05 dicembre 2016 | 18:10

‘L’Unità’ non c’era, ‘Il Foglio’ già si schiera per il nuovo partito del Sì; Feltri prende atto dei “conservatori incalliti”. Gridano vittoria il ‘Giornale’ e ‘La Verità’, mentre ‘Il Fatto’ gongola e ‘Il Manifesto’ mette la bandiera. Le riflessioni della stampa italiana sul successo del ‘No’

Chi pensava che l’assenza in edicola questa mattina dell’Unità fosse il primo risultato della vittoria del No, si è sbagliato grossolanamente. Il quotidiano infatti non ha l’edizione del lunedì. Ciò non toglie che il risultato del referendum possa avere ripercussioni sul futuro della testata, di cui Renzi è stato un grande sponsor riuscendo a convincere i Pessina a investire nella casa editrice. Già si prospetta un nuovo intervento sugli organici: cassa integrazione, visto che i prepensionamenti sono esclusi, e la possibile trasformazione per quasi la metà dell’organico in contratti di collaborazione (articoli 2). In ogni caso, i redattori avevano chiesto di fare un’edizione straordinaria, ma l’ad Guido Stefanelli ha risposto che sarebbe bastata l’edizione online.

Anche per Il Foglio, quotidiano che si è decisamente schierato sul fronte del Sì con l’endorsement dei suoi giornalisti, con la caduta di Renzi il futuro presenta qualche incognita. Nell’edizione odierna, preconfezionata ma con il preveggente titolo ‘Evviva il Sì nel Paese del No’, ipotizza la nascita di un nuovo partito trasversale, con “leadership impegnata a portare avanti le battaglie cruciali che hanno trovato una loro casa nelle campagna del Sì”. Un bacino politico che la testata fondata da Giuliano Ferrara è già pronta a supportare. Bisognerà però verificare se questa via sarà percorsa con entusiasmo dal nuovo investitore Valter Mainetti che, probabilmente, progettava di muoversi in un diverso contesto politico.


Su Libero, l’unico giornale di centrodestra dichiaratamente filo Sì, come il suo editore Angelucci che non ha fatto mistero delle sue simpatie renziane, sotto il titolo ‘Renzi fa le valige’, il direttore Vittorio Feltri scrive: “hanno vinto gli amanti della vetusta Costituzione, coloro chela considerano la più bella del mondo, i conservatori incalliti, quelli che a prole invocano il cambiamento ma che, in realtà, difendono lo stato quo, l’esistente”. Sempre sul centro destra e con lo stesso padrone Angelucci, il Tempo fa una prima pagina grafica e affida il commento sotto forma di lettera al direttore, è firmato da Luigi Bisignani.

Con un ‘NO!’ a caratteri cubitali accompagnato dal titolo “la Costituzione batte Renzi 59 a 41. E lui si dimette”, Il fatto quotidiano celebra il risultato referendario sul quale la testata si è spesa fin dal primo momento. Nell’editoriale, “Voleva tutto ha perso tutto”, Antonio Padellaro afferma che l’esito del voto di ieri ricorda un’altra vittoria del No, quella contro il referendum democristiano del 1974 sull’abrogazione del divorzio che il vecchio Pietro Nenni commentò con parole divenute famose: “hanno voluto contarsi, hanno perso”.

Per il No anche il Manifesto, che titola “Bello ciao” e nell’editoriale della sua direttrice Norma Rangeri (“Vince la Costituzione e la sinistra alza la bandiera”) parla di “terremoto politico e non solo per il significato che assume nel contesto italiano. E’, dopo lo splendido voto austriaco, un forte segnale per tutta l’Europa che da Vienna e da Roma riceve un messaggio di fiducia nelle istituzioni e nelle Costituzioni parlamentari”. Infine Rangeri, tiene a sottolineare che tra tutti i vincitori, la sinistra porta a casa la bandiera della vittoria morale. Una bandiera importante perché è stata la sinistra, con tutte le sue associazioni, dall’Anpi alla Cgil, a difendere la Costituzione senza se e senza ma”.

Comunque, tutta la stampa è unanime nell’esaltare la grande partecipazione al voto degli italiani: “Una nazione dove la democrazia è viva”, sottolinea Massimo Franco nell’editoriale del Corriere della Sera, “una sorpresa che fa giustizia delle tante analisi sulla disaffezione al voto”, scrive Mario Calabresi sulla Repubblica. Le differenze arrivano nell’analisi del voto. Nell’editoriale del Corriere (titolo, ‘La responsabilità che ora serve) Franco afferma in pratica che l’esito del referendum deriva dalla volontà di un elettorato che “Ha detto no al modo in cui Matteo Renzi voleva cambiare la Costituzione, più ancora, forse, che al suo governo”, e che “ ha dimostrato di tenere più alla Carta fondamentale: più di partiti che per mesi hanno privilegiato uno scontro velenoso sul governo, lasciando in ombra i contenuti della riforma, quasi fossero secondari”.

