16 gennaio 2017 | 15:01

Ci sono programmatori che potrebbero insegnare giornalismo a tanti, dice Smorto di Repubblica.it innescando un interessante dibattito sulle differenze tra giornalismo su web e carta. Bonini: il giornalismo non è packaging, servono vent’anni di professione

Una bella discussione (via mail)  sul giornalismo nell’epoca di internet ha preso spunto tra i giornalisti di Repubblica dopo la pubblicazione del pezzo di Giuseppe Smorto, vice direttore del giornale con la responsabilita’ del digitale, in occasione dei vent’anni  anni di Repubblica.it. Una discussione utile per tutti i giornalisti che mostra due modalità diverse – e non sempre conciliabili – di intendere questo mestiere.
Dagli interventi di Smorto, di Carlo Bonini e degli altri giornalisti che hanno scritto si intercetta un vero malessere di fronte ai lettori che non riconoscono piu’ il valore del lavoro del giornalista, e alla necessità di ritrovare un ruolo e anche un modo di fare il giornale di carta stampata.
Nei prossimi giorni dovrebbe tenersi un’assemblea di redazione sul tema.

Giuseppe Smorto

Giuseppe Smorto

Dal sottoscala al piano nobile, senza dormire mai. Tredici anni, dal 2003 al 2016, alla guida di Repubblica.it di GIUSEPPE SMORTO

Il sito è la notizia, il giornale è la firma. Il sito è la squadra, il giornale è l’esaltazione del singolo: l’editoriale, il grande reportage. Questo siamo diventati negli anni dell’esplosione di internet e dei contenuti digitali. In questi anni di indiscutibile leadership e di indimenticabili errori, di una cosa sono sicuro: non abbiamo mai dormito.

Quando sono arrivato a Repubblica.it, la redazione era a pianterreno, in una specie di sottoscala. Non era raro accogliere i fattorini che cercavano il portiere, accompagnare all’ascensore i visitatori che si erano perduti. C’era anche un bancomat: mi scusi, come mai non funziona?

Il bagno era al primo piano: ora, se voi volete fare una newsroom moderna, ricordatevi sempre di mettere un bagno a meno di un minuto dalla postazione. Altrimenti proprio nel momento in cui l’inviato dalla California chiama per dare un aggiornamento, voi sarete andati a lavarvi la faccia. Il corrispondente si arrabbierà e interromperà la comunicazione, il sito non verrà aggiornato. E non c’è niente di più inutile di un sito non aggiornato.

Succedeva questo a Repubblica.it nel 2003, dove erano già passati fior di giornalisti. Però, il sito continuava a stare nel sottoscala. Era l’immagine plastica della considerazione che buona parte della redazione aveva di noi. Niente di male.

Per me, fu importante solo quello che mi disse il direttore Ezio Mauro. “Arrivare primi sempre, con in testa la notizia più importante in quel momento”.

Seguirono anni di adrenalina pura, di notti in bianco, di celolunghismo e spacconate per il primo miliardo di pagine viste, i record continui, la sempre maggiore considerazione del giornale. L’sms di Massimo alle 6, con i numeri nostri e quelli degli altri. E ti ricordi lo stress e le lacrime per lo tsunami, con i turisti italiani che facevano la diretta: o quando lanciammo il video di Tremonti che dava dello scemo a Brunetta. La vittoria al Mondiale, le interminabili notti elettorali. E le tante campagne sociali e politiche, il nostro modo di stare dalla parte dei lettori. La famosa colonna destra, finita nelle tesi di laurea, nei trattati di sociologia e nei fumetti di Zerocalcare. Con una frase in testa: mai mandare in linea qualcosa di cui potremmo vergognarci.

Nel frattempo i giornali si sono trasformati, ed è naturale comprarne uno in edicola per scoprire il perché delle cose, le firme e la bellissima scrittura. E di lasciare al sito il compito delle notizie e dell’aggiornamento: scusateci per le ripetizioni, per i refusi, e ci perdoni caro lettore se non le abbiamo risposto subito. Velocità vuol dire anche superficialità.

Un bravo collega dice che il nostro destino è quello di essere i vigili urbani delle notizie. Ne arriva una e tu devi decidere dove metterla: sopra, sotto, di lato o nel cestino. Devi capire cosa quella notizia diventerà nel corso della giornata, quali sviluppi avrà, devi immaginare anche come saranno giudicate le tue scelte. Facilissimo sbagliare. E la Rete non perdona gli errori, fa lo screenshot e te lo sbatte su Facebook.

