03 dicembre 2016 | 19:12

Referendum e stampa. Da Corriere, Repubblica e Stampa preoccupazione per il dopo. Il Fronte del No e del Ni degli altri giornali

Alla vigilia del voto referendario il richiamo ai guelfi e ai ghibellini è stato inevitabile negli editoriali di tutte e tre le maggiori testate nazionali, Corriere della Sera, La Repubblica (con i loro direttori, Luciano Fontana e Mario Calabresi) e La Stampa, che ha messo in prima pagina un pezzo di Mattia Feltri.

Fontana, Calabresi, Molinari

Fontana, Calabresi, Molinari

Feltri racconta il clima arroventato di mesi di campagna, con la “polarizzazione perfetta, bianco e nera” e la riscoperta del “gusto dell’irriducibile partigianeria”, come “non soltanto lo sciagurato e avvilente spettacolo dei talk show, ma quello ben più misero delle nostre vite private”. Così, dopo i “con Berlusconi o contro Berlusconi, quando sembrava conclusa la “logica del ring”, arriva Renzi “e siamo punto e capo, bene assoluto contro male assoluto perché dire «Renzi non è male» procura accuse di mercenarismo e leccapiedismo, mentre dire «Renzi non mi convince» equivale a essere sfascisti e populisti”. Insomma, conclude amaro Feltri: “E’ il nostro giardino di casa: nei giorni della morte di Claudio Pavone, che per primo a sinistra definì civile la guerra di liberazione, provocando una nuova guerra civile, viene da pensare che la guerra civile è sempre, come lo fu su Craxi e su Berlusconi, e così ancora, escludendo che l’avversario, e cioè il commensale, il collega, il vicino di casa, abbia motivazioni meno che meschine”.
Nessun endorsement arriva dalle colonne del Corriere e di Repubblica, con i due direttori preoccupati sugli effetti dello scontro tra le fazioni de no e del si, e nell’invito a moderare i possibili effetti dell’esito referendario, qualunque esso sia (‘Gli impegni per il dopo voto’ accompagnato dall’occhiello ‘Un clima da ricostruire’, il Corriere; ‘Come riunire un Paese avvelenato’, La Repubblica).
Sul quotidiano milanese Fontana sottolinea la violenza della lunga battaglia, chiedendosi, “Il tema del contendere valeva tutto questo?”. E manifestando dubbi su una riforma costituzionale “con aspetti positivi ma anche con scelte discutibili sulla composizione del nuovo Senato e sulla formazione di leggi tra Camera e Senato”, il direttore del Corriere non nasconde che avrebbe preferito “riforme sulla tassazione, la burocrazia, la competitività e le ricerca” per “ridare slancio a un Paese che cresce poco, che (nonostante le sue tante eccellenze) perde terreno in termini di produttività, che concede ai suoi giovani orizzonti precari”.
Nel caso se vincesse il sì, Fontana chiede a Renzi di “onorare rapidamente gli impegni presi”, intervenendo sulle modalità di elezione del Senato, perché “quelle previste nella riforma tolgono ai cittadini la scelta dei senatori e la consegnano a una contestata classe dirigente locale”. Inoltre, dovrà modificare la nuova legge elettorale, quanto attribuisce al vincitore del ballottaggio “un premio enorme, senza alcun rapporto con il voto reale degli italiani, e al presidente del Consiglio un potere soverchiante in aggiunta a quelli già garantiti dalla riforma costituzionale”.
Fontana chiede a Renzi anche di “evitare la tentazione di utilizzare la vittoria per una resa dei conti finale” per liquidare “tutti i suoi oppositori interni e esterni”. Inoltre, di avviare le riforme più importanti rimaste finora sulla carta.
Se, invece, prevalessero gli oppositori alla riforma (“un’armata eterogenea e variopinta, che in comune non ha niente”), “nell’ipotesi, tutt’altro che inevitabile di una crisi di governo, Fontana si augura comportamenti responsabili “almeno da parte di chi non è disponibile a cedere a derive pericolose”. Concludendo con “Non possiamo permetterci avventure”, il direttore del quotidiano di via Solferino, si affida in caso di crisi al presidente della Repubblica, certo che Mattarella “saprà gestire con capacità ed equilibrio il vuoto di potere e assicurare una transizione capace e ordinata che porti a una nuova legge elettorale”.
Comunque sarà l’esito del voto, per Mario Calabresi un risultato certo lunedì l’avremo: “un Paese diviso e malato e una sinistra in macerie”. Il direttore della Repubblica ritiene che i toni della campagna referendaria siano stati così da richiamare “le lacerazioni del primo e secondo dopoguerra. Nel primo caso, quasi un secolo fa, lo sbocco fu un regime autoritario, nel secondo invece la ricostruzione del Paese fu un successo”. Secondo Calabresi stiamo vivendo un “terzo dopoguerra: il conflitto è stato istituzionale, con la fine delle strutture dei partiti, e d economico con la una crisi che ha distrutto il ceto medio, le aspettative e ha rotto il patto sociale che si basava sulla convinzione che i figli avrebbero avuto una vita migliore dei genitori”.
In futuro ci renderemo conto, sostiene Calabresi, che la materia referendaria “non poteva giustificare un clima da guerra civile senz’armi”. Ma si tratta di una “resa dei conti di chi si sente scivolare verso il basso contro chi è considerato establishment, così come un duello all’ultimo sangue tra pezzi di classi dirigenti, tra rottamatori e rottamati, tra idee diverse di società”. Una divisione, continua Calabresi , “che attraversa non solo un partito come il Pd ma comunità, amicizie e famiglie”.

