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29 novembre 2016 | 9:44

Il maratoneta

“In questi anni mi hanno offerto la direzione di tanti altri giornali, ma sono convinto di saper fare bene la televisione. Credo sia più facile andare verso l’interesse della società con la tv”. Enrico Mentana racconta a ‘Prima Comunicazione’ la sua passione per la professione giornalistica e la politica, e lancia l’allarme su un mancato ricambio generazionale che rischia di far appassire il corpo della società.

“Sono l’ultimo a continuare a fare quello che facevo venticinque anni fa”, spiega Mentana, “con uno stile da cui non si discosta da decenni. “Sono come un arbitro di calcio longevo. Forse il livello del gioco e del campionato si è abbassato e, quindi, l’arbitro sembra più bravo. La politica è come il calcio, ed è difficile che qualcuno se ne privi, anche se si è svilita, se è personalistica e tutti sanno che è diventata una sorta di scontro tra carriere. Insomma, la passione è rimasta e non è nemmeno così paradossale che l’ingresso in campo di forze post ideologiche, come il Movimento 5 Stelle, abbia reso di nuovo avvincente la sfida. Per stare alla similitudine calcistica, è come se si fossero riaperte le frontiere e fossero arrivati nuovi giocatori. Non so se campioni. Tutto ciò ha portato nuova faziosità, di conseguenza nuova contrapposizione, nuova passione. Dopotutto viviamo una sorta di proseguimento degli anni del berlusconismo. La contrapposizione a Renzi è uguale al tifo contro Berlusconi di dieci anni fa”.
“Lo ripeto da qualche anno, ed evidentemente mi sbaglio, se nessuno l’ha raccolto”, spiega Mentana: “la battaglia che andrebbe fatta è per le nuove generazioni, per il futuro della società. Nessuno parla di come dovrà essere l’Italia tra trent’anni. Dovrebbe essere questo il compito della politica”.
“La politica non parla al nuovo, ma agli antiquari, mentre i giovani parlano la lingua dell’Ikea”, afferma. “Se li lasci fuori dal circuito della crescita, dalla presa di coscienza, dall’assunzione di impegni, per forza restano in un ambiente quasi prepubere in cui poi rimangono schiavi di uno smartphone. Lo siamo anche noi, ma facciamo finta di non esserlo. Se per loro la politica ha preso l’impronta dei Cinquestelle, più che degli altri, è perché i giovani lasciati senza futuro e garanzie vanno verso quelli che, apparentemente, sono i più semplici, schematici, ma vicini alle loro idee. Da dentro l’establishment non se ne rendono conto”.

L’articolo è sul mensile Prima Comunicazione n. 477 – Novembre 2016

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