Negli anni è cresciuto il tasso di protesta del cosiddetto potere: il titolo non è quello, cambiate quella foto, perché usate il verbo rimuovere e non sostituire. E oggi in piazza erano in dieci a contestare, e voi ci avete fatto il titolo. Specularmente è cresciuto il tasso di responsabilità e di attenzione, tanto che lo stesso lettore dice: era su Repubblica, e nemmeno lui sa o ricorda se l’ha letto sulla carta o sul sito.

E poi ci siamo noi, che stiamo dall’altra parte dello schermo. Una squadra, appunto. Quando arriva una notizia, ognuno sa già cosa fare. C’è chi scrive, chi cerca i video, chi cerca in archivio e chi sistema la home. Nella redazione di Repubblica.it liti e antipatie sono mal tollerate: due che non vanno d’accordo si troveranno prima o poi nello stesso turno, e sicuramente il lavoro ne risentirà.

Purtroppo non posso farvi vedere il più grande prodotto di questa squadra: magari intuite che Repubblica.it è un mezzo veloce, che può essere aggiornato prima ancora di un refresh, non vi spiegate come mai quella foto sia cambiata in un minuto. E’ tutto merito del Kpm3, il sistema editoriale nato dal lavoro comune di giornalisti, ingegneri, programmatori. Quando le delegazioni cinesi vengono in visita, lo mostriamo come fosse la prova di uno scoop. L’abbiamo costruito in casa, ha un valore di molte centinaia di migliaia di euro.

E’ arrivato il momento di confessarlo: ci sono ingegneri e programmatori che potrebbero insegnare giornalismo (non ho esempi opposti :) ).

Per anni siamo stati fra due fuochi. Quelli che “la carta è superata”, gli ostinati censori e blogger di ogni nostra parola, quelli che sezionano ogni file, alla ricerca dell’errore. In altre parole, quelli che hanno il complesso di Repubblica. E poi, quelli all’altro estremo: il web è cheap, serie B, il web si fa con gli scarti del giornale. Una contrapposizione che ha fatto male anche all’area digitale (ora che non lavoro più al sito, ne approfitto per chiedere scusa per qualche durezza e qualche chiusura: chi è arrivato fino a questo punto, capirà). Ma ora che Repubblica.it è aperta H24 per 365 giorni l’anno, sarà difficile negarne l’utilità. In quanto ai censori, alcuni sono anche simpatici, e ci aiutano.

Se adesso guardo, da fratello in visita, il terzo piano di Largo Fochetti tutto a colori e digitale, così bello da sembrare la sede di Google, a parte i pilastri orrendi e lo scivolo che non c’è, le redazioni, gli studi accanto alle scrivanie, il flipper, le piante da annaffiare, le nuove professionalità, i giovani che cerchiamo faticosamente di inserire, ecco: se lo guardo penso a quel sottoscala e al colpo di fortuna che ho avuto, aver ricominciato a studiare, dopo vent’anni passati in una redazione tradizionale.

Internet ha cambiato la nostra vita, non è vero?

—- — — — — —

L’intervento di Carlo Bonini

Cari tutti,

Scusate l’intrusione, ma credo che la festa per i vent’anni di successi di Repubblica.it, cui mi unisco con sincera amicizia, affetto e senso di appartenenza, meriti alcune considerazioni sollecitate da ciò che ha avuto modo di scrivere il nostro Giuseppe Smorto sul sito (http://m.repubblica.it/mobile/r/speciali/cultura/20-anni-repubblica/2017/01/13/news/smorto-155893167/), in un pezzo che, evidentemente, si rivolge ai nostri lettori e, insieme, all’intero collettivo di lavoro di questo giornale di cui faccio parte, ormai, da 16 anni.

Senza inutili diplomazie e tartufismi, penso infatti che nel giorno della festa, lasciar cadere senza una parola quel che l’amico Peppe pensa del Giornalismo nell’era digitale e dei giornalisti, del loro lavoro quotidiano, sarebbe un torto alla nostra intelligenza, al senso di quel che facciamo ogni giorno e, in ultima analisi, arrendersi all’ineluttabile luogo comune che, silenziosamente, ha svuotato di ogni consapevolezza e rispetto il nostro mestiere. Convincendoci che il Giornalismo sia “packaging”, confezionamento del flusso di ciò che è altro da sé (le notizie), o “governo del traffico”, roba da “vigili urbani” e forse, perché no, da parcheggiatori. Questa notizia la metto lì, quell’altra la metto là. Questa la sistemo sopra, questa sotto.

