22 dicembre 2016 | 17:55

L’intervista di ‘Prima’ a Franca Sozzani per i vent’anni alla guida di ‘Vogue Italia’: ho cominciato come aiuto dell’aiuto, così ho imparato tutto ciò che serve per fare un giornale

In vent’anni di direzione di Vogue Italia, Franca Sozzani è diventata la massima interprete di un modo di fare giornalismo che racconta, ispira, influenza il grande business internazionale del glamour. Come spiega in questa sua abbondante intervista Come vogliamo chiamarla: la zarina italiana della moda? O il “leggendario direttore” di Vogue Italia, come ha recentemente scritto il quotidiano inglese The Independent? Forse né in un modo né nell’altro, tanto più che lei di questi e degli altri cento soprannomi che negli anni le hanno affibbiato francamente se ne infischia.

Franca Sozzani a luglio ha festeggiato i vent’anni di direzione di Vogue Italia, da quasi due anni dirige anche L’Uomo Vogue, da settembre firma pure Vogue Pelle e Vogue Gioiello e dal 1994 è direttore editoriale della Condé Nast. Una tale concentrazione di incarichi nelle sue mani sembra fatta apposta per alimentare il mito di questa donna che simbolicamente in Italia (ma non solo) incarna il potere dell’editoria di moda, con tutto il contorno di lodi, cortigianerie e veleni che il ruolo comporta.

Alla Condé Nast di Milano, filiale della casa editrice americana di proprietà della famiglia Newhouse, Franca Sozzani, nata in una buona famiglia della borghesia lombarda, è arrivata quando era poco più che una ragazza acconciandosi all’inizio a fare di tutto un po’ pur di entrare in quell’ambiente che allora ai suoi occhi rappresentava solo il massimo della bellezza e del piacere estetico.

Nel gruppo editoriale più importante al mondo nel campo della moda, ha poi avuto modo di capire e sperimentare i meccanismi che regolano il delicato bilanciamento di poteri fra editoria, pubblicità e mondo della produzione, e ha fatto tesoro della lezione sfruttando al massimo il vantaggio di averla appresa nell’unica casa editrice italiana già a quell’epoca di respiro internazionale. Così, una volta arrivata al comando di Vogue, mensile che in ogni Paese è al tempo stesso bandiera e pilastro economico della Condé Nast (è stato così anche in Italia fino alla nascita del settimanale Vanity Fair), non aspettava altro che di poter dare la sua impronta al gioiello più splendente della corona.

A Franca Sozzani amici e nemici riconoscono un fiuto istintivo nello scoprire nuovi talenti, tanto fra i fotografi quanto fra gli stilisti. Non abbiamo motivo di dubitarne, ma il fiuto maggiore lo ha avuto nel capire al volo cosa stava per succedere nel grande business del glamour: l’internazionalizzazione obbligata delle griffe e la nascita di nuovi marchi di dimensione globale che portavano con sé la necessità di nuove forme di comunicazione. Vent’anni fa Vogue in Italia era già un giornale importantissimo e, come da tradizione alla Condé Nast, di eccellente qualità nell’immagine fotografica, ma alla vigilia di un così grande mutamento del mercato della moda rischiava di perdere presa sul settore di cui era, ed è tuttora, il primo riferimento editoriale.

Cavalcando questa trasformazione – in cui ovviamente gli stilisti e i marchi italiani sono stati protagonisti – Sozzani ha interpretato nel modo più esteso e sfidante il ruolo del suo giornale. Negli anni in cui il mondo del glamour ha cominciato ad autoalimentarsi come fatto mediatico in sé, ha portato l’immagine della moda a un livello di creatività e di emozione che ha inevitabilmente influenzato il modo di comunicare degli stilisti nelle loro campagne; ha contaminato in modo strutturale il giornale con mondi contigui per creatività come il cinema e l’arte, inserendo così il ‘piccolo’ Vogue italiano in un circuito internazionale e rendendolo, complice anche la sua vastissima rete di relazioni personali, uno dei giornali di riferimento di quella pregiatissima élite che va dallo star system all’establishment artistico e culturale.

Se oggi Franca Sozzani è uno dei due direttori più importanti nel mondo della moda – l’altro è ovviamente Anna Wintour di Vogue America – è grazie a tutto questo. E grazie anche alla sintonia con un amministratore delegato come Giampaolo Grandi, in Condé Nast dall’autunno del ’91, che al suo ruolo ha dato forza e spazio. I due si capiscono al volo, e sono simili. Stessa velocità di pensiero e di comando, stessa caparbietà nel perseguire unobiettivo di cui sono convinti.

Di come concepisce il suo lavoro e il potere che ne deriva, Franca Sozzani parla in questa intervista che per la prima volta ripercorre la sua carriera dai primissimi passi.

