31 agosto 2016 | 14:55

Alla Rai serve un canale in lingua inglese e un canale culturale di livello europeo, dice il sottosegretario Giacomelli: diventi il traino dell’industria audiovisiva nazionale

“Innovazione, sperimentazione e creatività rappresentano principi e doveri del servizio pubblico. La Rai diventi il traino dell’industria audiovisiva nazionale, rafforzi la sua presenza sui mercati internazionali, favorendo la crescita della produzione indipendente e promuovendo la cultura italiana e il made in Italy”. Ad affermarlo in un’intervista ad Articolo21 il sottosegretario Giacomelli

Sottosegretario Giacomelli, la consultazione pubblica, promossa dal Ministero dello Sviluppo per definire la mission della Rai nei prossimi dieci anni, avvia a conclusione un iter legislativo, per così dire, singolare in quanto gli obiettivi da perseguire verranno stabiliti avendo già deciso i mezzi per raggiungerli (criteri di nomina dei vertici aziendali, modalità di finanziamento, piano industriale, linee editoriali, nomine, ecc.). Quali motivi hanno spinto il Governo a operare questo rovesciamento tra i mezzi e i fini?
Non c’è stato nessun rovesciamento. Anzi, la consultazione pubblica – la prima mai realizzata in Italia sulla Rai – era prevista proprio dalla legge 220 del 2015, cioè dalla legge di riforma della governance che è stata approvata dopo un lungo dibattito parlamentare, molto aperto, prima al Senato poi alla Camera, senza ricorso a voti di fiducia, tanto che alcune proposte dell’opposizione di Forza Italia e M5S sono state accolte. L’idea del canone nella bolletta elettrica addirittura era stata proposta un anno prima e poi è stata rinviata per problemi tecnico-organizzativi. La consultazione pubblica fin dall’inizio si è posta come obiettivo di interrogarsi su cosa si intenda oggi per servizio pubblico “radiofonico, televisivo e multimediale”, non chi lo debba fare e con quali risorse, in un contesto completamente cambiato rispetto al passato, con la convergenza che è un dato acquisito e con la centralità della Rete da cui non si può più prescindere.

Antonello Giacomelli

Antonello Giacomelli

Il Governo è impegnato nel definire e trasmettere al Parlamento un documento che fissi gli “obblighi minimi” di servizio pubblico, in pratica le linee guida della nuova Concessione. L’importanza di questo passaggio sta nel motivare la necessità e la legittimità di uno spazio pubblico e intermediale della comunicazione per i prossimi dieci anni: un compito delicato, addirittura di emergenza democratica, in un paese che è al 77° posto nella libertà d’informazione, senza tener conto delle pressioni, in atto da almeno un ventennio, volte a privatizzare la Rai o a “spacchettare” il canone.
Fin dalla mia prima audizione in Commissione parlamentare di Vigilanza ho chiarito di non essere d’accordo con l’idea del mio predecessore, Antonio Catricalà, sull’introduzione di un bollino blu per distinguere i programmi di servizio pubblico da quelli più “commerciali”. Nella mia idea la Rai fa servizio pubblico sempre, anche quando manda in onda programmi di intrattenimento o grandi fiction in prima serata. La separazione mi è sempre sembrata l’anticamera per la possibile privatizzazione di una parte della Rai. La Rai, tutta la Rai, è l’azienda di servizio pubblico e deve tenerne conto, a maggior ragione oggi che, grazie alla riforma del canone, la pubblicità diventa una risorsa ulteriormente accessoria.

Tra gli obblighi minimi, vi sarà anche quello di considerare l’audience certamente un’ambizione ma non più un’ossessione? Questo cambio di rotta aprirebbe le porte alla sperimentazione nei programmi d’intrattenimento, sdoganerebbe la creatività, il conformismo diventerebbe un indice di scarsa professionalità. La ricerca e l’innovazione, non solo delle tecnologie ma anche dei linguaggi, rientrano a suo parere, negli “obblighi minimi”?
L’audience non è un’ossessione, non deve esserlo. E’ importante che i programmi Rai continuino ad essere visti e apprezzati dagli italiani, da tutti gli italiani, non solo dai più anziani. Ma non è tutto: certamente innovazione, sperimentazione e creatività rappresentano principi e doveri del servizio pubblico, come è emerso anche dalle conclusioni della consultazione pubblica elaborate da Istat.

Il Parlamento ha prorogato sino al 31 ottobre la Concessione di servizio pubblico alla Rai. Lei ritiene che sia possibile trovare un’ampia convergenza su alcuni punti essenziali: esclusività della Concessione, certezza delle risorse, pluralismo, indipendenza e innovazione?
Certo, è possibile: credo che in questi anni siano maturate alcune idee sul servizio pubblico radiotelevisivo – penso, per esempio, all’esigenza di parlare dell’Italia al mondo anche attraverso un canale in lingua inglese e un canale culturale di livello europeo – ampiamente condivise nell’opinione pubblica, negli osservatori e nel mondo politico.

