Protagonisti del mese

02 agosto 2016 | 9:49

L’uomo dei miracoli

Ecco come Urbano Cairo ha conquistato Rcs MediaGroup con Intesa Sanpaolo angelo custode. E i consigli d’eccezione di Gaetano Miccichè e Banca Imi, Francesco Perilli di sim Equita e l’avvocato Sergio Erede. Tutti molto agguerriti nell’impresa

“Entro in punta di piedi, con molto rispetto per chi c’è già”: così Urbano Cairo, nel 2013, al momento di acquistare un primo pacchetto del 2,8% di azioni di Rcs MediaGroup, tirando fuori di tasca 16 milioni di euro. E aggiungeva che la sua era “una scelta spontanea di un editore puro che crede nell’editoria”. In realtà, come osservava Smile sul numero di agosto di Prima di tre anni fa, Cairo entrava “intelligentemente” nell’editrice del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport “per dare perennità al suo gruppo e per giocarsi qualche chance in più su La7”.

“Cominciamo col ricordare che è l’unico editore puro”, sottolineava l’opinionista. “E quindi l’unico professionista dell’editoria, essendo tutti gli altri dei dilettanti (in senso letterale e non offensivo) dal track record non troppo brillante”. Se questo era il giudizio, difficilmente però si sarebbe potuto ipotizzare allora che, in così poco tempo, l’uomo pur ambizioso e coraggioso avrebbe realizzato il proprio sogno grazie a un’abile operazione finanziaria (vedi Smile a pag. 14) e a una serie di favorevoli congiunzioni astrali.

Oggi, a cose fatte, si può dire che il primo e decisivo influsso benigno va rintracciato nella decisione di John Elkann, che, convinto alla fine dell’impossibilità di una partnership tra La Stampa e il Corriere, è uscito da Rcs per portare avanti l’intesa tra Itedi e il Gruppo Espresso. È stata quella operazione a mettere in luce la necessità e l’urgenza per Rcs MediaGroup di avere nell’azionariato un socio di peso con forti competenze editoriali. E chi lo ha ben capito e ha agito di conseguenza è stata Intesa Sanpaolo, orientata a dismettere la propria partecipazione del 4,176% in Rcs, ma soprattutto a tutelare i propri interessi, essendo esposta come primo creditore per 162,4 milioni (seguono Ubi Banca con 108 milioni, UniCredit sfiora i 55 milioni, Bnl e Bpm 40,6 milioni, Mediobanca 17,6 milioni).

All’inizio di quest’anno, il dossier di Rcs è arrivato sulle scrivanie dei vertici della banca amministrata da Carlo Messina, dopo che l’ad dell’editrice, Laura Cioli, aveva presentato il 21 dicembre un nuovo piano industriale.

Urbano Cairo (foto Canio Romaniello)

Entrata il 23 aprile 2015 in un Cda formato dai candidati proposti da Fca, Mediobanca, Della Valle, Pirelli e UnipolSai (oltre che da un rappresentante di Cairo e da due eletti dai fondi di investimento), Cioli è stata nominata, sei mesi dopo, amministratore delegato al posto di Pietro Scott Jovane ritrovandosi per le mani la patata bollente di un gruppo che, in quattro anni, ha bruciato 500 milioni di euro. Per non parlare poi dell’indebitamento, difficile da sanare anche con la cessione di asset come IgpDecaux (18 milioni) e il 44,5% del polo radiofonico Finelco (21 milioni) e neppure con il sacrificio di Rcs Libri (127,5 milioni).
Dunque una corsa contro il tempo: la top manager ha dovuto lavorare innanzitutto per rinviare la verifica dei covenant concordati con gli istituti di credito (non superare nel 2015 i 440 milioni di indebitamento e presentare un rapporto tra posizione finanziaria netta ed ebitda non superiore di 4,5 volte), che avrebbe comportato di fatto il default tecnico della società, per poter poi elaborare un nuovo piano industriale. Il documento è risultato un mix di tagli e ricavi per arrivare nel 2018 a un utile netto nell’ordine dei 40 milioni di euro, con un margine operativo lordo a 140 milioni e al 13% dei ricavi, escluse le componenti non ricorrenti. Per quanto riguarda l’indebitamento, le previsioni lo danno alla fine del triennio a 290 milioni.

L’articolo è sul mensile Prima Comunicazione n. 474 – Agosto 2016

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