Prima – Lei è entrata alla Condé Nast nel 1973. Come ci è arrivata, aveva già in mente di fare la giornalista di moda?
Franca Sozzani – Stavo finendo l’università, mi mancavano un paio di esami, quando ho letto sul Corriere della Sera un annuncio: “Cercasi ragazze livello universitario, ecc.”. Allora alla Condé Nast c’era la tradizione di prendere ragazze di buona famiglia interessate alla moda e che costassero poco, proprio perché non avevano bisogno di guadagnare.

Prima – Stava per laurearsi in filologia germanica, ma in realtà nel suo cuore c’era la moda…
F. Sozzani – Mi piacevano da pazzi i vestiti. E vestivo solo Saint Laurent, qualsiasi cosa purché fosse di Yves Saint Laurent.

Prima – Cercavano una redattrice?
F. Sozzani – Cercavano due persone: una per la redazione di Vogue bambini e una per la segreteria dell’Uomo Vogue. Feci il colloquio e mi presero per la segreteria. Ma io, con l’ingenuità dei vent’anni, di fronte a Franco Sartori, che allora era anche l’amministratore delegato, sbottai: “Non posso fare la segretaria, mio padre non me lo permetterebbe mai!”. E lui, gentilissimo: “Allora, prego, si accomodi”. Poi è successo che la persona scelta per Vogue bambini non si è presentata, non ricordo più per quale motivo. E hanno richiamato me.

Prima – Cosa faceva in redazione?
F. Sozzani – Ho cominciato come aiuto dell’aiuto dell’aiuto. Vogue bambini era ancora un supplemento e io facevo di tutto: sistemare il nastro nei capelli per le foto, seguire il guardaroba, preparare le pagine per la tipografia. Non mi hanno fatto saltare un passaggio, lì ho imparato tutto quello che serve sapere su come si fa un giornale e penso che questo sia lo spirito giusto per il nostro lavoro. Ancora oggi a Vogue tutti facciamo un po’ di tutto: è anche un modo per tenere unita una redazione, altrimenti il rischio è che si creino dei settori separati e nascano degli antagonismi sciocchi proprio perché non ci si parla.

Prima – La sua prima esperienza importante è stata a Lei, prima come caposervizio moda, quando il giornale è nato nel ’76, e poi come direttore nel 1980.
F. Sozzani – Come prima direzione è stata un’esperienza scioccante. Flavio Lucchini e Gisella Borioli, che dirigeva Lei, avevano lasciato la Condé Nast per fondare Edimoda e quando io sono stata nominata direttore praticamente la redazione non esisteva più. Qualcuno era andato a Edimoda, altri se ne erano andati e basta perché evidentemente non avevano fiducia in me. Era rimasta Maddalena Sisto, che oltre a fare le sue straordinarie illustrazioni scriveva anche dei pezzi, ed era appena arrivata Ariela Goggi, oggi mio vice direttore a Vogue. Ma il peggio era che non avevo più fotografi importanti, perché Oliviero Toscani, che lavorava moltissimo per Lei, aveva seguito Lucchini e Borioli.

Prima – E allora che ha fatto?
F. Sozzani – Ho pensato: riempio qualche valigia di vestiti, vado in America e i servizi di moda li faccio lì. È stato un colpo di fortuna, perché a New York ho scoperto Bruce Weber, Herb Ritts, Steven Meisel, Peter Lindbergh.

Prima – Oggi sono tra i più importanti fotografi di moda al mondo. A quell’epoca quanto erano conosciuti?
F. Sozzani – Poco o niente, soprattutto non erano fotografi di moda. Meisel insegnava illustrazione di moda alla Parsons School, Bruce Weber lavorava per Gq America e faceva dei servizi sui ragazzi nello sport, Herb Ritts era un fotografo di scena, Peter Lindbergh faceva più delle gag che delle fotografie. Da allora professionalmente siamo cresciuti insieme, io a loro ho dato un giornale su cui pubblicare – prima Lei e poi Vogue – a me loro hanno insegnato tantissimo in termini di creatività.

Prima – Che interesse aveva per fotografi non esperti di moda?
F. Sozzani – Ero convinta che ognuno di loro avesse un grande talento. Mi sono presa un rischio, ma come s’è visto ho avuto ragione. Poi mi piaceva l’idea di fotografi che guardassero alla moda con un occhio diverso. Lei era nato come giornale per le giovanissime, praticamente era l’edizione italiana di Glamour. Però con la nuova immagine che assieme a questi fotografi ho creato ha cominciato ad avere visibilità anche per un pubblico più adulto. Siamo arrivati a vendere 160mila copie, che per i tempi era una bella cifra. E a quel punto anche il mercato pubblicitario si è accorto del giornale.

