28 luglio 2016 | 12:28

Quarant’anni fa, il 28 luglio 1976, iniziava l’era delle radio libere. La prima a trasmettere è Radio Milano International, seguita dalla bolognese Radio Alice. Giacalone a Rtl 102.5: sul tema radio serve sensibilizzazione e conoscenza

28 luglio 1976, inizia l’era delle radio libere una sentenza della Corte Costituzionale sancisce la legittimità delle trasmissioni radiofoniche private, purché a diffusione locale.E’ la fine del monopolio della radio di Stato. L’Italia vede fiorire centinaia di nuove emittenti.

Radio Milano International (foto gruppo Corriere.it)

Radio Milano International (foto gruppo Corriere.it)

La prima e piu’ nota delle radio libere, e’ Radio Milano Intenational, che comincia le sue trasmissioni già il 10 marzo 1975, rompendo così il monopolio sulle frequenze.

La segue Bologna, che il 9 febbraio 1976, inizia le trasmissioni di Radio Alice.

Radio Milano International:  I fondatori, i fratelli Angelo e Rino Borra e i fratelli Piero e Nino Cozzi, tutti ventenni, la chiamano Radio Milano International perché si ispirano alle radio libere straniere e sono a favore dell’internazionalizzazione della musica. La radio trasmette direttamente dalla camera di Piero; i dischi e le voci sono quelli dei 4 ragazzi. Dopo poche settimane, grazie al passaparola, a Milano sono moltissimi ad ascoltarla. Radio Milano International è una novità dirompente nel panorama radiofonico, dominato fino a quel momento dalla Rai, e apre la strada al processo di liberalizzazione delle trasmissioni via etere. (Fonte Rai Storia)

Davide Giacalone è intervenuto questa mattina ai microfoni di RTL 102.5 durante la puntata di “Non Stop News” dedicata ai 40 anni dalla sentenza della Corte Costituzionale che, nel 28 luglio 1976, liberalizzò le trasmissioni radio in ambito locale e che ha visto ospiti anche i fratelli Angelo e Rino Borra, fondatori della prima emittente privata italiana, Radio Milano International.

Qui tutta la puntata: http://www.rtl.it/ospiti/41140/Angelo_Borra_a_RTL_102.5_ospite_in_Non_Stop_News/

 

“Non solo sono passati tanti anni ma quello che era all’inizio un settore pioneristico è poi diventato oggetto di studi”  - dice Giacalone  - “in sintesi, il mercato si aprì grazie a una sentenza della Corte Costituzionale che sostanzialmente aveva come schema: non è legittimo il monopolio fin qui vigente, provveda il legislatore a regolare la materia. Noi festeggiamo i quarant’anni ma stiamo ancora aspettando che funzioni una regolamentazione in qualche modo compiuta per il settore radio e radio-televisivo. Questo è capitato perché la gran parte delle forze politiche, stiamo parlando di quarant’anni fa ma poi per molti anni, si sono concentrate nella sostanziale difesa della RAI che non era più il monopolio RAI, ma la televisione pubblica. Ancora oggi molti sono convinti che per difendere una certa indipendenza e correttezza delle informazioni è bene avere una televisione pubblica, ma chi l’ha detto? Dove sta scritto? Questo ci ha portato dei ritardi e a degli errori che hanno danneggiato e danneggiano seriamente l’Italia e attraverso la radio si vede un pezzo del nostro problema nazionale. Primo esempio: quando partirono le televisioni via cavo la condizione per poter fare la televisione via cavo era  che su ogni cavo viaggiasse una sola televisione, quindi se volevi tre televisioni dovevi avere tre cavi che entravano in casa tua, questo tipo di proibizione, di costrizione, ha creato l’arretramento dell’Italia nella diffusione di quella che oggi chiamiamo banda larga e l’ha messo in una condizione di arretratezza rispetto ad altri Paesi che hanno avuto questo sviluppo. Secondo esempio: le frequenze su cui far lavorare le radio e le televisioni dovevano essere assegnate dello Stato, cioè tu soggetto devi avere le carte in regola, una volte che ce le hai, lo Stato ti assegna le frequenze perché sono un bene che viene amministrato in titolo collettivo. Questo non è mai successo, ancora oggi quarant’anni dopo continuiamo a commerciare in frequenze per l’assenza totale di adempimento alla legge da parte della Pubblica Amministrazione e con lo stesso criterio abbiamo in Italia l’arretramento rispetto al resto del mondo civilizzato della Radio Digitale che aspetta di essere assegnata e messa in funzione da anni e che ancora oggi esercitiamo in Italia a titolo sperimentale, dove non c’è assolutamente nulla da sperimentare. È come avere una patente a titolo sperimentale per andare in giro con la macchina: o ce l’ho o no, la macchina o è omologata o no. In questa assenza di legislazione e di regolazione sempre protesa alla difesa di un mondo che non può essere difeso, come quello dell’informazione, e poi dello spettacolo, gestito da una società pubblica, noi abbiamo creato le condizioni per  tre, quattro, cinque fondamentali arretratezze e nocumento alla ricchezza d’Italia. Quando ci si domanda perché non cresciamo quanto gli altri, queste sono le risposte.”

