25 agosto 2016 | 8:45

“Non lasciate i bambini davanti alla tv con continue scene di disastri”. Il consiglio dello psicoterapeuta in casi come quello del terremoto: risposte sincere ma mai dure

(Umbria24) «Evitare che i bambini rimangano troppo tempo davanti alla televisione. Vedere in continuazione scene di disastri, cumuli di macerie e ricerche in corso non aiuta i piccoli a comprendere il dramma». E’ questo uno dei consigli dello psicologo Antonio Bertini, un passato da psicoterapeuta all’Unità di prima infanzia e un brutto ricordo legato al terremoto del 1962 a Terni.

Come si spiega ad un bambino cosa è accaduto? Esistono parole migliori di altre?
«Molto dipende dall’età e dal grado di cognizione del bimbo. Per un genitore è difficile trovare le parole giuste per aiutare i propri figli ad affrontare il trauma. Una cosa è certa: i bambini assorbono quasi tutto, perciò, senza nascondere nulla, i grandi non dovrebbero far mancare loro una sensazione di protezione e di rasserenamento».

Quindi i grandi cosa dovrebbero fare?
«Ascoltare sempre le domande dei piccoli, anche se certe volte possono sembrare ripetitive ed insistenti. Le risposte devono essere sincere ma mai troppo dure. Insomma, bisognerebbe evitare di trasmettere loro le nostre ansie e le nostre preoccupazioni, scegliendo parole semplici per spiegare quello che sta accadendo. Il senso di angoscia e di impotenza degli adulti deve trasformarsi in un’iniezione di fiducia per il lavoro che svolgono i soccorritori. Va spiegato che il terremoto è un evento naturale dal quale però ci si può difendere con precauzioni e comportamenti da seguire. Un esempio? Ai bimbi piace nascondersi sotto il tavolo».

E la televisione?
«Un’altra cosa importante da fare è quella di non sottoporre i piccoli ad immagini in continuazione. Sarebbe un errore grave quello di dimenticare la televisione accesa quando non si parla d’altro oppure lasciare che vengano proiettate per troppe ore le immagini dolorose della catastrofe. Anche perché il bimbo spesso non è in grado di decifrare un video registrato da un altro in diretta».

Per i piccoli che, invece, hanno assistito alla catastrofe e si sono accorti delle scosse, è chiaramente tutto più difficile…
«Per coloro che vivono nelle zone maggiormente colpite si dovrebbe tentare, con tutte le difficoltà del caso, di riprendere il prima possibile le attività quotidiane. Gestendo, allo stesso tempo, la cosiddetta psicologia dell’emergenza. Durante il terremoto del 1997 ero presidente dell’Ordine regionale umbro degli psicologi e creammo punti di ascolto proprio per raccogliere le paure della gente. In momenti come questi l’ansia è inevitabile ma fare uno sforzo ulteriore per riprendere le attività crea un forte senso di sicurezza. Per i genitori è la cosa più difficile: riorganizzare le loro vite offrendo sicurezza senza avere quasi più certezze. Nel lontano agosto 1962, 54 anni fa, a Terni ci fu il terremoto. Non lo dimenticherò mai. Ricordo però di aver dormito in tenda insieme ad altri ragazzi. Una sorta di gioco per venire fuori dal baratro».

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