Prima – Quei fotografi poi li ha portati a Vogue, quando è diventata direttore nel 1988. Non ha mai smesso di lavorare con loro, soprattutto con Steven Meisel che fa le copertine di Vogue Italia da vent’anni. Cosa c’è di speciale nel vostro rapporto?
F. Sozzani – Probabilmente molta chiarezza. Io sono responsabile, nel bene e nel male, del giornale che dirigo. La mia creatività sta nell’avere delle idee: ai fotografi do un’indicazione molto precisa di quello che ho in mente per un servizio, poi li lascio totalmente liberi di esprimere la loro di creatività. Nessuno sconfina nel lavoro dell’altro e in questo modo ognuno dà il massimo all’altro.

Prima – A luglio Vogue ha fatto un numero dedicato alle modelle di colore. Perché?
F. Sozzani – Come sempre queste idee nascono da un insieme di sensazioni che a un certo punto prendono forma. Sono anni che anche quando noto una modella durante una sfilata poi non riesco a ricordarne il nome, perché non mi ricordo la faccia. Sono tutte belle, però sono tutte uguali. Non hanno più personalità. L’unica che mi colpisce sempre è Liya Kebede, una modella di colore che quando sfila ha una classe unica. Questo è stato uno stimolo. Ma lo sono stati anche i discorsi fatti più volte con Naomi Campbell e anche con Bethann Hardison, una ex modella che ora fa l’agente di modelle di colore, sul fatto che negli ultimi anni nella moda ci sono meno modelle nere. Poi ero a New York all’inizio di febbraio, quando c’è stato il ‘Big Tuesday’, il confronto tra Obama e Hillary Clinton. Ancora non si sapeva se il candidato sarebbe stato Obama, ma ovviamente tutti parlavano della possibilità che l’America avesse per la prima volta un presidente nero. Così ho chiamato Steven Meisel, e abbiamo discusso l’idea.

Il timore era che qualcuno ci tacciasse di razzismo al contrario. Ma perché mai? Per me sono delle modelle come tutte le altre e come modelle le abbiamo trattate: al massimo della loro bellezza e eleganza, inventando per ogni servizio una storia che dimostra che hanno anche personalità e capacità d’interpretazione.

Prima – In Italia quel numero di Vogue è passato praticamente inosservato, invece la stampa anglosassone ne ha parlato moltissimo. Avete toccato un nervo scoperto?
F. Sozzani – È chiaro che in America e in Inghilterra il problema è molto più sentito che da noi. Difatti ne hanno parlato tutti i più importanti quotidiani e anche le tivù: mi hanno intervistata persino a ‘Good Morning America’ della Abc. Comunque la mia intenzione era di portare l’attenzione su un problema reale, non di fare la lezioncina o di pubblicare un numero un po’ scandaloso così gli altri schiattano di rabbia. Le idee non nascono contro gli altri, nascono per noi stessi. A me, onestamente, non interessa quello che pensano gli altri. Mi interessa fare il mio lavoro. E non è che quando si fanno delle cose speciali tutto fili via liscio: “Ah, che genio!”. C’è sempre chi trova il lato negativo, denigratorio. Però io tiro dritto, preferisco essere criticata perché ho preso un’iniziativa che rinunciare a un’idea che mi piace.

Prima – Che senso hanno per un giornale come Vogue questi numeri monografici centrati su un tema di attualità?
F. Sozzani – Vogue non è un giornale di servizio. Noi non ci occupiamo degli aspetti quotidiani della vita, però a modo nostro diamo un servizio perché con questi numeri, che io considero da collezione, mettiamo sotto la lente d’ingrandimento un fenomeno che dà uno spaccato della società di quel momento. È stato così per il numero di quattro anni fa sui paparazzi a Los Angeles, quando la cosa era arrivata a un tale parossismo che non c’era celebrity che non venisse fotografata mentre andava a fare la spesa come se fosse chissà quale scoop. O per il numero del 2002 sui blog e sull’uso ‘personale’ di Internet, raccontando di quelli che sul web mettono le loro foto e i loro sproloqui. E per ‘Makeover Madness’, sulla chirurgia estetica, uscito nel luglio 2005. In quel periodo non c’era cena, colazione, incontro pubblico o privato a cui partecipavo in cui non sentissi parlare del botox: funziona o non funziona, tu da chi vai, ma quante volte bisogna farlo… E la cosa veramente importante quando hai l’intuizione è lavorarci subito, altrimenti si perde il momento magico.

