05 settembre 2016 | 12:19

Netflix non ha sfondato. Trecentomila abbonati non impensieriscono i big della tivù. ‘Il Corriere’: presto i telefonici presto avranno un ruolo importante. In Italia un centinaio di canali free sono troppi rispetto ai 55 Uk, 35 Spagna, 28 Francia

Corriere Economia – 5 settembre 2016  Non è bastato a Vincent Bolloré quel 14,35% per convincere gli altri azionisti di Vivendi che l’affaire Mediaset Premium fosse una buona idea. Tra accuse, lettere, e tribunali la querelle tra le due società ha tenuto banco per tutta l’estate e le conseguenze, soprattutto per il gruppo francese, ancora non sono chiare. Una questione però è emersa con forza: in questo Paese non c’è posto per due pay tv. Del resto ad accendere la miccia nell’anomalo mondo televisivo italiano ci aveva già pensato Reed Hastings quando a ottobre era arrivato in Italia con la sua creatura, Netflix, mitologica entità «on demand» che prometteva di scardinare il sistema gerarchico dei media, ma che, dati alla mano sta facendo fatica. Per lo meno sul mercato italiano. Non bisogna dimenticare, tra l’altro, che nelle intenzioni di Bolloré c’era l’ambizioso progetto di investire in contenuti per costruire un gruppo media Sud europeo, con partner chiave delle telecomunicazioni per creare una piattaforma di contenuti video on demand simile a Netflix. Dati ufficiali per quanto riguarda gli utenti Netlix nel nostro Paese non ci sono: voci di mercato parlano di 250/300 mila unità, anche se, proprio per il business di Netflix, è difficile arrivare a una cifra univoca. Dipende, banalmente, da cosa propone di mese in mese il portfolio a livello di film e (soprattutto) di serie.

Reed Hastings

Reed Hastings

La Francia
Con questi numeri è difficile che i «big» si sentano minacciati. In Italia come in Francia, dove Netflix è arrivato nel 2014, un anno prima rispetto a noi, e dove non riesce a spostarsi dai 750 mila utenti. Oltralpe il gruppo di Hastings è in perdita, al punto che ha deciso di chiudere i propri uffici e spostare le attività in toto ad Amsterdam. E in Francia non sta brillando nemmeno Canal Plus, la pay tv di Vivendi. Dopo un semestre finanziariamente difficile, con un risultato operativo negativo per oltre 100 milioni, il gruppo ha annunciato un taglio dei costi, da 300 milioni da qui al 2018 per le attività francesi del gruppo. Non solo. Lo scorso giugno l’antitrust francese ha bloccato l’accordo con la qatariota BeIn Sports, un brutto colpo per Vincent Bolloré, che aveva puntato molto su un accordo con la società del Qatar per far tornare a crescere i conti di Canal Plus. Senza dimenticare che a luglio Vivendi ha annunciato la chiusura di Watchever, il servizio di streaming attivo in Germania e controllato dal gruppo francese. Una decisione motivata senza dubbio dai numeri bassi della piattaforma svod, ma che stupisce proprio per la volontà di Bolloré di creare il super polo europeo «anti Netflix».
Per quanto sia stato poco fair, il «corsaro» Bolloré (definizione del premier francese Hollande, «senza ira e senza malizia», avrebbe detto Tacito) ha capito però che l’unica soluzione per la tv, in Francia come in Italia, è quella di concentrare il business, diversificando i canali, per quanto paradossale possa sembrare. Ecco perché ora starebbe puntando, dopo l’alleanza con Orange siglata a fine luglio, su una collaborazione con Free, l’operatore tlc del gruppo Iliad di Xavier Niel (che dovrebbe arrivare anche in Italia in caso di fusione Wind-3) per puntare su una strategia di moltiplicazione dei canali di distribuzione che sembra scelta dal management della pay-tv francese per salvare le proprie sorti.
Strategia
Anche in Italia gli operatori di telefonia, che per il momento non si sono mai messi in gioco, avranno un ruolo importante e da non sottovalutare nel cambiamento del mercato pay. La Spagna ha vissuto il caso di Telefonica, l’operatore spagnolo che aveva fondato Via Digital, poi diventata Canal+ dopo la fusione nel 2003 con Canal Satélite Digital. Vittorio Colao, numero uno di Vodafone nel 2014 ha acquisito, per 7,2 miliardi, Ono, l’operatore via cavo spagnolo, scegliendo di puntare sull’integrazione dei servizi mobili con l’offerta a banda larga fissa e pay tv del provider iberico.
Per il momento il vero nemico della pay made in Italy è la tv generalista. Data per morta in realtà è quella che appare più in salute. A fronte dei 55 canali gratis nel Regno Unito, dei 35 in Spagna e dei 28 in Francia (per la Germania il conteggio è più complesso con canali satellitari in chiaro a livello nazionale e regionale), l’Italia conta circa un centinaio di canali.
Pay contro free
Secondo Pier Silvio Berlusconi, vicepresidente e amministratore delegato di Mediaset, «la tv generalista è quella del futuro». Come dargli torto? Dal suo punto di vista, visti i numeri tra audience e incassi, è così: il Biscione difende tranquillamente il proprio dominio sul telecomando, forte di una programmazione vicina al «nazionalpopolare» che attira più pubblicità dei concorrenti. Lo stesso vale per Sky Italia che ha visto negli ultimi mesi una crescita sensibile di audience e incassi pubblicitari anche grazie alla tv in chiaro posizionata sul tasto 8, acquisita a fine luglio del 2015. Del resto il gruppo guidato da Zappia ha deciso da tempo di puntare sui contenuti, sia pay sia in chiaro, unico vero ago della bilancia che decide le sorti dei media, con 40 milioni di euro investiti in nuove produzioni (contro i 5 miliardi previsti da Netflix). Ma dalla sua Sky non sconta i 690 milioni spesi, invece, da Mediaset Premium per i diritti della Champions Leauge. Diritti che non hanno mai fatto lievitare il numero degli abbonati.