02 dicembre 2016 | 10:42

In tanti nel salone grande della Fieg alla presentazione del libro di Franco Recanatesi, ‘La mattina andavamo in Piazza Indipendenza’, sulla storia dei primi dieci anni di ‘Repubblica’

Giampaolo Roidi – Alla fine il fondatore non è venuto, ma è stato come se, anzi, persino meglio, perché i suoi hanno potuto parlare di lui e di quegli anni formidabili in totale libertà, senza la soggezione che forse li avrebbe intimoriti ancora una volta con lui al tavolo, chissà. Lui è Eugenio Scalfari e i suoi sono una parte di quel manipolo di corsari che il 14 gennaio del 1976 mandarono in stampa ‘La Repubblica’ col temerario obiettivo di “prendere” il Corriere (cosa che sarebbe accaduta dieci anni dopo, tra mille peripezie, in un’Italia che aveva cambiato volto, oltre che giornale di riferimento).

Erano in tanti, ieri sera, nel salone grande della Fieg, in via Piemonte a Roma, per una volta strappato alle trattative sulle ristrutturazione aziendali (calendario fittissimo, di questi tempi) per rendere omaggio a giornalisti che hanno fatto la storia di questo mestiere e raccontato meglio di chiunque altro quella di un Paese. Tutti lì per loro, il direttore, assente giustificato, e Franco Recanatesi, colonna nobile di quella Repubblica memorabile, autore di ‘La mattina andavamo in Piazza Indipendenza’, appena dato alle stampe da Cairo Editore, sì proprio lui, l’Urbano neo editore del ‘nemico’ Corriere, ancora una volta capace di stupire tutti.

No, non un’adunata di reduci. Ma alcuni dei migliori giornalisti italiani degli ultimi 40 anni, che per due ore, con la scusa del libro e dell’amatissimo autore, si sono divertiti a ricordare come ‘Repubblica’ sia stata, prima di tutto, un gruppo di uomini e di donne che amava la vita e il proprio comandante fino a seguirlo in capo al mondo. “A me come ad altri – ha ricordato Recanatesi, che a ‘Repubblica’ è stato inviato, caporedattore centrale, direttore del ‘Venerdì’ – dicevano in quegli anni “ma che sei pazzo ad andare a lì”, lo scetticismo era generale, ma noi eravamo effettivamente un po’ pazzi e così la cosa è riuscita. Io venivo dal ‘Corriere dello Sport’ e mi chiamò Gianni Rocca per fare appunto lo sport. Peccato che a Repubblica lo sport non c’era, tanto per dire. Nacque qualche tempo dopo e io nel frattempo mi ritrovai a girare riserve indiane degli Stati Uniti d’America o sulle tracce dei pirati dei Caraibi, perché Scalfari voleva così, un’idea in più ogni giorno”, la più originale possibile per il suo settimanale che usciva quotidianamente. “L’ultimo, grande successo economico della nostra informazione” – ha ricordato Lucia Annunziata – giornale che primo fra tutti aprì alle donne, che divennero vere protagoniste di quella stagione”. Ieri c’erano Laura Laurenzi ed Elena Polidori, Daniela Pasti. Al tavolo con l’autore, Mario Sconcerti (“prendemmo il ‘Corriere’ perché tutti realmente credevano fermamente che l’avremmo preso, prima o poi. Perché Scalfari ci ha insegnato a pensare in grande e perché annullò la burocrazia. Assunse Gianni Brera in un giorno e due telefonate, semplicemente perché valeva da solo il 4% delle copie vendute, diceva”). E Corrado Augias, che fu mandato l’anno prima negli Stati Uniti ad allestire l’ufficio di corrispondenza con risorse misere: “Scalfari ci aveva scelti, ma noi avevamo scelto lui. E la sua capacità di tenere su il morale del gruppo quando le vendite non decollavano fu una delle ragioni di quel risultato”. “Su quella ‘Repubblica’ scrivevano le migliori firme del giornalismo e della cultura italiana, semplicemente non potevi farne a meno, nessuno poteva farne a meno”, ha chiosato Stefano Malatesta. In sala Sebastiano Messina, Mino Fuccillo, Guglielmo Pepe, Giuseppe Smorto, Gianluca Luzi, Giuseppe Cerasa e altri eredi, di una, due generazioni successive, che a piazza Indipendenza sono stati fino alla fine, fino al cambio di sede e di parabola storica (il libro racconta i primi dieci anni del giornale).

“Quel gruppo, che Franco descrive così bene nel suo libro, seppe creare valori umani prima ancora che un’idea di giornale”, ha detto ancora Lucia Annunziata, uomini e donne che avevano una certa idea dell’Italia, per citare uno slogan più recente di ‘Repubblica’, e che seppero crederci quando la sfida, vendere più copie del ‘Corriere della sera’ che stava lì da un secolo, sembrava impossibile. Alcuni uomini e alcune donne raccontati con ironia e riconoscenza da Franco Recanatesi, ieri sera sembravano non essersi mai allontanati gli uni dagli altri. “Una storia di persone, da cui noi che eravamo fuori da piazza Indipendenza studiavamo e succhiavamo le idee, che meriterebbe un film”, ha concluso (ma forse era un annuncio) Marco Tullio Giordana.