Prima – In questi numeri oltre ai servizi fotografici lei pubblica diversi articoli di commento, a volte anche di giornalisti stranieri. Quanti collaboratori ha sparsi per il mondo?
F. Sozzani – Io viaggio molto, vado dappertutto, e questo mi permette di incontrare parecchie persone con cui ho delle occasioni di scambio e di confronto. Ad esempio, sul numero di luglio ci tenevo a pubblicare l’opinone di Robin Givhan del Washington Post, che è una giornalista di colore e l’unica giornalista di moda ad aver vinto un Pulitzer, nel 2006. Con una come lei non è che alzi il telefono e chiedi: “Scusi, vuole scrivere per il mio giornale?”. Sono andata a New York, ci siamo incontrate, ha scritto un pezzo molto interessante in cui sostiene che oggi sulle passerelle ci sono sempre meno modelle di colore e fa un’osservazione giusta: la ‘bellezza nera’ riceverà attenzione per un mese e poi tutto tornerà come prima o qualcosa cambierà?

Prima – Oggi l’edizione italiana di Vogue è, ovviamente assieme a quella americana, la più conosciuta e venduta all’estero. Se ripensa a vent’anni fa, quando ha preso la direzione, com’era il giornale e com’era la situazione della moda italiana?
F. Sozzani – Da tempo la moda italiana ha una dimensione internazionale – importantissima – che quando ho cominciato apparteneva al massimo a quattro o cinque stilisti. Vogue era il giornale degli addetti ai lavori, punto di riferimento di questi stilisti e di una miriade di piccole e piccolissime aziende a cui bastava comprare della pubblicità per avere il redazionale. Per le copertine c’erano Armani, Versace, Krizia, Ferré. E poi si ricominciava il giro. Quelle dell’alta moda venivano date a Valentino o a Lancetti. Io dal primo numero ho cambiato tutto, completamente. Da un mese all’altro sembrava un altro giornale.

Prima – Reazioni?
F. Sozzani – Il primo anno è stato, diciamo così, difficile. C’era una specie di ‘febbre di crescita’: il giornale piaceva tantissimo dal punto di vista estetico, ma per quanto riguarda la pubblicità…

Prima – Gli inserzionisti erano spariti?
F. Sozzani – I piccoli inserzionisti erano totalmente disorientati. Non avevano più il loro redazionalino e non capivano perché, le posizioni tradizionali all’interno del giornale – il tale all’inizio e quell’altro alla fine – non esistevano più. Insomma, erano state sconvolte troppe regole. La prima copertina dell’alta moda la diedi a Saint Laurent, una cosa inammissibile. Questa insubordinazione non piaceva a nessuno, parliamoci chiaro.

Prima – Ma lei cosa aveva in mente di fare?
F. Sozzani – Guardi, la cosa che mi rende felice è che siamo partiti da un Paese con una lingua che si parla solo qui e siamo riusciti a farci conoscere in tutto il mondo. Questo l’ho sempre avuto in mente. Ho sempre pensato che fosse indispensabile traghettare lo stile di moda e di costume italiano all’estero. Se non lo avessimo fatto, su che giornale sarebbero potuti andare i tanti stilisti italiani che oggi sono famosi nel mondo? Da quale altro giornale sarebbero stati rappresentati? Trovo che anche questo sia un lavoro di servizio: diverso da quello degli altri mensili femminili, ripeto, ma non meno importante.

Prima – Eravamo a quel primo anno difficile. Come ne siete usciti?
F. Sozzani – Di colpo, come capita spesso, cominciò un po’ di successo all’estero. E arrivarono i primi inserzionisti stranieri: Chanel, Hermes… Due marchi importantissimi. Bisogna pensare che quello nella moda era un momento di grande evoluzione dei marchi. Nasceva Prada, la prima collezione ha sfilato nell’88, Vuitton sarebbe arrivato qualche anno dopo. Era una situazione in movimento e il giornale andava cambiato un po’ in corsa. Per quanto riguarda la parte redazionale mi sento di dire che era già il Vogue di oggi, mentre la pubblicità era ancora orribile.

Prima – Oggi è scontato che l’immagine della pubblicità sia all’altezza di quella del giornale. Ma nella moda ci si è arrivati in maniera particolare: i fotografi delle campagne dei grandi marchi sono gli stessi che lavorano per i femminili e soprattutto per Vogue. C’è chi lo considera una specie di conflitto d’interessi.
F. Sozzani – Io invece penso che come Vogue abbiamo fatto un lavoro importante sulla moda italiana aprendo la strada a grandi fotografi e portando l’attenzione su una qualità dell’immagine che prima non era nemmeno presa in considerazione. Oggi è una cosa acquisita e in tutti i giornali, non solo nei mensili ma anche nei settimanali, la qualità dell’immagine è alta. Quindi vuol dire che c’è stato un cambiamento radicale di mentalità.