Il Fronte del No e del Ni

Come gli alpini della prima guerra mondiale molti giornalisti sono partiti per il fronte del referendum: si tratta di un esercito variegato, spesso politicamente lontani l’uno dall’altro ma non per questo meno aggressivi nel dare battaglia alla riforma costituzionale voluta dal governo Renzi. Già a fine novembre il britannico e temutissimo Economist aveva consigliato gli italiani a votare no perché è vero sì che l’Italia ha bisogno di riforme “ma non quelle proposte” da Mr Renzi.
Fra i più incattiviti dei nostri c’è Il Fatto quotidiano che il 2 dicembre ha organizzato una serata che lèvati a Roma dove un parterre de roi (da Sabrina Ferilli a Stefano Rodotà, da Erri De Luca a Carlo Freccero, da Salvatore Settis a Sabina Guzzanti) ha sparato alzo zero contro “tutte le bugie sul referendum”.
“No signore” è l’indispettito titolo che il Manifesto dedica a Matteo Renzi e alla “campagna referendaria più lunga della storia”. Anche il quotidiano comunista diretto da Norma Rangeri non ha badato a spese per scudisciare l’odiata riforma renziana.
Sull’Huffington Post, forte presa di posizione per il no da parte della direttora Lucia Annunziata che da tempo va ribadendo le ragioni del suo no alle proposte referendarie considerate “deboli perché inefficaci”.
A destra abbastanza scontata l’opposizione alla proposta del governo. La Verità di Maurizio Belpietro titola “Paura di perdere, Renzi piazza gli amici” e fa le pulci alle nomine prima del voto mentre il direttore, in un suo irridente e irriverente editoriale, sostiene che “Napolitano, Prodi, Bazoli votani sì: serve altro?”.
Non meno sarcastico Il Giornale di Vittorio Feltri che si diverte a prendere in giro il capo del governo: “Da ‘lascerò’ a ‘vedremo’. Renzi non fa più il bulletto” ribadendo il proprio dissenso alla riforma costituzionale.
Sulla prima pagina de Il Tempo di Roma compaiono due della serie c’eravamo-tanto-amati: Silvio Berlusconi e Denis Verdini che con lettere-editoriali difendono le proprie posizioni, una per il no, l’altro per il sì dando modo al quotidiano di recente acquisito dagli Angelucci di non dover fare scelte drammatiche ma di accontentare i diversi palati del lettorato della destra capitolina.