Protagonisti del mese

05 ottobre 2016 | 12:44

L’ALGORITMO COME TECNOLOGIA DI LIBERTÀ?

Digidig è un progetto avviato su iniziativa di Michele Mezza e Toni Muzi Falconi. Attorno alla loro idea iniziale si è costituito un comitato di coordinamento operativo cui partecipano anche Giampaolo Azzoni, Biagio Carrano e Roberto Zangrandi. Ad Anna Maria Testa il vivo ringraziamento per avere suggerito il nome Digidig.

Stiamo costruendo una community di discussione sui temi della società dell’algoritmo. Un cantiere di esperienze, saperi e competenze, ma anche ambizioni e consapevolezze. Il nostro obiettivo è riuscire a rendere più trasparente e condivisibile la straordinaria opportunità che ci offre la Rete, ma che viene deviata e distorta dal potere opaco di pochi grandi gruppi tecnologici che stanno dominando il mondo digitale.

Il Manifesto

La pervasività della rete digitale, mentre ha accelerato l’esaurimento della rivoluzione fordista, ha anche raccolto una irrefrenabile domanda di autonomia individuale che già (alla fine degli anni ’50) Adriano Olivetti intercettava quando definiva l’informatica come “tecnologia di libertà destinata a liberare l’uomo dalla fatica e dall’umiliazione del lavoro materiale”.

Una domanda di libertà che ha squassato codici professionali, gerarchie sociali ed economiche creando grande disorientamento, ma anche aprendo straordinari spazi di evoluzione per ogni progettualità individuale. Dal giornalismo alla finanza e alla medicina, dalla ricerca scientifica al governo della cosa pubblica e alle scelte di consumo individuali, la variabile che rompe equilibri e modifica comportamenti è un’inedita possibilità di concorrere, condividere, controllare e partecipare ai processi decisionali – anche se a determinate condizioni di consapevolezza.

Le grandi corporation che oggi guidano i listini su tutti i principali mercati del mondo quasi non esistevano solo 20 anni fa. Eppure oggi, nello zainetto di ogni giovane si trova un “bastone da maresciallo”: questa la grande differenza rispetto al modello economico del ‘900. Ma quei gruppi, impugnando la bandiera della condivisione e del libero accesso alle risorse intellettuali, hanno paradossalmente costituito nuovi monopoli, che oltre a ridurre le opzioni e le alternative per ognuno di noi, concentrano con inusitata opacità ’tecnica’ la produzione di intelligenza.

Il tema che oggi ci sembra centrale riguarda la natura stessa del processo di riorganizzazione della vita sociale ed economica che prevalentemente ormai ruota attorno allo sviluppo e all’interscambio di prodotti cognitivi dell’intelligenza artificiale.

Nell’attuale fase che ci porta, grazie agli algoritmi, alla semplificazione delle procedure digitali e all’automazione delle più delicate attività discrezionali, non crediamo accettabile che questo processo si realizzi senza trasparenza, informazione e partecipazione ai suoi dispositivi di funzionamento.

Se davvero, come affermano i loro creatori, dirigenti e proprietari, questi grandi gruppi sono ‘uno spazio pubblico’ – e noi crediamo che sia così – riteniamo che anche i loro meccanismi che producono linguaggi, strutturazioni sociali e influenze determinanti sulle scelte individuali, debbano essere intellegibili, condivisi, socialmente negoziabili ed integrabili.

Così come nella fase storica precedente, l’asimmetria nell’accesso e nell’organizzazione delle informazioni determinava uno squilibrio di poteri e di ricchezze, oggi la differenza nella capacità di riconoscere, modificare e integrare i sistemi intelligenti che formattano la nostra vita áltera, ma in proporzione infinitamente superiore, le condizioni di competizione economica e sociale.

Chiediamo con forza e determinazione che le imprese, le associazioni, le professioni e le istituzioni alle quali ciascuno di noi appartiene si rendano non soltanto pienamente consapevoli dell’impatto di questi soggetti digitali, ma agiscano per ridurre – anche e perché no? – insieme a loro, le distorsioni sui nuovi meccanismi e le nuove regole economiche, formative e relazionali.

Se la matematica è il linguaggio con il quale è possibile scrivere il libro della vita (Galileo Galilei), l’algoritmo (la formula che organizza azioni e processi che risolvano automaticamente un problema) ne è la sintassi contemporanea. Un ordine mentale ed espressivo che non può rimanere dominio esclusivo di poche e riservate élites o di organizzazioni chiuse.