Prima – D’accordo, ma nell’ambiente della moda i ruoli spesso sono sovrapposti: fotografi, stylist e anche alcuni giornalisti lavorano sia per le aziende sia per i giornali. Lei stessa è stata accusata di averlo fatto e l’Ordine dei giornalisti di Milano ha aperto un procedimento contro di lei.
F. Sozzani – I procedimenti sono due: il primo si è chiuso con le mie dimissioni dal consiglio di amministrazione della Condé Nast. L’Ordine lo considerava un conflitto d’interessi, malgrado io avessi specificato che il mio era un ruolo editoriale che non aveva nulla a che fare con la gestione dell’azienda. Un altro procedimento è in corso, e ho chiesto che a occuparsene non sia l’Ordine di Milano.

Prima – È quello che riguarda la sua consulenza per le campagne pubblicitarie di Cerruti del 2003 di cui ha parlato la puntata di ‘Report’ sul business della moda? Cosa c’è di vero?
F. Sozzani – C’è che il mio nome è stato inserito per errore in una pubblicazione che ogni anno indica chi ha realizzato le campagne. È dimostrabile perché quella consulenza è stata fatturata non da me, ma dall’ufficio della Condé Nast che lavora solo per clienti esterni ed esclusivamente con collaboratori esterni.

Prima – Ma di chi lavora contemporaneamente per le aziende e i giornali cosa pensa?
F. Sozzani – Che sono liberi professionisti che possono lavorare per chi gli pare. Anche noi quando ne abbiamo bisogno usiamo dei giornalisti freelance per i servizi di moda, però sono persone esterne, che non fanno parte della redazione e com’è nel loro diritto sono anche consulenti per le aziende. Il fatto che molti lavorino per Vogue, anzi siano diventati famosi lavorando per Vogue, conferma quello che dicevo prima: io i migliori fotografi e i migliori stylist me li sono sempre andati a cercare perché volevo un giornale al massimo della qualità. Se poi i maggiori marchi della moda li scelgono per le loro campagne non può che farmi piacere: significa che sono i più bravi in assoluto, non perché lavorano per noi.

Prima – Praticamente lei è considerata l’eminenza grigia della moda italiana, una persona che dispensa suggerimenti, consigli e soprattutto è in grado di fare la fortuna, e la sfortuna, di un fotografo e persino di uno stilista. Riconosce di avere tanto potere?
F. Sozzani – Quando sento parlare del potere in questo modo mi viene quasi da ridere. Non sono mica re Mida, che tocco, benedico e miracolosamente uno ha successo. Comunque l’idea del potere non mi fa paura, le assicuro che non mi toglie il sonno. E capisco che anche simbolicamente ci sia bisogno di una persona che si prende, per così dire, tutti i meriti, perché comunque è anche quella che si prende tutti i rischi. Però è una percezione distorta. In realtà intorno a me c’è un mondo enorme, il nostro è un lavoro di squadra. Se dopo tutti questi anni ho ancora il mio ruolo lo devo anche a tante persone che hanno fatto per me dei lavori fantastici. Di mio ho una grande resistenza fisica, un’ottima organizzazione mentale e un’enorme autodisciplina che mi permettono di gestire un lavoro parecchio impegnativo, ma non avrei raggiunto questi risultati se non avessi l’art director che ho, il vice direttore che ho, i fotografi che ho. Nessuno da fuori capisce quanto queste persone siano creative, e quanto sono importanti per me.

Prima – Dal 1994 è anche direttore editoriale della Condé Nast. Che rapporto ha con i direttori degli altri periodici?
F. Sozzani – Non sono un direttore editoriale invadente. Esisto quando gli altri mi cercano, magari per un consiglio sull’immagine o sulla scelta di un fotografo. In questa casa editrice ci sono giornali fatti talmente bene che non mi sogno neppure d’intervenire sui contenuti.

Prima – E il suo ruolo di direttore come lo concepisce?
F. Sozzani – Io tiro le fila cercando di prendere il meglio da tutti. Sono quella che decide, perché a decidere deve essere una persona sola, ma penso che l’abilità di un direttore non sia di mettersi a comandare quanto di saper riconoscere il talento in chi ce l’ha. Devi avere l’umiltà di ascoltare tutti. E io lo faccio, anche se è faticosissimo, perché da tutti sono sicura di tirare fuori qualcosa. Poi devi imparare a capire quando in una persona si accende quel clic di genialità che la rende unica. Magari dura un anno, oppure dieci, o anche tutta la vita: l’importante è intuire il momento in cui scatta il clic e prenderlo al volo.

