24 febbraio 2017 | 17:20

Domenica L’Espresso va in edicola col ‘nuovo’ look che riprende la storica testata dei fondatori Benedetti e Scalfari. Il direttore Cerno: oggi come ieri, liberi, laici e fuori dal coro

Tommaso Cerno – Da oggi L’Espresso si scrive di nuovo così come lo scrissero per la prima volta Arrigo Benedetti e Eugenio Scalfari il 2 ottobre 1955. Con la sua “L” che torna maiuscola. Con la sua “E” che è più di un marchio, è un pezzo di storia del giornalismo, ma soprattutto un pezzo di noi. Con l’apostrofo messo lì in mezzo. Forse a dividerle? Come le nostre idee spesso diverse, come i nostri dubbi, spesso molti, come i nostri punti di vista spesso opposti. O forse a unirle? Fuse in un solo suono come lo sono invece i nostri valori fondanti: laicità, libertà, diritti di donne e uomini, uguaglianza, dovere di stare sempre alle calcagna del potere. Soprattutto se al governo c’è chi più dovrebbe somigliare alla natura profonda, democratica e progressista, del Paese e del nostro giornale.

Come si chiama un settimanale di attualità? News magazine. Secondo L’Espresso no. Per noi ogni numero sarà come un libro. Un libro settimanale. Con un’anima. Un filo emotivo che lega argomenti solo all’apparenza distanti. Incatenati nel profondo come i personaggi di un romanzo. Un libro settimanale per chi, oltre a saperne di più, ama quella vecchia pratica (che odora di futuro più che mai) chiamata “leggere”.Il direttore Tommaso Cerno spiega perché da domenica 26 febbraio l’Espresso torna alla sua testata originale: non una scelta grafica, ma una scelta interiore

Non guardiamo al passato, in quella direzione vediamo il futuro. Lo scorgiamo nello spirito che animò L’Espresso fin dai suoi primi passi. Materia viva. Eccentrico e libertino. Cattivo e disincantato. In lotta con la retorica e i luoghi comuni. Sta nella sua anima, nelle inchieste, nelle battaglie civili il nostro domani. Ma sta pure dentro i nostri errori, quando ci sono stati, e ci sono stati. Perché ci abbiamo sofferto e anche lui ne ha sofferto.

Noi ci siamo guardati dentro e ci siamo detti che erano fatti in buona fede, ma sentivamo che non bastava a farci sentire meglio. Finché abbiamo capito che avevamo una cosa da fare: provare a replicare oggi quello stesso sforzo di “diversità narrante” che c’era nel Dna di chi inventò L’Espresso. Per dirla semplice: suonare un’altra musica. La suonava forte in un’Italia dove si tendeva a sussurrare (quando andava bene) o tacere. Farsi sentire in quel silenzio colpevole era l’essenza del suo, cioè del nostro, giornalismo. Bene, al giorno d’oggi tutto si può dire tranne che si sussurri. Il giornalismo globale, il web, i social, i blog, le tv gridano tutto e subito. Fanno un gran rumore dove prima c’era appunto il silenzio. Il problema è che l’effetto è lo stesso. Perché un rumore finisce per mescolarsi ad altri rumori. E altri ancora. Finisce per essere la versione assordante del tacere d’un tempo. Buona per indignarsi, ma insufficiente a capire. Ecco: per squarciare il silenzio era nato questo giornale. Ora spetta a noi capire come squarciare il rumore. Dove trovare la tonalità nuova capace di raccontare il mondo che cambia.

Noi ci proviamo. Proviamo a dirci che il giornalismo deve uscire dalle sue “abitudini”, dalle prassi automatiche con cui ha raccontato gli ultimi vent’anni. Perché è cambiato tutto e noi a volte siamo cambiati meno della società. Abbiamo il dovere di modulare meglio la voce, se vogliamo che qualcuno ci senta. Ecco perché rimettiamo lassù, in alto sulla copertina, la nostra prima testata. Non è un “restyling”. È il contrario: noi vogliamo guardare in faccia L’Espresso e riuscire a tenere la testa alta. Noi vogliamo metterci alla prova, sapendo che potremmo non riuscirci. Noi vogliamo confrontarci con noi stessi, con il nome che portiamo, perché quel nome ci metta tanta paura ogni volta che ci domandiamo: «Abbiamo fatto bene il nostro lavoro?».