 

Fino alla sentenza 202 del 28 luglio 1976 le radio trasmettevano una rappresentazione estensiva della legge allora vigente ed erano esposte a denunce e sequestri. Va detto che in questo momento l’ignoranza, l’inadempienza, l’incapacità di capire quanto è importante il digitale porta i nostri legislatori in qualche modo non solo a non legiferare in materia, ma allo stesso tempo essere ciechi a qualcosa che rappresenta il presente. Come si fa a sensibilizzare la politica su questo?

 

“Se uno sapesse di cosa si sta occupando saremmo già a metà strada. Quella che dovrebbero sapere e che non viene detto con adeguata forza è che il digitale radiofonico non è partito in Italia come dovrebbe, ed è un mercato reale, perché le frequenze che sono assegnate nel piano di ripartizione europeo, quindi devono funzionare in tutta Europa, in Italia sono occupate e non si possono dare immediatamente; peccato che sia la RAI, è lo Stato stesso che occupa quello che dovrebbe assegnare. È evidente che occorre una sensibilizzazione, una cultura, una conoscenza, se non altro per evitare l’orrido, che è quello al quale stiamo assistendo.”

 

La parola magica di quegli anni era circolarità, diffusione circolare, che poteva significare tutto, sia una copertura  360 gradi che niente. E siamo rimasti ancor a quella interpretazione della legge.

 

Il monopolio era sulle trasmissioni circolari, se invece la trasmissione era da me e te non c’era il monopolio, solo che questo comportava che da un punto partissero qualche milioni di fili, personalmente, uno a uno. Vi segnalo che oggi il telefono che usiamo non ha più i fili, l’idea della monocanalità.

 

L’essere ancora immersi in una realtà nebulosa dal punto di vista normativo cosa comporta? Che la radio di oggi, 2016, non ha ancora delle regole chiare. Le concentrazioni editoriali qualcuno ci vuole pensare o no? Se si parla di TV diventa una faccenda politica e andiamo avanti tre anni, per le radio che dei gruppi editoriali possano pensare di creare posizioni dominanti, nel terzo millennio in Italia, è sostenibile?

 

“Stiamo parlando del fatto che un mercato che non viene regolato deve essere costantemente equilibrato, solo che ognuno ha un’idea diversa di equilibrio. Il punto è: se la più grande concentrazione nel campo dell’emittenza radio-televisiva è in capo allo Stato, puoi pensare di limitare le concentrazioni altrui al di sotto di quella che è la concentrazione che ha in mano lo Stato, la quale non ha tre reti televisive e reti radiofoniche, ma un numero N? Io non sono contro le concentrazioni, nel mercato ci sono, naturalmente è l’abuso di concentrazione, di posizione dominante, che deve essere impedito. Perché le concentrazioni non si trasformino in una morte del mercato, e quindi in monopoli di fatto, occorre che ci sia libertà ed eguaglianza di competizione; ma se io competo con le mani legate dietro la schiena e tu con le mani libere ed armato di coltello, chi vincerà? Quello con le mani libere. Se la radio non viene regolata, se io imprenditore non posso fare le mie scelte ragionevolmente supponendo di conoscere e di vedere applicata la legge, diventa tutto complicato. L’arretramento tecnologico porta un danno agli ascoltatori che continuano ad andare in giro e devono sintonizzare e risintonizzare, questo è un comportamento del secolo scorso e che ci trasciniamo dietro; crea un nocumento agli inserzionisti pubblicitari, non dimentichiamo che la pubblicità è parte della libertà del mercato ed è contro le concentrazioni. Una delle cose che si può usare contro le concentrazioni che creano poi delle solidità non scalfibili è infine l’imprenditore radiofonico che può bene aspirare, se ha intelligenza, coraggio, capacità, a diventare una concentrazione che acquista televisioni e giornali. Può farlo oggi un imprenditore radiofonico? Non è un problema se è bravo o meno, è che la legge continua a non essere applicata e lui continua a non poter competere con i gruppi più grossi perché ha le mani legate, questa è un’ingiustizia intollerabile.”