Prima – Forse è questo il talento che tutti le riconoscono, soprattutto nei confronti dei fotografi: saper intuire, magari prima che loro stessi se ne accorgano, quando hanno delle potenzialità. Però c’è anche chi la accusa di aver impoverito il mercato italiano a favore degli stranieri.
F. Sozzani – Mi viene da rispondere che non si può seminare sul cemento. Io faccio scouting in tutto il mondo, vedo book di qualsiasi tipo e di fotografi di ogni Paese, non è che escludo gli italiani. Tra i primi dieci fotografi del mondo ci sono Mario Sorrenti e Paolo Roversi, con i quali ho lavorato e lavoro molto. E tra quelli della generazione successiva Stefano Galluzzi, Pierpaolo Ferrari, Lorenzo Bringheli che hanno iniziato con noi e oggi sono fotografi di livello internazionale.

Prima – Ma è d’accordo sul fatto che in Italia, più precisamente a Milano, c’era una tradizione di fotografia di moda che è andata persa?
F. Sozzani – Sì e no. Se pensiamo ai fotografi famosi negli anni Sessanta e Settanta, quanti sono quelli che sono diventati internazionali? A me vengono in mente Alfa Castaldi, Gian Paolo Barbieri, Oliviero Toscani. Il problema, credo, è che il fotografo italiano è un po’ come la modella italiana. Quando vedi le modelle italiane ti viene una gran tristezza, perché sono delle belle ragazze cresciute come delle belle ragazze e che per questo pensano di avere già raggiunto tutto. Le belle ragazze straniere invece fanno le cameriere per mantenersi, e poi magari finiscono per fare le modelle: un lavoro durissimo, che reggi solo se hai personalità. Per i fotografi italiani è un po’ la stessa cosa: molti sono bravi, ma vogliono subito fare la pubblicità e lavorare per Vogue. Insomma, un momento! Come in tutte le professioni uno deve farsi la sua gavetta, non perché sia una legge naturale, ma perché è l’unico modo per imparare e capire come funziona quel lavoro.

Prima – Che rapporto ha con gli stilisti? Ogni tanto si sente parlare di sue furibonde litigate con questo o con quello.
F. Sozzani – Queste cose vengono sempre ingigantite. Possono esserci dei momenti di tensione, anche di confronto un po’ acceso, ma senza mettere in dubbio la stima reciproca. Io ho un ottimo rapporto di amicizia con tutti. Capita che ci si veda, proprio in amicizia, a cena o a colazione, anche perché il bello di questo lavoro è che ci si confronta. Certo, non sono quella da weekend o da vacanze insieme, anche per una forma di rispetto nei confronti della vita dell’altro.

Prima – Ma se c’è una collezione che non le è piaciuta, o le è piaciuta meno di altre, glielo dice?
F. Sozzani – Sì, quando si è da soli sì, e sempre con i dovuti modi: “Guarda io la penso così, tu cosa ne dici?”. Sono convinta che ognuno di noi sappia benissimo quando ha fatto una cosa bella e quando una meno riuscita. Uno stilista sa sempre quando ha disegnato una buona collezione: lo sente da come reagisce il pubblico alla sfilata, lo capisce dall’applauso, se è caldo, vero, o se è di convenienza. E non dimentichiamoci che sono tutte persone creative, con una grande sensibilità: le corde della sensibilità sono veramente sottilissime, avvertono qualsiasi vibrazione.

Prima – Ma quando le capita di litigare con uno stilista il motivo qual è? Non gli è piaciuto un vostro servizio o magari si èsentito trascurato?
F. Sozzani – Oh, si sentono tutti trascurati!

Prima – Ognuno pensa di essere l’unico per lei…
F. Sozzani – Già, invece io dovrei essere multipla. Comunque parto dal presupposto che come io non intervengo nella sfilata di uno stilista lui non interviene nel mio giornale. Scambiarsi delle opinioni, farsi anche delle critiche va benissimo. Se poi qualcuno ritiene di essere stato trattato ingiustamente, il problema è anche e soprattutto del mio publisher.

Prima – Come organizza il lavoro dopo le sfilate per decidere di cosa parlerete su Vogue?
F. Sozzani – In modo molto libero, senza fare grandi riunioni. Durante le sfilate mi segno delle idee che mi piacerebbe realizzare nel corso dei vari numeri. Io mi faccio un’opinione di base, poi raccolgo il pensiero di tutti: redazione e collaboratori, ovviamente anche dall’estero.

Prima – Le capita ancora di emozionarsi a una sfilata?
F. Sozzani – Non spessissimo, ma mi capita. Se una collezione è particolarmente bella, oppure quando ti trovi davanti a persone che seguono un loro filo di pensiero in maniera assoluta. Ancora dopo tanti anni quando vedo Rei Kawakubo di Comme des garçons rimango colpita. È una stilista che ha dedicato la sua vita alla creatività, fregandosene del mercato, fregandosene di diventare ricca, fregandosene di tutto. E anche quando una sua collezione non mi piace le riconosco una genialità unica.

