10 agosto 2016 | 18:50

‘Prima’ è in edicola e disponibile in edizione digitale per smartphone e tablet

Tra i protagonisti del mese anche Monsignor Dario Edoardo Viganò, Urbano Cairo, Laura Donnini, Maurizio Costanzo, Maria De Filippi, Riccardo Luna e Stefano Spadini.

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SERVIZIO DI COPERTINA – LA RIVOLUZIONE DI FRANCESCO - Buttar giù un vecchio sistema e tirarne su uno nuovo: è il compito che Papa Bergoglio ha affidato monsignor Dario Edoardo Viganò, prefetto della segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, che intervistato da ‘Prima Comunicazione’, spiega come intende portare avanti questa rivoluzione in un contesto cambiato dal digitale.

“Oggi, come ha scritto il Papa, è necessario ripensare il sistema comunicativo della Santa Sede partendo dalle ascisse e dalle ordinate del contesto culturale”, racconta monsignor Viganò, a capo di una squadra di 650 persone. “Come papa Benedetto, anche papa Francesco ha sottolineato che il contesto non è indifferente non solo alle modalità di comunicazione, ma anche all’accesso al sapere e alle modalità di fruizione dei media”.
“Può ben dirlo: è stato un atto forte, ma anche esito di un percorso lungo iniziato già prima del Giubileo del 2000”, afferma monsignor Viganò commentando la decisione di papa Francesco che, un anno fa, in forma ‘motu proprio’, decise di accorpare in un unico dicastero tutte le realtà che si erano occupate fino ad allora della comunicazione del Vaticano. “Nell’attuale contesto comunicativo segnato da una pervasività del digitale”, continua il prelato, “noi, cresciuti secondo modelli pedagogici dell’epoca tipografica dove il sapere aveva un andamento lineare, logico-argomentativo, e fortemente gerarchizzato, ci troviamo spesso in difficoltà. È ad esempio l’eterno dissidio tra genitori e figli o professori e studenti”.

Monsignor Viganò parla anche del caso ‘Vatileaks’ e della sentenza che condanna le ‘gole profonde’ Lucio Angel Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui e assolve i giornalisti Nuzzi e Fittipaldi: “A bocce ferme credo che si possano dire alcune cose: nessuno ha mai messo in discussione la libertà di stampa e meno ancora si può chiedere a un giornalismo d’inchiesta di non fare appunto ricerche per ottenere, con quanto richiesto dalla deontologia professionale, informazioni utili. Per quel che comprendo, la decisione di avviare il processo non era pertanto legata al fatto che due giornalisti avessero pubblicato dei documenti, ma piuttosto al fatto che non passasse l’idea che, solo perché si trattava di un monsignore, quello avrebbe goduto di un atteggiamento diverso da un laico. Com’era successo a un laico, che era Paolo Gabriele, quindi intento per dimostrare che c’è una parità di trattamento. Altro motivo era dare un segnale al nostro interno per richiamare tutte le strutture, tutti i nostri uffici e tutti coloro che lavorano nella Santa Sede sul fatto che il nostro lavoro richiede grande dedizione, grande silenzio e grande riservatezza”.

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