Davide Giacalone è intervenuto questa mattina ai microfoni di RTL 102.5 durante la puntata di “Non Stop News” dedicata ai 40 anni dalla sentenza della Corte Costituzionale che, nel 28 luglio 1976, liberalizzò le trasmissioni radio in ambito locale e che ha visto ospiti anche i fratelli Angelo e Rino Borra, fondatori della prima emittente privata italiana, Radio Milano International.

Qui tutta la puntata: http://www.rtl.it/ospiti/41140/Angelo_Borra_a_RTL_102.5_ospite_in_Non_Stop_News/

“Non solo sono passati tanti anni ma quello che era all’inizio un settore pioneristico è poi diventato oggetto di studi”  - dice Giacalone  - “in sintesi, il mercato si aprì grazie a una sentenza della Corte Costituzionale che sostanzialmente aveva come schema: non è legittimo il monopolio fin qui vigente, provveda il legislatore a regolare la materia. Noi festeggiamo i quarant’anni ma stiamo ancora aspettando che funzioni una regolamentazione in qualche modo compiuta per il settore radio e radio-televisivo. Questo è capitato perché la gran parte delle forze politiche, stiamo parlando di quarant’anni fa ma poi per molti anni, si sono concentrate nella sostanziale difesa della RAI che non era più il monopolio RAI, ma la televisione pubblica. Ancora oggi molti sono convinti che per difendere una certa indipendenza e correttezza delle informazioni è bene avere una televisione pubblica, ma chi l’ha detto? Dove sta scritto? Questo ci ha portato dei ritardi e a degli errori che hanno danneggiato e danneggiano seriamente l’Italia e attraverso la radio si vede un pezzo del nostro problema nazionale. Primo esempio: quando partirono le televisioni via cavo la condizione per poter fare la televisione via cavo era  che su ogni cavo viaggiasse una sola televisione, quindi se volevi tre televisioni dovevi avere tre cavi che entravano in casa tua, questo tipo di proibizione, di costrizione, ha creato l’arretramento dell’Italia nella diffusione di quella che oggi chiamiamo banda larga e l’ha messo in una condizione di arretratezza rispetto ad altri Paesi che hanno avuto questo sviluppo. Secondo esempio: le frequenze su cui far lavorare le radio e le televisioni dovevano essere assegnate dello Stato, cioè tu soggetto devi avere le carte in regola, una volte che ce le hai, lo Stato ti assegna le frequenze perché sono un bene che viene amministrato in titolo collettivo. Questo non è mai successo, ancora oggi quarant’anni dopo continuiamo a commerciare in frequenze per l’assenza totale di adempimento alla legge da parte della Pubblica Amministrazione e con lo stesso criterio abbiamo in Italia l’arretramento rispetto al resto del mondo civilizzato della Radio Digitale che aspetta di essere assegnata e messa in funzione da anni e che ancora oggi esercitiamo in Italia a titolo sperimentale, dove non c’è assolutamente nulla da sperimentare. È come avere una patente a titolo sperimentale per andare in giro con la macchina: o ce l’ho o no, la macchina o è omologata o no. In questa assenza di legislazione e di regolazione sempre protesa alla difesa di un mondo che non può essere difeso, come quello dell’informazione, e poi dello spettacolo, gestito da una società pubblica, noi abbiamo creato le condizioni per  tre, quattro, cinque fondamentali arretratezze e nocumento alla ricchezza d’Italia. Quando ci si domanda perché non cresciamo quanto gli altri, queste sono le risposte.”