Prima – Ma come sceglie le sfilate da vedere? Mica le seguirà tutte.
F. Sozzani – Me ne guardo bene! Ma non vado solo alle ‘top’, come si dice. Se ad esempio in un’azienda è arrivato un nuovo stilista voglio vedere con i miei occhi com’è, soprattutto cerco di seguire il più possibile i giovani.

Prima – Sui giovani lei lavora parecchio, a cominciare dalconcorso ‘Who is on next’ che Vogue promuove da quattro anni. Ormai è un vivaio importante.
F. Sozzani – Sì, Nicolas Kirkwood, che ha vinto l’anno scorso, è direttore artistico della Pollini. Roberto Rimondi e Tommaso Aquilano, i 6267, disegnano Ferré. Da Furla ci sono Max Kibardin, che disegna la linea di calzature, e Courtney Crawford.

Prima - A chi è aperto?
F. Sozzani – A giovani stilisti di qualsiasi nazionalità, che però devono produrre in Italia ed essere distribuiti in almeno tre punti vendita.

Prima – E in quanti partecipano?
F. Sozzani – Il primo anno erano trecento, adesso sono un po’ più di duecento.

Prima – Come fate a selezionarli?
F. Sozzani – A tutti chiediamo un video con un’intervista su di loro e sul loro lavoro. Se la facciano fare da chi vogliono, la mamma, il papà, un amico… A noi serve per capire se sanno comunicare, perché puoi anche essere un genio, ma oggi se non sai comunicare resti un genio incompreso. Poi ovviamente chiediamo i materiali sul loro lavoro, e già così facciamo una prima selezione. Io li vedo in questa seconda fase e ogni anno ne incontro una trentina, fra accessori e moda.

Prima – In ‘Who is on next’ Vogue ha come partner Alta Moda Roma. Milano si è fatta scappare l’occasione?
F. Sozzani – Ho sempre pensato che per un’iniziativa del genere ci volesse un partner istituzionale. E ne ho parlato subito con la Camera nazionale della moda di Milano, che però in quel momento aveva altri progetti simili in mente e non era interessata. Così abbiamo trovato un accordo con Alta Moda Roma, che si è davvero molto impegnata: mette a disposizione un ufficio in aggiunta al nostro, a Roma si riunisce la giura e a Roma sfilano i finalisti.

Prima – Lei ha detto che per Roma questa dovrebbe essere l’occasione per rinnovare un’immagine tutta legata all’alta moda.Però ci sono state polemiche.
F. Sozzani – Lo ripeto: Roma può e dovrebbe diventare il luogo dove si fa scouting sui giovani. Non può continuare a essere la città dell’alta moda, perché l’alta moda non esiste più. Quindi deve trovare un’altra connotazione, e questa mi sembra ottima.

Prima – Lei che a Milano ci vive cosa pensa del rapporto tra il mondo della moda e la città? Si discute da anni del fatto che ingenerale, e soprattutto durante le settimane della moda, Milano non sappia valorizzare anche con iniziative culturali il suo ruolo di motore di uno dei settori fondamentali dell’economia del Paese.
F. Sozzani – Cominciamo col dire che andare a vedere le sfilate è cosa da professionisti. Un coinvolgimento della città come quello che si ha a Milano durante la settimana del design con la moda è impossibile. A parte questo, è vero che a chi viene per le sfilate Milano offre poco o niente. Temo che sia un problema che va al di là di quel momento, Milano oggi non è una città che dà l’impressione di muoversi, di creare. E non è che di queste cose bisogna sempre incolpare le istituzioni che non fanno abbastanza: basterebbe tenere aperte le gallerie d’arte, certi negozi. Non è una questione di divertimento o di feste, quelle ci sono. Mancano musei, mostre, stimoli.

Prima – Che invece ci sono a Parigi.
F. Sozzani – Eh sì, Parigi offre moltissimo. Sempre e tanto più nei periodi delle sfilate. C’è da dire, però, che a Parigi anche l’organizzazione è diversa: meno sfilate in assoluto e meno concentrate quelle importanti. Così si ha tempo e voglia anche per altre cose.

