09 novembre 2016 | 9:20

La vittoria di Trump alle presidenziali Usa segna la disfatta dei sondaggisti. Il neo presidente diceva: se hanno sbagliato con la Brexit sbaglieranno anche con me

(Corriere.it) La situazione l’ha riassunta bene il sito The Hive che nel deliro crescente della notte elettorale americana ha scritto su Twitter: «I sondaggi hanno ormai la stessa accuratezza delle previsioni astrologiche». Mentre si contano gli ultimi voti che decideranno la presidenza degli Stati Uniti, c’è infatti una sola certezza: i grandi sconfitti delle elezioni americane del 2016 sono i modelli matematici che hanno assicurato per mesi una vittoria larga o di misura ma comunque certa a Hillary Clinton. Da quello del New York Times, che ieri ha salutato l’Election Day assegnandole l’85% di possibilità di conquista della Casa Bianca, fino ai diversi sistemi di previsione proposti dalle superstar della statistica. Con Nate Silver, ideatore del sito Five Thirty Eight, che ha sempre concesso a Donald Trump solo una possibilità su tre di diventare presidente, e il suo competitor Sam Wang del Princeton Election Consortium che negli ultimi giorni è arrivato ad assegnargli l’1% di chance di vittoria: previsioni affidate ad algoritmi, calcoli e formule che si sono date battaglia nei salotti televisivi e sui social network con l’obiettivo di affermare la bontà di un modello su tutti gli altri, ma fallendo tutte clamorosamente.

Forse Donald Trump non aveva tutti i torti quando — a ogni nuovo sondaggio che ribadiva il netto vantaggio di Hillary Clinton — ripeteva che non era colpa sua ma dei sondaggisti, i quali «come hanno sbagliato le previsioni su Brexit, sbaglieranno anche quelle sulle elezioni americane». Il candidato repubblicano ha twittato spesso con violenza che i sondaggi sono «truccati» ma, in realtà, potrebbero essere semplicemente sbagliati.

D’altronde, più degli errori statistici o dei pregiudizi degli analisti, potrebbe essere stato il fattore umano a condizionare l’elezione più pazza della storia recente americana. Lo sanno bene i supporter del candidato repubblicano (e qualche timido analista) che da tempo ripetono come un mantra due concetti. Il primo riguarda i sondaggisti, ritenuti incapaci di intercettare la «maggioranza silenziosa» del Paese. Il secondo si riferisce all’antropologia degli elettori repubblicani e democratici: a differenza dei sostenitori di Hillary — fieri di mostrare il loro sostegno alla candidata —, quelli del businessman tenderebbero infatti a nascondere il supporto. È il famigerato «effetto Bradley» diventato un pilastro della politica americana, secondo cui molti elettori — per paura di essere tacciati come razzisti — dichiarerebbero di non votare per un candidato bianco, o di essere ancora indecisi, per poi dargli la preferenza nel segreto dell’urna.

In questo ci sarebbe una similarità con il voto Brexit: «La diffusa vergogna morale riservata ai supporter del Leave in Inghilterra — ha detto alla Cnn Steve Hilton, ex consulente di David Cameron — è la stessa che ha investito gli elettori di Trump in America, e può essere riassunta dalla frase di Hillary che li aveva definiti un «cesto di miserabili»: un pensiero che rispecchia le accuse rivolte ai sostenitori della Brexit tacciati come razzisti, xenofobi e bigotti.

Non a caso, nei sondaggi raccolti al telefono o di persona Hillary Clinton è in vantaggio maggiore su Trump (+9.7) rispetto a quelli raccolti via internet (+3.7). La paura di essere giudicati dai sondaggisti sarebbe dunque più forte della libertà di esprimere la propria reale preferenza. Sarebbe dunque proprio il voto nascosto e non intercettato da alcun modello matematico ad aver favorito Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca. E a trasformare gli osannati sondaggisti in astrologi di terza classe.