DigiDig vi propone di condividere lo sforzo per aumentare consapevolezze e competenze comuni per rendere più trasparenti, condivisi e adattabili forme e contenuti delle nuove potenze tecnologiche che ci circondano.

SOTTOSCRIVI

Cento intellettuali contro lo strapotere dei big di Internet e degli algoritmiDopo la privacy, il diritto all’oblio, il copyright e il fisco, la querelle sta per estendersi anche agli algoritmi, le formule che stanno dietro ai sistemi informatici e che guidano in maniera sempre più pervasiva i nostri comportamenti e le nostre esistenze. Un cambiamento dell’algoritmo che regola il news feed di Facebook – come quello deciso quest’estate dal social network – può avere un impatto significativo sul business degli editori e sulla capacità di informarsi degli utenti. Eppure né gli editori né gli utenti hanno voce in capitolo.

Per cercare di reagire a questo stato di cose si è creato in Italia un movimento di opinione che sta coinvolgendo intellettuali, giornalisti, comunicatori, giuristi, docenti e ricercatori, e si sta organizzando per fare pressione sulle autorità, in particolare su quelle europee, in modo che la questione degli algoritmi venga messa all’ordine del giorno.
Ne parlano a ‘Prima’ i due promotori dell’iniziativa: Toni Muzi Falconi, già presidente della Ferpi e fondatore della società di consulenza Methodos, e Michele Mezza, per 35 anni giornalista alla Rai e oggi docente di sociologia delle culture digitali all’Università Federico II di Napoli, tra i primi in Italia ad approfondire il tema degli algoritmi in rapporto all’informazione.

“Abbiamo iniziato a discuterne tra di noi qualche mese fa, a scambiarci idee su come si possa costruire una lobby di cittadini preoccupati della prepotenza degli algoritmi” racconta Muzi. “Poi abbiamo cercato di coinvolgere le persone interessate e abbiamo organizzato due incontri, uno a Roma, l’altro a Milano, a cui hanno partecipato una settantina di persone, mentre altri 30 hanno dichiarato il loro interesse, pur non potendo essere presenti. Il frutto di questo lavoro confluirà in un manifesto dei cento, che presenteremo nei prossimi giorni”.

A breve partirà anche il sito ufficiale del progetto, all’indirizzo Digidig.it, a cui si affiancherà un forum di discussione internazionale, laCerchia.info. Nel frattempo è stato costituito un coordinamento di cui fanno parte, oltre a Muzi e Mezza, anche Biagio Carrano, fondatore della società di consulenza EastCom Consulting, con sede a Belgrado, Giampaolo Azzoni, giurista e filosofo, docente all’università di Pavia, Annamaria Testa, nota pubblicitaria, e Roberto Zangrandi, già responsabile delle relazioni istituzionali di Enel in Europa ed ora capo lobbista dell’associazione europea dei distributori di energia elettrica.

“Stiamo cercando di allargare il nostro ambito di influenza, in particolare a livello europeo e a Bruxelles oltre a Zangrandi ho una cara amica che potrebbe darci una mano: Silvia Costa, presidente della commissione cultura del parlamento europeo”, prosegue Muzi. “Abbiamo riscontrato un interesse notevole per i temi che ci stanno a cuore anche da parte delle associazioni consumatori. Tutti usiamo la rete, tutti siamo utenti digitali, ma spesso non sappiamo cosa stiamo facendo e nessuno ce lo spiega. Serve più trasparenza, più dialogo, bisogna negoziare con i signori che controllano la rete, per cercare di capire come funziona”.

L’articolo è sul mensile Prima Comunicazione n. 475 – Settembre 2016

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Toni Muzi Falconi

Toni Muzi Falconi

Un dialogo lungo 40 anni
40 anni fa (seconda metà degli anni settanta) incontro a Milano Michele Mezza, un ragazzo pieno di vitalità e di voglia di occuparsi della prima radio economica dedicata al mercato finanziario.

Non se ne fa nulla ma, in compenso, gli affido un incarico da noi in SCR Associati (allora principale società di consulenza in relazioni pubbliche) e per diversi mesi Michele si occupa di fare tutte le mattine la nostra rassegna stampa.

Non ci siamo mai persi di vista, ma neppure ci siamo frequentati con particolare intensità.

Sei mesi fa lo incontro e mi chiede ‘come si crea una ‘lobby’dei cittadini dal nulla?’. Rispondo: ‘Devi prima creare un pubblico che abbia consapevolezza della necessità che una ‘lobby’ esista’.

