21 settembre 2016 | 8:42

Ferrara saluta il nuovo quotidiano di Belpietro: un giornalista dice la Verità solo quando ammette di aver trattato i fatti secondo le proprie opinioni. E aggiunge: impresa eccezionale varare oggi un giornale di carta con scarsi finanziamenti

Giornali, padroni, lettori – Il Foglio, 21/09/2016 – Giuliano Ferrara – Che un giornale debba avere il lettore come unico padrone è una boutade montanelliana invariabilmente ripresa nei pistolotti inaugurali da tutti i direttori e fondatori di nuovi giornali, compreso oggi il quotidiano laVerità, ed è la prima di una lunga serie di bugie rifilate al padrone unico.

Ma è una bugia ideologica, deriva (starei per dire: purtroppo) non da astuzia o deliberata cupidigia di ingannare il prossimo, viene dalla falsa coscienza della realtà, appunto l’ideologia. Credo che molti servitori del lettore siano confusamente convinti dell’asserto. E che pensino, naturalmente, alle proprie carriere professionali, al proprio charme giornalistico, come a una testimonianza, un particolare martirio legato appunto all’esercizio indefesso della presunzione di verità assoluta al servizio dell’esigente padrone assoluto. Scalfari per anni si era messo su questa scia, e siccome è di letture classicheggianti eccedeva proclamandosi vestale, sacerdotessa, dei lettori. Infatti diceva messa e i lettori alla fine si comunicavano in nome della laicità. Poi ha capito che non si può esagerare e che in vecchiaia è meglio lasciarsi sfuggire un po’ di sincerità. E ha cominciato a scrivere, incalzato dai fatti, dalla loro percezione pubblica e da qualche apota (di quelli che non la devono, come diceva Prezzolini sul giornale di Gobetti), che il suo è un punto di vista abbastanza onesto e molto personale, e questo deve bastare.

 

Ci arriverà anche Maurizio Belpietro, al quale si fanno molti auguri per l’impresa eccezionale di varare oggi un giornale di carta con scarsi finanziamenti, peraltro sconosciuti all’unico padrone o padrone unico, il che non è affatto un vizio e tanto meno un reato: i giornali trasparenti non sono buoni giornali di per sé, possono esserlo, e ce ne sono rarissimi esempi e preclari, ma i giornali dalla proprietà opaca possono anch’essi essere bellissimi e utili al discorso pubblico di una democrazia moderna.

I giornali contano per quello che ci si scrive, e se ci si scriva che chiunque governi è un ladro o un bugiardo, e che le cose valgono per quello che sta loro dietro, risultano giornali banali, esercizi di demagogia senza trasporto oratorio che valga la carta su cui sono stampati; così se ci si scriva che chiunque gridi al ladro è degno di essere definito uomo di stato, munito di senso dello stato, si finisce dritti dritti in Campidoglio. L’oggettività alla Piero Ottone era una volta la veste liberale (il talento immenso di Montanelli era arcitaliano, non liberale) di questa pretesa di servire il lettore come fosse il padrone, ed era collegato all’idea che mi ha sempre fatto ridere dell’editore puro. L’una e l’altro non esistono in natura. Esiste un criterio intelligente e parco di aggettivi che consente di misurare una soglia di attendibilità, di rilucente amour-propre, che si riflette nelle pagine di un giornale fortunato: non devi essere ridicolo, non devi intrupparti senza senso e princìpi di riferimento, non devi sfregiare i fatti considerandoli solo ornamenti, questo sì, ma l’oggettività è come la verità, un’araba fenice.

L’editore è un industriale, maneggia il denaro, gestisce personale, e tra questo i giornalisti cosiddetti indipendenti che dipendono da lui per l’essenziale e possono al massimo cambiarlo con un altro che vale più o meno come lui. La categoria dei giornalisti è composta di gente che arranca con la schiena piegata e che può al massimo salvare la propria tranquillità e la faccia; l’editore puro è un soggetto politico, civile, economico e finanziario che agisce nelle impurità della società civile, contrae alleanze, è creditore o debitore, deve puntare al profitto il che è onorevole ma mai senza peccato, si misura con la forza e la rudezza dello stato, dei partiti, delle passioni, della screanzata e vociante folla dei lettori.

Se c’è un padrone in un giornale, eliminate radicalmente la verità, l’oggettività, la purezza e altre bellurie, è il suo stile. Diceva Montaigne che “noi ragioniamo per azzardo e sconsideratamente perché, come noi, i nostri discorsi partecipano grandemente dell’azzardo”, di qui la necessità di uno stile virtualmente incoerente, uno stile “non fratesque”, “déréglé, décousu et hardi” (non predicatorio, sregolato, scucito, e ardito).

I giornali liberi non nacquero per compiacere il nostro orgoglio di sapienti e contenitori di verità e di manchette pubblicitarie che pretendono un ambito di verità (è la necessità di vendere le qualità genuine di una saponetta all’origine della pretesa di verità della stampa del Novecento infarcita di pubblicità). Mettevano in origine alla prova il conflitto tribunizio dei punti di vista di editori diversi in competizione tra loro senza falsa coscienza della realtà. E qualunque giornalista serio non si proclama indipendente, al massimo attesta decenza personale, e sa di avvicinarsi alla verità solo quando ammette di aver selezionato e trattato i fatti secondo le sue opinioni, perché la fama precede il fatto (e lo determina secondo il paradossale Lino Jannuzzi). E questo lo ammette davanti al lettore, il famoso padrone unico che dipende interamente da lui. Giuliano Ferrara