Fino alla sentenza 202 del 28 luglio 1976 le radio trasmettevano una rappresentazione estensiva della legge allora vigente ed erano esposte a denunce e sequestri. Va detto che in questo momento l’ignoranza, l’inadempienza, l’incapacità di capire quanto è importante il digitale porta i nostri legislatori in qualche modo non solo a non legiferare in materia, ma allo stesso tempo essere ciechi a qualcosa che rappresenta il presente. Come si fa a sensibilizzare la politica su questo?

“Se uno sapesse di cosa si sta occupando saremmo già a metà strada. Quella che dovrebbero sapere e che non viene detto con adeguata forza è che il digitale radiofonico non è partito in Italia come dovrebbe, ed è un mercato reale, perché le frequenze che sono assegnate nel piano di ripartizione europeo, quindi devono funzionare in tutta Europa, in Italia sono occupate e non si possono dare immediatamente; peccato che sia la RAI, è lo Stato stesso che occupa quello che dovrebbe assegnare. È evidente che occorre una sensibilizzazione, una cultura, una conoscenza, se non altro per evitare l’orrido, che è quello al quale stiamo assistendo.”

La parola magica di quegli anni era circolarità, diffusione circolare, che poteva significare tutto, sia una copertura  360 gradi che niente. E siamo rimasti ancor a quella interpretazione della legge.

Il monopolio era sulle trasmissioni circolari, se invece la trasmissione era da me e te non c’era il monopolio, solo che questo comportava che da un punto partissero qualche milioni di fili, personalmente, uno a uno. Vi segnalo che oggi il telefono che usiamo non ha più i fili, l’idea della monocanalità.

L’essere ancora immersi in una realtà nebulosa dal punto di vista normativo cosa comporta? Che la radio di oggi, 2016, non ha ancora delle regole chiare. Le concentrazioni editoriali qualcuno ci vuole pensare o no? Se si parla di TV diventa una faccenda politica e andiamo avanti tre anni, per le radio che dei gruppi editoriali possano pensare di creare posizioni dominanti, nel terzo millennio in Italia, è sostenibile?

“Stiamo parlando del fatto che un mercato che non viene regolato deve essere costantemente equilibrato, solo che ognuno ha un’idea diversa di equilibrio. Il punto è: se la più grande concentrazione nel campo dell’emittenza radio-televisiva è in capo allo Stato, puoi pensare di limitare le concentrazioni altrui al di sotto di quella che è la concentrazione che ha in mano lo Stato, la quale non ha tre reti televisive e reti radiofoniche, ma un numero N? Io non sono contro le concentrazioni, nel mercato ci sono, naturalmente è l’abuso di concentrazione, di posizione dominante, che deve essere impedito. Perché le concentrazioni non si trasformino in una morte del mercato, e quindi in monopoli di fatto, occorre che ci sia libertà ed eguaglianza di competizione; ma se io competo con le mani legate dietro la schiena e tu con le mani libere ed armato di coltello, chi vincerà? Quello con le mani libere. Se la radio non viene regolata, se io imprenditore non posso fare le mie scelte ragionevolmente supponendo di conoscere e di vedere applicata la legge, diventa tutto complicato. L’arretramento tecnologico porta un danno agli ascoltatori che continuano ad andare in giro e devono sintonizzare e risintonizzare, questo è un comportamento del secolo scorso e che ci trasciniamo dietro; crea un nocumento agli inserzionisti pubblicitari, non dimentichiamo che la pubblicità è parte della libertà del mercato ed è contro le concentrazioni. Una delle cose che si può usare contro le concentrazioni che creano poi delle solidità non scalfibili è infine l’imprenditore radiofonico che può bene aspirare, se ha intelligenza, coraggio, capacità, a diventare una concentrazione che acquista televisioni e giornali. Può farlo oggi un imprenditore radiofonico? Non è un problema se è bravo o meno, è che la legge continua a non essere applicata e lui continua a non poter competere con i gruppi più grossi perché ha le mani legate, questa è un’ingiustizia intollerabile.”