Protagonisti del mese

02 agosto 2016 | 9:51

Un Village di cuore

Per avere successo Havas Media Group punta sulle sinergie, la creatività e il new business. Ma anche sulle relazioni umane con un programma che vede l’azienda impegnata a coinvolgere tutti i dipendenti, pronta ad aiutarli nei momenti topici della loro vita e promuovendo lo smart working. Come racconta il ceo Stefano Spadini

Havas Media Group punta sulle sinergie, le idee e il new business che nascono dentro la sua sede, il Village. E il suo ceo, Stefano Spadini, racconta che quella che sta costruendo e vuole sviluppare è prima di tutto “una bella agenzia”. La preferenza per questo aggettivo, che fa riferimento all’estetica invece che alla matematica (o alla statistica o all’economia), non è l’unica ‘anomalia’ di Spadini, diventato ceo di Havas Media il 24 novembre del 2014 e capo di Havas Media Group dal 17 marzo di quest’anno.

Altro aspetto originale, rispetto a colleghi che puntano molto sui ‘muscoli’ (leggi milioni e milioni di euro di adv amministrati) e sulla gestione e la dislocazione di tonnellate di big data, è che il giovane manager nato a Prato sostiene che per innalzare la qualità del servizio della propria struttura sia strategico investire sulle risorse umane. E che occorre farlo più e meglio degli altri, puntando su un’organizzazione del lavoro più “libera e responsabilizzante” e attenta, per esempio, “alle esigenze delle neo mamme e dei neo papà”.
“L’attenzione al capitale umano e il welfare aziendale”, ragiona Spadini, “sono una delle architravi su cui abbiamo costruito il successo di questi anni. Un nostro concorrente ha pubblicato qualche anno fa un bellissimo studio che metteva in relazione la diretta profittabilità della società e il grado di soddisfazione dei dipendenti, partendo da un assunto molto semplice: le persone ‘felici’ restano più a lungo in agenzia, le persone che restano di più conoscono meglio il cliente”.

Stefano Spadini

Spadini che, agli esordi, è andato a lavorare per la mitica Bbh a Londra e, al ritorno nel nostro Paese, è stato cooptato da Starcom (Publicis), transitando poi anche in Vizeum (Aegis), è passato quindi in Dlv Bbdo, prima di riapprodare nel media, in Mindshare (Wpp/GroupM), nel 2011. In poco più di venti anni di carriera ha avuto insomma la possibilità di vedere direttamente all’opera alcuni dei guru del settore, ha vissuto l’età dell’oro, dello strapotere della tivù e dei media classici, ma anche la successiva fase della crisi economica e della rivoluzione digitale. È diventato ceo quando nel nostro Paese si è affermata la nuova leva di manager quarantenni che oggi presidia la maggior parte delle poltrone nelle società media e ha avuto tempo, modo e tanti esempi utili per elaborare una personale interpretazione del ruolo del capo. Ed è perfezionandola che sta riuscendo nell’obiettivo di far crescere l’amministrato di Havas Media Group (Recma lo pesa a 375 milioni nel 2015), il sistema italiano di sigle media della realtà internazionale guidata da Yannick Bolloré, figlio di Vincent, grande protagonista dell’attualità del mondo della finanza e dell’impresa e non solo nel Belpaese. La politica di settore gli interessa fino a un certo punto e non si sente coinvolto nelle battaglie di sistema. I concorrenti? Crede sia sano e giusto un confronto ‘duro ma corretto’. “Ho imparato in Inghilterra che è l’unica maniera ‘rispettosa’ di competere che esista”, commenta. I clienti? Spadini li invita a visitare il Village di Havas, in centro a Milano, a poche centinaia di metri dal Duomo. “Una rarità”, sottolinea. E non solo perché si tratta di una delle poche sedi non dislocata in periferia e raduna advertising, media, pr, digitale e tutte le altre specialità del gruppo francese in un unico stabile. “Dico a tutti di venire a trovarci, di farlo senza alcun preavviso. Girare liberamente per i vari piani della nostra sede”, aggiunge Spadini, “è la maniera migliore per percepire ancora più chiaramente cosa siamo. C’è un clima e un modo di lavorare che credo sia unico per il nostro settore”.

“La crisi”, sostiene Spadini, “ci ha spinto alla riorganizzazione, poi la digitalizzazione ci ha costretto a un salto di qualità, a non dare più nulla per scontato. Prima le concessionarie erano certe di avere le loro quote di investimento e soldi a fine mese che entravano di sicuro. La digitalizzazione ha cambiato tutto”.

L’articolo è sul mensile Prima Comunicazione n. 474 – Agosto 2016

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