20 febbraio 2017 | 11:56

Più aumenta il rumore di fondo della Rete, più è necessaria un’informazione credibile, dice al ‘Giornale’ il presidente Fieg Costa. Facebook e Google non sono il male, ma l’autoregolamentazione non basta: servono autorità indipendenti

“Le nuove piattaforme tecnologiche non sono il male”, “ma qualche regola ci vuole”. Nel corso di una lunga intervista pubblicata oggi su ‘Il Giornale’, Maurizio Costa, presidente della Federazione Italiana Editori Giornali, ha affrontato diversi temi legati all’impatto dei social e della Rete sul mondo dell’editoria, dal diritto d’autore alla pubblicità, passando per le ‘fakenews’.

“Demonizzare in modo acritico i social sarebbe sbagliato. Ma di sicuro il loro mestiere neon è quello di produrre informazioni”, ha spiegato l’ex ad di Mondadori e presidente di Rcs MediaGroup, sottolineando però come agli effetti positivi portati dall’avvento del web e dalla “disintermediazione” – come la possibilità di comprare un’auto, un viaggio o una casa da soli – si contrappongano ambiti più elicati, come quando si parla di salute. “In certi casi un contributo di professionalità è indispensabile”, ha aggiunto, citando poi il giudizio che Umberto Eco diede dei social network che “danno il diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar”. “Affermazioni forti”, “che collocano il mondo dei social media nel loro giusto ambito, che non ha niente a che vedere con quello della autorevolezza scientifica e professionale”.
Passando nello specifico all’impatto che hanno sul mondo dell’informazione, Costa ha poi citato un distinguo fatto dal direttore del ‘Corriere della Sera’, Luciano Fontana che aveva separato il “mondo dell’informazione”, dalla “società della conversazione”. “La società dell’informazione è quella delle news intese in senso tradizionale. Di chi raccoglie, verifica, contestualizza e diffonde notizie secondo le regole del giornalismo, con standard qualitativi elevati e certificati. Parlo di un’editoria che investe risorse in una struttura professionale. I social invece non producono nulla di originale, semmai sfruttano i contenuti altrui e alimentano appunto quella società della conversazione di cui parlavamo, quelle conversazioni che una volta, come diceva Eco, si facevano tra amici al bar. E non è fuori luogo ricordare che talvolta assumono aspetti deteriori e diventano cassa di risonanza per campagne di insulti”.

Maurizio Costa

Passando ad affrontare il tema degli investimenti pubblicitari, Costa ha parlato soprattutto dei rapporti degli editori con due giganti del web come Facebooke Google e delle modalità con cui sono tassati gli investimenti pubblicitari. “Il principio è semplice e non mi sembra contestabile”, ha detto: “i redditi prodotti in Italia dalle multinazionali del web vanno tassati nel nostro Paese. Indipendentemente dalle soluzioni tecniche che si possono trovare, bisogna superare una situazione che non è più sopportabile e che oggi genera disparità di trattamento tra le imprese, favorisce l’evasione e l’elusione e finisce per distorcere la concorrenza”.

Sulla tutela del diritto d’autore Costa ha detto: “con Google ci siamo prima scontrati e poi confrontati a lungo e devo dire che abbiamo trovato un accordo di collaborazione positivo. Un accordo in cui si riconosce l’importanza del diritto d’autore e ci si basa su due punti fondamentali: la valorizzazione dei contenuti editoriali e il riconoscimento dell’importanza per gli editori di disporre ed utilizzare informazioni di valore strategico, cioè i dati lasciati in Rete dai navigatori”. Agli inizi invece i contatti con Facebook, che però è molto diverso da Google, dato che, ha ribadito Costa, la creatura di Zuckerberg non è un motore di ricerca, ma “un social network che utilizza i contenuti giornalistici per generare traffico, massimizzare il numero dei contatti e vendere pubblicità”.

Arrivando alla delicata questione delle ‘fake news’, Costa ha parlato della disponibilità della Fieg di partecipare attivamente al dibattito su come arginarne la diffusione. “Non è credibile un sistema di controllo lasciato in mano ai diretti interessati; l’autoregolamentazione da sola non funziona”, ha spiegato citando le iniziative intraprese da Facebook e Google, tra etichette che segnalano al lettore la presenza di notizie controverse o la decisione di togliere la pubblicità a siti non affidabili. “Ci vogliono criteri non burocraticamente censori, ma arginare la diffusione di informazioni palesemente false è necessario. E a occuparsene dovrebbe essere una autorità terza e indipendente”.

Insomma, ha concluso, la diffusione del digitale nel mondo dei media è inarrestabile, ma ad essa non attribuisce “una connotazione negativa”. Anzi, dal punto di vista di Costa essa non può che offrire “grandi opportunità a chi opera nel mondo della comunicazione”. “Certo, i giornali sono in profonda trasformazione e in futuro non saranno come quelli di oggi, ma sicuramente quanto più aumenta il rumore di fondo dell’informazione in Rete, tanto più diventa necessario poter contare su un’informazione credibile che offra dei punti di riferimento”.