26 agosto 2016 | 16:43

Con la SuperChampions aumentano i ricavi dei club più importanti e cambia la redistribuzione degli utili. Solo il 15% al ‘market pool’, montepremi che comprende anche i diritti tv

Corriere dello Sport – 26/08/2016 - A partire dal 2018, alla Champions League parteciperanno sempre quattro italiane. La riforma della competizione, discussa ieri prima alla riunione dell’Eca e poi dal Club Competitions Committee Uefa – di entrambi fa parte il presidente della Juventus Andrea Agnelli – stabilisce infatti che le prime quattro classificate di Premier League, Liga, Bundesliga e Serie A saranno ammesse alla competizione, ribattezzata SuperChampions,senza che nessuna debba passare dai play off, rischiosissimi come insegna la Roma. Una novità importantissima per il nostro movimento, nell’ambito di una revisione più ampia che coinvolge anche la distribuzione degli utili: soltanto il 15% sarà infatti destinato al market pool (il montepremi che si ottiene dalla vendita dei diritti tv e da altri proventi commerciali e che viene assegnato alle nazioni rappresentate nella fase a gironi, quindi redistribuito alle società partecipanti), mentre il resto sarà assegnato alla quota fissa e legato ai risultati.

PUNTO CRUCIALE. E’ un punto cruciale, perché, tenendosi conto dell’albo d’oro, oltre che dei risultati stagionali, aumenteranno i ricavi dei club più importanti. In qualche modo, sarà così riconosciuto il valore del blasone che era alla base di un primo progetto di riforma rimasto lettera morta, ovvero l’assegnazione del posto (sarà probabilmente il quarto) in Champions per merito storico. Per fare un esempio, in questa edizione sarebbe stata garantita la partecipazione a società tipo Manchester United, Milan o Inter tradite dalle posizioni finali in campionato.

SUCCESSO POLITICO. Il terzo punto della riforma riguarderà il ranking, che orienterà non solo la spartizione degli utili ma anche la definizione delle teste di serie. La riforma, che sarà ufficializzata oggi, aderisce alle esigenze dei grandi club, che minacciavano la creazione di una Superlega, e, con riferimento all’Italia, rappresentano un notevole successo politico, per il quale sono stati determinanti Juventus e Milan. 

Andrea Agnelli (foto Olycom)

Panorama – Super Champions League: perché è un bene anche per la Serie A

La nuova formula della Champions League, con più spazio dal 2018 per le squadre dei grandi Campionati (Premier League, Liga, Bundesliga, Ligue 1 e la nostra Serie A) e meno per gli outisder, rappresenta certamente il compromesso con cui l’Uefa, in un momento di massima debolezza politica, è venuta incontro alle richieste dei club evitando il rischio della scissione della creazione della Superlega. Non è detto, però, che sia un male assoluto anche se allontana il calcio europeo dall’idea romantica delle pari opportunità per tutti. Ci sarà un po’ meno democrazia e meritocrazia, ma anche più possibilità di sviluppo per chi sostiene tutto il movimento con investimenti che hanno bisogno di garanzie.

La Champions League voluta da Platini, che terminerà il suo corso nel 2018, ha portato alla ribalta tante realtà prima lontane dal palcoscenico maggiore. Combinata con i paletti del fair play finanziario, però, ha anche contribuito ad accelerare la sterilizzazione dei campionati nazionali, vere vittime di un sistema che ha reso i ricchi sempre più ricchi condannado gli altri, quelli costretti a inseguire, a veder aumentare progressivamente il gap. Un meccanismo vizioso che andava bloccato.

 L’esempio italiano e i campionati monocolore

Un esempio per chiarire di cosa si sta parlando. Dal 2012 al 2016 la Juventus ha incassato dalla Uefa per le sue presenze in Champions League quasi 273 milioni di euro. Nello stesso periodo la Roma ne ha avuti 114, il Milan 89 e il Napoli 39. Così, prima ancora che grazie allo stadio di proprietà, i bianconeri hanno scavato un solco tra se stessi e la concorrenza interna. Merito delle scelte di Agnelli e Marotta, ovviamente, ma anche il prodotto di un sistema che ha costretto le altre a fare i salti mortali per restare dentro i paletti Uefa. Anche in presenza di volontà e progetti di rilancio. La Juventus ha vinto gli ultimi cinque scudetti e, così proseguendo, difficilmente starà fuori dalla Champions in futuro. Continuando a godere di ricavi extra sempre più alti e preclusi, con continuità agli altri.

Lo stesso meccanismo ha reso ‘mocolori’ Bundesliga (ultimi quattro titoli al Bayern Monaco) e Ligue1 (poker del Psg con serie ancora aperta) con l’unica eccezione della Premier League dove, però, la ricchezza dei diritti tv interni e la suddivisione a pioggia degli stessi consente a tanti club di essere competitivi sul mercato minimizzando gli effetti della participazione o meno alla Champions League. La Liga è tradizionalmente il giardino di Real Madrid e Barcellona, anche se negli ultimi anni il duopolio si è accentuato e dal 2004 a oggi solo l’Atletico di Simeone (altro frequentatore abituale della Champions) è stato capace di inserirsi.

Dal 2018 più soldi (e sicuri) per tutti

Garantire ai campionati più importanti la presenza fissa di quattro squadre nei gironi significa, dunque, garantire a una platea allargata di club (inclusi quelli italiani) la continuità di accesso al tesoro della Champions League. E’ la base per fare progetti e investimenti a medio periodo senza vivere la corsa al preliminare come un costante salto nel buio. Servirà qualche anno, ma il risultato sarà certamente restituire una competizione interna agli stessi tornei.

Sulla carta qualcuno, che già oggi è seduto al tavolo Uefa, dovrà rinunciare a una parte della sua torta. Non è così. Una competizione con la presenza quasi certa delle migliori squadre d’Europa attirerà certamente più di quella di oggi, dove ci sono mercati televisivi che pagano centinaia di milioni di euro per poi vedersi qualificate solo due formazioni (è il caso dell’Italia). Il sacrificio rimarrà solo sulla carta e non è difficile ipotizzare una Champions più ricca e con più soldi da distribuire. Può non piacere, ma è così.