Scrive Peppe: <E’ arrivato il momento di confessarlo: ci sono ingegneri e programmatori che potrebbero insegnare giornalismo (non ho esempi opposti :) ).>. E l’affermazione, che con tutta evidenza vorrebbe essere una battuta, nella sua drammatica infelicità, tradisce (e quel che è peggio propone ai nostri lettori) un’idea del Giornalismo figlia di un esiziale equivoco. Che non esista cioè un solo Giornalismo declinato su diverse piattaforme, ma, al contrario, un nuovo Giornalismo in cui il mezzo (la piattaforma digitale) diventa sostanza del mestiere fino a modificarne il canone. Insomma, che i custodi dell’Algoritmo siano per forza di cose i nuovi sacerdoti della nostra religione.

Peppe, infatti, aggiunge: <Nel frattempo i giornali si sono trasformati, ed è naturale comprarne uno in edicola per scoprire il perché delle cose, le firme e la bellissima scrittura. E di lasciare al sito il compito delle notizie e dell’aggiornamento: scusateci per le ripetizioni, per i refusi, e ci perdoni caro lettore se non le abbiamo risposto subito. Velocità vuol dire anche superficialità>.

“Bellissima scrittura”. “Velocità vuol dire anche superficialità”.

Non ci siamo, credo. Mi hanno insegnato che il Giornalismo non è esercizio calligrafico o di stile, o semplicemente ricognizione del “noto” alla ricerca di senso. E che la velocità dell’informazione non ha, né può avere come corollario quello della “superficialità”. Piuttosto, quello della oggettiva “incompletezza”, come accade per tutte le vicende in divenire. Si può e si deve essere veloci riuscendo ad essere “attendibili” e rifuggendo la superficialità come la peste. Insomma, la piattaforma di carta non può essere o diventare un museo per vecchi pavoni bolliti. La piattaforma digitale non può essere una palestra dell’ardimento per apprendisti stregoni.

Dico tutto questo proprio perché considero sterile archeologia la contrapposizione che, per anni, ha opposto carta e digitale. Lo dico perché penso che quella contrapposizione abbia prodotto fasce crescenti di sottoproletariato della professione (colleghi giovani e capaci costretti a insaccare notizie sul digitale senza il lusso di una fonte che non siano le agenzie) e gonfiato lo snobismo di chi, di fronte all’invenzione della ruota, ha pensato bene a difendere le proprie rendite di posizione di carta. Dico tutto questo, perché sono convinto che non ci sarà futuro per il Giornalismo di Repubblica e per il Giornalismo in genere se continueremo ad ignorare l’urgenza di intenderci su cosa è il mestiere che facciamo, a quali canoni debba rispondere, a chi debba parlare.

Per molto tempo, sulla pagina on-line del nostro sito delle inchieste, abbiamo conservato come epigrafe e motto identitario, la definizione di giornalismo di Giuseppe D’Avanzo perché, questo capisco, nelle sue parole era il precipitato e la sintesi di un’idea di noi stessi e di quello che facciamo, quale che sia la piattaforma su cui lo decliniamo. <Giornalismo è la paziente fatica di portare alla luce i fatti, di mostrarli nella loro forza incoercibile e nella loro durezza. Il buon giornalismo sa che i fatti non sono mai al sicuro nelle mani del potere e se ne fa custode nell’interesse dell’opinione pubblica e anche nell’interesse della politica perché senza fatti la politica annienta se stessa>. Voglio credere che in questa definizione di Giornalismo, la nostra redazione tutta, si identifichi ancora. Perché gli algoritmi, i vigili urbani e l’assioma “velocità-superficialità” sono fungibili, merce disponibile in qualsiasi mercato, a qualunque latitudine, al contrario del Giornalismo e dei giornalisti. Che sono quelli che definiscono la “diversità” e l’“identità” di un giornale. Le uniche ragioni per continuare a comprarlo o per visitarne il sito o la pagina facebook.

Una volta mi venne detto che per fare un giornalista ci vogliono almeno vent’anni di professione. Capisco che i tempi per un algortimo o un vigile urbano siano infinitamente più brevi. Ma è una scorciatoia che non porta, come evidente dalla crisi che attraversiamo, da nessuna parte.