La tappa successiva al rinnovo della Concessione è la redazione del nuovo contratto di servizio (5 anni) e la riscrittura del Testo Unico dei Servizi di media audiovisivi e radiofonici (e internet?). In pratica, vi sono ampi margini per ripristinare un rapporto coerente tra mezzi e fini, rimodulando magari alcuni passaggi della riforma rivelatisi troppo tranchant; penso, ad esempio, alla governance (marginalità del CdA, preponderanza dell’esecutivo, ecc.). Lei auspica un confronto parlamentare aperto che escluda il ricorso a voti di fiducia?
La ratio della riforma della governance è quella di affermare per Rai il profilo di azienda, di una Spa ”normale”, con un amministratore delegato scelto dall’azionista e nominato da un Cda che lo può anche sfiduciare. Non c’è nessuna marginalizzazione del Cda: l’amministratore delegato risponde al Cda in merito alla gestione aziendale, agli atti e ai contratti aziendali aventi carattere strategico, al piano industriale, a quello editoriale, all’organizzazione aziendale, alla politica finanziaria e alle politiche del personale. Il Cda ha anche approvato il Piano per la trasparenza introdotto dalla nuova legge, salvo poi accorgersi che si doveva intervenire sul tetto agli stipendi e sui dirigenti senza incarico. L’unico limite ai poteri del Cda è sulle nomine. La figura dell’amministratore delegato è stata pensata proprio per sottrarre le singole scelte dei nomi alla trattativa sotterranea con i partiti rappresentati in consiglio: il “pacchetto di nomine” è un grande classico Rai. Rispetto all’esecutivo i nuovi vertici Rai si muovono in autonomia, governo e parlamento richiamano l’azienda ai suoi doveri di servizio pubblico.

Si è parlato di un sostegno alle Tv locali più attive sul territorio? Chi dovrà assegnarlo e con quali criteri? Non sarebbe più vantaggioso per tutti delegare alla stessa Rai quest’opera di sostegno in modo da creare una sinergia virtuosa tra testate regionali ed emittenza locale?
La legge sulla governance per la prima volta riconosce una funzione pubblica alle tv locali e la riforma del canone “premia” questa funzione con un fondo di 50 milioni l’anno cui se ne sono aggiunti altri 50 con la riforma dell’editoria. Poi, certo, c’è chi scommette sul proprio ruolo di editore ogni mattina e c’è chi ha approfittato fino a oggi delle lacune della normativa per ricevere contributi a pioggia. La riforma dei contributi cui stiamo lavorando va proprio nella direzione di premiare chi fa informazione, ascolti e si è dato un profilo industriale.

La Concessione dovrà anche definire il ruolo del servizio pubblico sulla rete e gli obiettivi da raggiungere. Fondamentale è la questione del modello di business da adottare. Alla fine degli anni Novanta la Rai, attraverso RaiNet, si è presentata sulla rete come una qualunque società commerciale che si finanzia con la pubblicità, un modello che riduce il cittadino-utente a una merce da contare, impacchettare e vendere alle agenzie di pubblicità. A parte i risultati poco entusiasmanti, non crede che perseverando su questa linea, cioè escludendo un qualche apporto del canone, si snaturi necessariamente l’essenza della mission di servizio pubblico?
Fin dalle linee guida approvate dal Consiglio dei ministri nel marzo 2015 è stato fissato come un obiettivo prioritario la trasformazione di Rai da azienda di broadcasting a media company. Quello che è emerso molto chiaramente dalla consultazione pubblica e dai tavoli tecnici è che il servizio pubblico oggi deve essere presente e produrre per tutte le piattaforme, lineari e non lineari, e tutti i device: l’idea è ormai passata nell’opinione pubblica, d’altra parte già oggi milioni di persone guardano i programmi tv prevalentemente attraverso smartphone, pc e tablet. Leggo che a settembre sarà finalmente lanciata la piattaforma RaiPlay, sul modello della britannica BBC iPlayer: lo spero, si deve recuperare un ritardo di anni.

Senza scadere in uno sterile manicheismo, quali sono, a suo parere, i naturali alleati della Rai sulla Rete? I grandi network della comunicazione globale che dispongono di tecnologie proprietarie e chiuse, oppure i servizi pubblici europei, il mondo dell’open source, di Wikipedia, Coursera, EdX?
Il panorama è più complesso di così: ci sono grandi network che dispongono di tecnologie proprietarie come Apple e sistemi aperti come Android di Google, così come ci sono aziende di servizio pubblico europee che sono molto chiuse in se stesse. e poco aperte alla collaborazione. Certamente la Rai deve sviluppare maggiormente la partnership con gli altri PSM (Public Service Media), ma dentro una dimensione internazionale in gran parte da ripensare: o la Rai diventa il traino dell’industria audiovisiva nazionale, rafforzando la sua presenza sui mercati internazionali, favorendo la crescita della produzione indipendente e promuovendo la cultura italiana e il made in Italy, oppure è difficile capire quale sia l’utilità oggi di un servizio pubblico radio-televisivo.

La Rai è destinata a essere una “singolarità”, una realtà che si può definire solo con un ossimoro: “media company istituzionale”. Basta, infatti, un piccolo squilibrio a favore dell’una o dell’altra identità per snaturarne l’essenza e la legittimità. Pertanto, mantenere viva quest’ambivalenza è essenziale per assicurare un futuro industriale alla Rai come volàno del sistema pubblico-privato della comunicazione di massa pur restando la più importante impresa culturale del paese. Lei conviene con quest’analisi?
Sì, è un equilibrio delicato ma necessario.