‘Vorrei -continua lui- creare una lobby degli utenti della rete perché ottengano diritti, autonomia e spazi negoziali dai produttori di algoritmi.’

Da qui, dalla opportunità di capire meglio, di apprendere il senso stesso dell’algoritmo e le sue conseguenze sulla vita quotidiana di ciascuno di noi, il mio impegno in DigiDig.

La mia vita ‘digitale’ si avvia proprio al tempo del mio incontro con Michele con la decisione di creare in SCR, in accordo con Rank Xerox che poco dopo ne interruppe la produzione, la prima rete interna di word processing. Passiamo poi alla IBM, fino a quando, nel 1982, mi arriva una telefonata di Regis Mckenna (il leggendario primo pr di Steve Jobs) che mi chiede di lavorare per la Apple e il lancio del Mcintosh.

La IBM non accetta la convivenza e, credo per la prima volta, decido di lasciare un cliente grande e affermato in favore di una start-up (si direbbe oggi).

Incontro Steve Jobs in visita in Italia e, fra le cose che mi chiede è di incontrare l’allora Ministro delle Partecipazioni Statali Gianni De Michelis perché, mi dice: ‘da quello che letto e da quello che mi dicono, capisce dove va il mondo’ mi dice Steve.

Guarda caso Gianni è il fratello maggiore di Giorgio, oggi uno dei co-fondatori di Digidig.

Sempre a metà anni 80, il mio amico di sempre Chicco Testa mi segnala Agorà, la prima listserve italiana, curata da Roberto Cicciomessere del Partito Radicale. Aderisco e vi partecipo.

Poi, nel 1989, con altri 5 amici ‘compagni’, contribuisco a fondare, e poi coordino la Sinistra dei Club che nel 1992 partecipa con i suoi 300 club alla fondazione del Partito Democratico.

Alla prima uscita pubblica del movimento al Teatro Capranica di Roma dico, fra l’altro:

“…..Viviamo nella società della comunicazione, dove è sufficiente una telefonata alla Rai per raccontare a milioni di telespettatori i particolari più intimi della propria vita privata. L’accesso è apparentemente infinito. Mai nella storia dell’uomo è stato possibile all’individuo, con costi apparentemente nulli o bassi, mettersi in comunicazione con tanti altri individui. Eppure sentiamo tutti che c’è qualcosa di molto importante che, in questa storia, non quadra, non funziona. I canali sono più o meno ad accesso libero, ma non si riesce a conquistare l’attenzione se non con investimenti elevati.

Affrontare questo tema con serietà, coinvolgendo tutti coloro che sono in qualche misura soggetti della catena di produzione dovrebbe costituire, insieme al tema ancora più urgente della forma e dei modi di una nuova forza politica, uno degli impegni prioritari del network di club che vogliamo costituire. Club che dovranno sfruttare fino in fondo le possibilità tecnologiche dell’interattività.

Non pensiamo affatto a un club centrale, ma semplicemente a una “centralina”: una stazione di raccolta, smistamento e consultazione.

Per concludere: la grande questione del diritto alla informazione e del diritto alla comunicazione ha a che fare, se ci si riflette bene, con le precondizioni di una società pienamente democratica nel 1990.

Informazione e comunicazione sono oggi elementi strutturali della nostra società.

L’isolamento, l’alienazione, la passività della gran parte degli individui di fronte alla società spettacolo, alla politica spettacolo, all’impresa spettacolo, al sindacato spettacolo, alla finanza spettacolo, costituisce uno dei maggiori problemi del nostro tempo…”

Da: Una Magnifica Avventura – Editori Associati – febbraio 1989

Una centralina di relazioni al servizio della società civile

In sintesi e per concludere: non sono certo un nativo digitale e confesso che quando nel 2006/7 una mia giovane studentessa masterizzanda della NYU mi passa il manoscritto originale di ‘Program or be programmed’ di Rushkof, rimango affascinato ma non ci capisco nulla.

Nei quattro mesi da quando abbiamo avviato la comunità di Digidig, che ora diviene pubblica, la mia curva di apprendimento è stata velocissima. Ma perlomeno altrettanto veloce è stata l’accelerazione della complessità, della pervasività e della tematizzazione pubblica del ruolo dell’algoritmo e dell’intelligenza artificiale nella nostra società. So dunque di essere ancora un semi-analfabeta, ma sono interessato e curioso. Continuerò pertanto, senza però alcuna pretesa, a occuparmi di DigiDig sperando che poter contribuire con la mia esperienza e i miei studi al suo successo.

Toni Muzi Falconi