24 novembre 2016 | 8:54

Domenica con Repubblica c’è il nuovo inserto culturale Robinson. Bartezzaghi: va dove sapere e arte trovano la loro relazione con gli ambienti naturali e sociali

Da domenica 27 novembre Repubblica lancia Robinson, nuovo inserto estraibile di 40 pagine. L’iniziativa, realizzata annoverando tra i collaboratori scrittori, saggisti, studiose, fumettisti, blogger e le firme del giornale, ha come obiettivo quello di raccontare i “luoghi della cultura”, dalle città degli artisti, ai nuovi musei da visitare, fino ai laboratori degli scienziati, dai libri, alle terre del fantasy, passando per il teatro e le riviste di carta e sul web. Ecco come Stefano Bartezzaghi su Repubblica.it racconta la novità:

Nel 2017 saranno trent’anni che con Repubblica tutte le settimane c’è un Venerdì; ora lo raggiungerà Robinson. Non è per questa circostanza che il nuovo inserto culturale (sarà proprio al centro del giornale, ogni domenica a partire dalla prossima) si chiama così, anche se il caso onomastico ha una sua spiritosa pertinenza. Diciamo che non è soltanto per questo; né lo si deve soltanto al fatto, assai meno futile, che il mito robinsoniano ha attraversato tre secoli di letteratura narrativa e filosofica.

Nella vicenda del naufrago operoso raccontata da Daniel Defoe nel 1719 si coglie un mito sociale ed economico fondamentale, su cui hanno riflettuto innanzitutto Jean-Jacques Rousseau e Karl Marx. La sua solitudine, la tenacia, l’ingegno, il confronto più aspro con la natura hanno ispirato una quantità di altri romanzi e racconti da riempirne scaffali. L’elenco degli autori sarebbe lunghissimo e quanto siano diversi fra loro lo mostrano già i nomi dei più recenti: J.M Coetzee, Derek Walcott, Manuel Vázquez de Montalbán e l’Umberto Eco dell’Isola del giorno prima. Al cinema, si va da Luis Buñuel a Robert Zemeckis. Opere di valore disuguale, ma fra loro c’è almeno un capolavoro assoluto, ed è il romanzo d’esordio di Michel Tournier, Venerdì, o il limbo del Pacifico (del 1967; nel 1974 ne uscì una versione per ragazzi, Venerdì, o la vita selvaggia), a cui Gilles Deleuze dedicò il saggio “Michel Tournier e il mondo senza Altri”.

L’omaggio a Robinson che domenica si inaugura, però, non è certo quello a un mondo “senza Altri” o a un cultura intesa come isola deserta, su cui arrangiarsi in conseguenza di un naufragio, dopo essersi salvati da soli, e a stento. Diglielo a Robinson, o John Donne, che “nessun uomo è un’isola”! Ma poi informa anche i tanti che oggi promuovono l’isolazionismo delle persone, delle nazioni, del sapere e che del naufragio vorrebbero diffondere l’inconfondibile sensazione.

Stefano Bartezzaghi

Stefano Bartezzaghi

No. È ad altro che occorre pensare. Innanzitutto alla cornice dell’avventura, dell’imminenza dell’impensabile, la stessa che colpì il giovane Crusoe quando non sospettava che la sua ribellione ai rigidi dettati paterni potesse incontrare la nemesi di un uragano tropicale. Lo spirito di avventura è costitutivo, per la letteratura e non solo. Oggi la cultura stessa, se intesa come istituzione castale, pare occupare territori sempre più angusti e sempre più lontani da altre sponde, isolette non comunicanti. Ma se al contrario la si vede come estensione di saperi, ramificati e “esplosi”, apre campi talmente vasti da disorientare qualsiasi aspirante cartografo.

Ora va anche detto che quella del Robinson di Defoe non era proprio una figura del tutto esemplare; per certi versi rappresenta anzi tutto quel che noi non siamo, né vorremmo o potremmo essere. L’eroe di Defoe era un negriero mancato, colonialista ed etnocentrico, se non proprio razzista; bigotto e sospetto utilitarista; vittima di prigionia, di naufragio, di solitudine assoluta e infine destinatario sia pure inconsapevole, di ricchezza abbastanza vasta da remunerarlo delle fatiche e degli stenti. Fosse proprio soltanto questo, sarebbe altrettanto pertinente riferirsi al pugile Sugar Ray Robinson o alla famiglia Robinson della serie tv e (forse anche di più) alla cara mrs. Robinson interpretata da Anne Bancroft e cantata da Simon & Garfunkel.

Ci sono tuttavia tre abitudini che Robinson prende dal momento in cui si trova nell’isola che oggi hanno per noi un significato prezioso. La prima è l’abitudine di marcare il tempo: costruisce una croce e ci segna una tacca per ogni giorno che passa, a partire dal giorno del suo approdo, il 30 settembre del 1659. Le tacche si accumuleranno come numeri di un giornale. Ma pure, e questa è la seconda caratteristica che ci interessa, Robinson vive nella pura presenza. Nulla gli può capitare che egli stesso non faccia capitare. Gli toccherà conoscere, esplorare, esperire, tentare, costruire; riprodurre da solo, insomma, l’idea che la cultura sia il modo che l’uomo ha per assumere, modificare, dare senso alla natura, che di per sé è ottusa al punto da sembrarci ostile. Solo lo sguardo, la manipolazione, l’intelligenza e l’operare (quelli di Robinson, sono descritti da Defoe con scrupolosa minuziosità) possono trasformare la natura in ambiente, e assieme cambiare il nostro stato, che altrimenti resterebbe davvero prossimo all’inermità del naufrago. La terza attività che Robinson intraprende è la compilazione, costante e scrupolosa, di un diario.

Ce n’è evidentemente abbastanza per un giornale che, nel tempo, intenda andare dove il sapere e l’arte cercano e trovano la loro relazione con gli ambienti naturali e sociali, e intenda impiegare – in presenza – la scrittura come strumento di conoscenza e costruzione, ancor prima che come dispositivo di memoria da consegnare ai posteri.

Data un’isola, si può recriminare la carenza di traghetti o compiacersi delle sue ricchezze naturali, come il naufrago di Paolo Conte (“Il clima è dolce intorno a me, / ci sono palme e bambù, / è un luogo pieno di virtù. /Onda su onda, / il mare mi ha portato qui, / ritmi canzoni, donne di sogno, / banane, lamponi…”). Ma, eludendo entrambe le alternative, ci si può anche domandare se l’Isola non contenga, potenzialmente, le risorse che ci consentano di presupporre e poi appurare l’esistenza dell’Arcipelago e di allestire gli auspicati collegamenti.

Negare la cultura o chiudersi all’interno delle sue solipsistiche (e presunte) delizie non sono infatti gli unici atteggiamenti possibili della condizione isolana. Non è necessario guardare al mondo con il disincanto dato dalla lontananza e da una nuova separazione della cultura dal mondo. Ma se pure guardasse al mondo così, Robinson vorrebbe vivere dell’isola e, con la sua esperienza dell’isola, raggiungere e collegarla al primo dei molti Altrove circostanti.