E se il direttore di Repubblica nel suo editoriale (”Il rischio di un salto nel buio”) parla di “Bocciatura sonora della riforma votata dal Parlamento ma anche bocciatura dell’esperienza di governo di Matteo Renzi”, sulla Stampa Maurizio Molinari (“La spallata del popolo della rivolta”) in maniera ancor più decisa scrive che con “una percentuale schiacciante dei No l’elettorato ha svelato l’esistenza nel nostro Paese di un popolo della rivolta che ha bocciato la riforma della Costituzione, il presidente del Consiglio e l’establishment di governo”. Il direttore del quotidiano torinese avverte che “tentare di ridurre tale espressione di scontento collettivo – presente in ogni area geografica – a sostegno di questa o quella forza politica sarebbe l’errore più grande”. Quindi afferma che “a votare No sono state le famiglie del ceto medio disagiato, impoverito dalla crisi economica, senza speranze di prosperità e benessere per figli e nipoti”, oltre agli “operai che si sentono minacciati dai migranti e gli stipendiati a cui le entrate non bastano più”. Per rispondere a “un popolo della rivolta espressione di un disagio che in Gran Bretagna ha prodotto la Brexit, negli Stati Uniti ha portato ha portato alla Casa bianca Trump” Molinari evidenzia di “dare in fretta risposte chiare alla crisi all’origine della protesta del ceto medio”, quindi “un nuovo welfare per le famiglie in difficoltà, una ricetta per rimettere in moto la crescita e una formula per integrare i migranti”.

Anche Calabresi sulla Repubblica ai “tantissimi padri “ della vittoria dei No(il Movimento 5Stelle, la Lega, “l’area della destra populista ne di una parte del mondo berlusconiano insieme a quelli di una parte importante del Pd, della sinistra anti Renzi e delle frange anti sistema), aggiunge il “voto di chi dice No alla disoccupazione, alla precarietà, all’’incertezza e all’impoverimento, ma anche ai migranti e alle politiche dell’accoglienza”. Il direttore del quotidiano romano, in ogni caso, pare più preoccupato dell’instabilità e sottolinea che “dobbiamo sperare in un governo provvisorio che in tempi brevissimi abbia la forza di rassicurare e di mettere in sicurezza le banche”. “Se ciò non accadrà”, avverte Calabresi, “il prezzo non lo pagherà la finanza ma ogni risparmiatore italiano, ogni possessore di case con un mutuo e tutti noi. Infine, non vedendo all’”orizzonte nessuna idea forte per rispondere alla crisi del Paese”, il direttore della Repubblica, “per non lasciare il campo libero a chi predica irrazionalità e e propone ricette devastanti che disgregherebbero ancora di più il tesuto sociale”, si augura che “sia a destra (come è accaduto in Francia) sia a sinistra si mettano in campo opzioni di razionalità politica, che nel Pd si archivi la stagione delle risse e si lavori per contrastare i populismi”.

Sul Corriere della Sera Massimo Franco dopo avere affermato che dire sia stata “una vittoria del populismo contro l’establishment suona riduttivo: significherebbe regalare impropriamente a Beppe Grillo e alla Lega una grande prova di democrazia”, scrive che “sul voto ha influito una miscela di fattori, che vanno dall’ostilità contro Renzi, alla voglia di difendere la Costituzione, al rifiuto di riforme approvate attraverso forzature parlamentari, allo scontento per i magri risultati economici del governo. E forse ha pesato una certa invadenza televisiva del capo dell’esecutivo nelle ultime settimane”. Franco afferma che “i vinti ma anche i vincitori dovranno tenere conto” di questi segnali, ma invita soprattutto a “Rinfoderare le divisioni artificiose e strumentali; ripensare a una campagna che ha sovraesposto inutilmente l’Italia sul piano internazionale; e ricostruire un clima di unità che troppi da tempo stanno sabotando, magari senza rendersene conto”.

Nel suo editoriale il giornalista del Corriere spiega che il segnale che arriva dal referendum “va oltre gli schiera-menti dei partiti. E più che trasmettere rifiuto nei confronti della classe dirigente, imitando le ondate populiste che scuotono l’Europa, impone una lettura meno scontata”. “In sintesi, è arrivato un messaggio di protesta ma anche di grande responsabilità”, scrive Massimo Franco che nell’ultima parte del sua editoriale sembra preoccupato dalle reazioni di Renzi, considerando che “Il modo in cui esce di scena lascia perplessi”. Il giornalista del Corriere considera infatti che il problema della nuova leggere elettorale non sia affare dello schieramento del No. Infine, Massimo Franco conclude affermando che “il referendum non archivia la voglia di cambiare: punisce una proposta pasticciata e spiegata male”. “Da oggi il Paese dovrà fare i conti con un governo agli sgoccioli, e con un premier dimissionario e impermalito dalla disfatta. Sarebbe ingeneroso farne un capro espiatorio: i suoi errori sono quelli collettivi del Pd. E la sua lettura errata degli umori profondi dell’Italia è stata condivisa”.