Prima – Eccoci all’annoso problema del calendario milanese: troppe sfilate, troppo concentrate. Lei cosa pensa?
F. Sozzani – So benissimo che fare il calendario è difficile, ma credo che a Milano le sfilate siano davvero troppe e che non si possa partire dall’idea di accontentare tutti. Quanti sono i nomi per cui i giornalisti e i buyer arrivano qui da tutto il mondo? Dieci? Allora questi dieci dovrebbero essere distribuiti, due al giorno, nell’arco di cinque giorni. Poi in mezzo, prima e dopo, metti tutti quelli che vuoi. Comunque mi sembra che, dopo tante discussioni, ora questo sia l’orientamento della Camera della moda, direi che ci stiamo avvicinando alla soluzione giusta.

Prima – Come descriverebbe la lettrice di Vogue o comunque la donna che a lei interessa?
F. Sozzani – Il mondo è pieno di tante donne diverse e a me interessano tutte. Tranne le Veline. Probabilmente all’inizio è stato un fenomeno di costume, ma è degenerato nel provincialismo più assoluto. Per il resto considero qualsiasi tipo di donna: la texana, quella di Madison Avenue, quella di via Montenapoleone, ma anche la signora bene della provincia. Tutte, in modo diverso, consumano moda. E noi dobbiamo accontentare il gusto di ognuna di loro e al tempo stesso avere una visione generale.

Prima – Da poco meno di due anni dirige anche L’Uomo Vogue, e l’ha molto cambiato. Che pubblico ha in mente e cosa pensa possa volereun uomo da un giornale concentrato sulla moda?
F. Sozzani – Per me non esiste l’uomo modaiolo, anzi penso che non esista più neppure per gli uomini. È un fenomeno nato negli anni Settanta e che già negli Ottanta ha cominciato a degenerare, confinato in una nicchia di addetti ai lavori che francamente non trovo interessante. E poi c’era sempre questa connotazione ambigua uomo-donna, a un certo punto non si capiva più niente, non solo nelle sfilate ma anche nei giornali.

Prima – Soprattutto era un’immagine un po’ grottesca e che sembrava rivolta in modo quasi caricaturale al pubblico gay.
F. Sozzani – Lo dico sempre: se fossi gay farei causa… Scherzo, naturalmente. Quindi ho pensato che a tutti, gay o straight, piacciono gli uomini normali. E in più gli uomini normali piacciono anche alle donne. In un uomo la bellezza fine a se stessa non è l’aspetto più affascinante. Quello che interessa è la sua storia, cosa fa nella vita, i suoi interessi e le sue passioni, tutte cose che finiscono per dare a quella persona un suo stile unico. Di uomini così ce ne sono tantissimi, per cui ogni mese riusciamo a rinnovarci passando dall’arte alla musica, dalla filosofia al cinema, dalle persone normali, agli aristocratici e agli artisti.

Prima – L’impressione è che la moda non sia più l’unico, ossessivo, interesse del giornale.
F. Sozzani – La moda rimane molto importante, soprattutto in un momento in cui il mercato maschile è in crescita e gli stilisti fanno proposte più vicine a quello che gli uomini realmente indossano. Però è vero che L’Uomo Vogue non è più soltanto un giornale di moda, e che il fatto di spaziare in campi così diversi gli ha dato una nuova credibilità. Quest’anno saremo partner del Salon de l’automobile di Parigi: sciovinisti come sono i francesi, mi sembra un gran bel risultato che abbiano scelto noi. Faremo un’iniziativa anche alla Art Basel di Miami e, in gennaio, a Hollywood in occasione dei Golden Globe.

Prima – Da settembre lei dirige anche Vogue Gioielli e Vogue Pelle, due specializzati che si rivolgono agli operatori di quei settori. Perché la Condé Nast le ha chiesto di occuparsene?
F. Sozzani – Per dare un taglio editoriale e un’immagine più simili a quelli di Vogue a due giornali che hanno Vogue nel nome della testata. Rimarranno degli specializzati è ovvio, però con un valore aggiunto. Vogue Pelle deve essere un giornale che suggerisce tendenze e le scova in giro per il mondo, dove ci sono tanti giovani che creano collezioni meravigliose, senza rimanere legato all’ambiente del trade che già conosciamo. Voglio che sia un giornale molto vivace, allegro, divertente, che suggerisce nuovi nomi e nuovi modi di creare. Vogue Gioiello sarà la massima espressione del lusso, interpretato da bellissime donne e con still life impeccabili. Una bella vetrina di gioielli, anche se non li compri, ti fermi a guardarla e ti dà grande gusto. Ecco, Vogue Gioiello deve essere una magnifica vetrina.

Prima – Quattro periodici da dirigere, la direzione editoriale della Condé Nast, diversi eventi da organizzare, molte persone da incontrare in giro per il mondo. Non è un po’ troppo anche per una come lei?
F. Sozzani – Gliel’ho spiegato: grande resistenza fisica, ottima organizzazione mentale, un’enorme autodisciplina. E nove ore disonno.

(Dina Bara)