Mi piacerebbe continuare. Perché mi piacerebbe che, per una volta, la nostra redazione aprisse una discussione vera, profonda, su quel che fa ogni giorno, sul tipo di contenuti che produce. Quelli da cui, non dimentichiamolo, non dipende il futuro della carta o di Rep.it, ma il futuro di Repubblica e basta. Ma mi sembra di aver già abusato abbastanza della vostra pazienza.

Dunque, evviva Rep.it e i suoi vent’anni. E grazie a Peppe Smorto, che mi ha dato l’occasione di festeggiare nell’unico modo che conosco. Perché, credetemi, in queste mie considerazioni non c’è alcuno spirito di polemica ma soltanto la speranza di portare un po’ di senso a una discussione su ciò di cui abbiamo disimparato a discutere.

Un abbraccio a tutti

Carlo

—- — — — — —

La replica di Smorto a Bonini

Caro Carlo,

lascio giudicare ai colleghi. Il pezzo è lì. Quella sugli ingegneri è una battuta, è il senso dell’algoritmo, ed è un modo di dare valore a chi lavora al nostro fianco 24 ore al giorno.

Il resto è francamente forzato: velocità uguale superficialità è un modo di fare autocritica (quanti errori abbiamo fatto sul sito per la velocità?) in un articolo che rischiava di essere troppo autoreferenziale. Tu prendi una battuta, prendi una parte tre capoversi sopra e ci fai un ragionamento. Boh.

Non mi ritengo così bravo per dare lezioni di giornalismo, non insegno in nessuna scuola, mi hanno chiesto un ricordo e l’ho fatto volentieri.

Non mi rovinerò la festa né il lavoro che stiamo facendo in queste ore per quello che hai scritto. Ti ringrazio però, perché altrimenti il pezzo sarebbe passato inosservato.

Un abbraccio a tutti, oggi è un bel giorno.

Giuseppe

L’articolo è qui:

http://www.repubblica.it/speciali/cultura/20-anni-repubblica/2017/01/13/news/smorto-155893167/

 

—- — — — — —

L’intervento di Marco Patucchi

Cari tutti,

Peppe ha ragione: oggi è un bel giorno e bisogna assolutamente festeggiare. Ma ha ragione anche Carlo quando si augura che la redazione apra una sacrosanta riflessione sui temi proposti dal suo intervento.

Un abbraccio e viva Repubblica.

Marco

—- — — — — —

L’intervento di Eugenio Occorsio

Cari tutti,

Come sempre accade nelle famiglie e come abbiamo visto in tanti film, i problemi escono fuori alle feste di compleanno o di natale. La riflessione sollecitata da Carlo va assolutamente fatta, ovviamente in un clima appunto da famiglia, cioè tutti legati da un profondo affetto e protesi verso un stesso scopo che è quello di migliorare il prodotto informativo. La ricerca della “convergenza” fra web e carta ha anch’essa vent’anni ed è irrisolta, o perlomeno da perfezionare. Ci sono alcuni punti fermi, il principale dei quali è la qualità dell’informazione, compresa la bella scrittura, per valorizzare sempre di più il marchio Repubblica, da coniugare a tutto tondo, compresi cioè reportage tv come quello di oggi bellissimo di Ezio dalla Russia, ed eventi come RepIdee. Ma ci sono anche motivi oggettivi di urgenza che spiegano la superficialità, come dice Peppe (forse si potrebbe trovare un altro termine meno degradante, qualcosa tipo immediatezza). Tanti sono gli elementi da discutere. Purtroppo nel nostro lavoro c’è anche una parte meno divertente, diciamo la “macchina” sia sulla carta che sul web. Però anch’esso può avere un senso quando fatto con vero spirito collaborativo. Un giornale, di carta o web, è sicuramente un prodotto collettivo, e può dare soddisfazione in mille modi: con un bel reportage o con una notizia tempestiva inserita al volo su Internet. Si cresce in tutti e due i modi. In fondo, Peppe e Carlo dicono la stessa cosa. Auguri e un bacio a tutti

Eugenio

—- — — — — —

L’intervento di Corrado Zunino

Lasciar cadere una bella discussione di giornalismo e di senso del mestiere è semplicemente un peccato, e la redazione di Repubblica delle ultime stagioni (tante stagioni) ci si è abituata. Ha fatto tanti peccati. Credo non sia una peculiarità di Repubblica, credo che il mondo discuta meno (forse perché il mondo è frustrato dall’idea che tanto nulla, poi, cambierà e alla fine, invece di discutere per cambiare, preferisce scegliere le scorciatoie: votiamo Trump, vediamo se qualcosa – le ingiustizie, il mio stipendio, il senso di impotenza che ci pervade tutti – cambierà davvero).

