona di Boston dell’aprile 2013, quando seguirono l’esempio dei due quotidiani anche il The Boston Globe e il Washington Post.

Nella foto, da sinistra Mitt Romney e Barack Obama impegnati in un dibattito per le elezioni del 2012 (foto Olycom)

In 8 casi le redazioni hanno scelto di rendere libero l’accesso alle loro news in concomitanza con eventi speciali, difiniti pianificati, come le elezioni o i giochi olimpici. Nel 2012 lo fecero Financial Times, New York Times e WSJ per l’election day. Scelta ripetuta dal FT lo scorso 23 giugno in occasione del voto inglese sulla Brexit.

In una decina di casi invece la scelta si è legata alla decisione del giornale di autopromuoversi o in seguito a partnership o sponsorizzazioni particolari. Come ad esempio ha scelto di fare il LA Times nel 2014 quando, per il restyling del suo sito ha offerto accesso gratuito per 3 giorni, con la sponsorizzazione esclusiva di Ethiad Airways; o il NYT nel 2013 in collaborazione con Starbucks, quando si impegnò di offrire ai clienti della catena di caffetterie l’accesso mensile gratuito a 15 storie.

In 17 situazioni invece la scelta è stata semplicemente dettata dalla volontà di allargare l’audience. In quest’ottica si è mosso in FT quando nel 2015 ha scelto di ridurre il prezzo dell’abbonamento, cercando di ricreare la stessa “abitudine alla lettura” che si veniva a creare col giornale cartaceo. Infine la sperimentazione, con il libero accesso utilizzato come metro per capire come indirizzare la propria attività giornalistica, andando incontro ai gusti dei lettori. Emblematico il caso del Dallas Morning News che nel giro di tre anni è passato da un paywall totale, a una versione free del sito integrata con una parte premium, successivamente eliminata definendola un “esperimento di 9 mesi non riuscito”.

Insomma, sembra suggerire lo studio, la decisione di adottare il paywall o come organizzarlo, non sembra essere una scelta definitiva, ma quanto mai in continua evoluzione, pronto a modificarsi per allinearsi alle esigenze, al piano strategico e alle dinamiche dei lettori di un giornale.