Il pezzo di Peppe Smorto a me sembra semplicemente bello. Dice molte verità sul giornalismo d’oggi, belle e brutte, e ci dice che tutti dobbiamo aggiungere conoscenza a quella che già abbiamo. Anche nuova conoscenza, magari informatica, magari fotografica. Ci dice anche che in vent’anni, e in una decina d’anni di “social discussions”, è cambiato il lettore. A me sembra cambiato antropologicamente. Lo sperimento tutti i giorni sugli argomenti che conosco meglio. E’ un lettore (in media) più superficiale (sì, più superficiale) e rapido, più scafato e cinico, più protagonista e così impigrito dall’avere tutte le informazioni (vere e false) sul suo profilo sul telefonino, e averle gratis, da non fare più lo sforzo di cercare qualcosa di più e di meglio da nessuna parte (spesso non si accorge neppure di quello che c’è su Repubblica.it, anche se è gratis: non esce mai dalla sua nuova gabbia di Facebook). Spesso quel lettore prende spunto dai nostri articoli scritti con fatica e a volte informati, profondi, persino illuminanti per dirci quello che pensa lui del mondo. Meglio, spesso prende spunto dai titoli dei nostri profondi articoli (non arriva al sommario) per dirci com’è il mondo e che noi siamo figli della casta. Punto. Facebook, tra le tante novità, ci ha regalato anche questo: non credo più a nessuna autorità, tanto meno a un giornalista che ci ha messo vent’anni per divenire tale, e scrivo io, commento io, incalzo io direttamente la politica. E uso lo spazio dei commenti di Repubblica.it come un taxi, dieci volte al giorno, per far sapere a quattro milioni e mezzo di utenti unici il mio pensiero. O semplicemente che nei tempi dell’informazione social ho un lavoro malpagato e alienante, mio figlio è disoccupato e non vedo un futuro.

La mail di Bonini, invece, mi sembra coraggiosa. E in linea con quello che Carlo diceva alle assemblee di Repubblica quando era un membro del comitato di redazione: “Redazione di Repubblica, sveglia”. Da tutti i punti di vista: sindacale, professionale. Ci diceva: sveglia, che fino a quando ci lasciamo dare le botte, le botte ce le danno (qui alludeva ai rapporti con l’azienda). Sveglia, che non è tutto deciso: qual è la notizia importante quel giorno, chi la scrive, come si scrive. La redazione nel fare un giornale ha un suo peso decisivo (da tutti i punti di vista) e se non se ne accorge, allora sì che sono problemi per il giornalismo. Ecco, a volte la redazione di Repubblica – nel suo essere un collettivo – non sembra neppure sapere quali prerogative abbia, che ruolo. Lascia che le cose vadano avanti. Mi pare che spesso Carlo Bonini questo dicesse alle assemblee e mi pare che, stringendo, questo ci ricordi oggi.

Poiché le belle discussioni, per non diventare accademia, devono fondarsi su un progetto, su qualcosa che poi si potrà praticare, allora propongo questo, inserendomi nella richiesta di un’assemblea. Perché non discutiamo – in maniera preparata, scrupolosa – della nostra integrazione? E’ iniziata, ha cambiato diverse cose, non è certamente compiuta ed è fortemente perfettibile. Perché non prepariamo dei documenti di lavoro (semplici idee messe su carta) e non proviamo a trovare una “sintesi di redazione” (tutta, in tutte le sue declinazioni) sul prosieguo dell’integrazione? Un documento che poi la redazione offrirà come contributo informato al direttore. Un esempio piccolo, ma per me esemplificativo: dov’è finita la “mailing list” chiamata RepLink? Lì c’erano idee di futuro, realtà giornalistiche di successo e fallimenti nell’epoca del giornalismo internet. Aiutava a capire. Era nata, parallelamente, anche una “commissione futuro”: dov’è finita? Possibile che una redazione di “Repubblica” non sia capace di elaborare proposte (la redazione, non un singolo) che possano diventare prodotti giornalistici di successo? Che siano vecchi prodotti di cui c’è fame (grandi inchieste) o nuovi? Magari monetizzabili (dal marchio, non dal singolo)? Credo passi di lì il nostro mestiere, un po’ della nostra felicità e probabilmente la nostra sopravvivenza.

Corrado Zunino