03 marzo 2017 | 11:05

Le edicole napoletane si ribellano al titolo di ‘Libero’ rifiutandosi di venderlo. La replica del quotidiano diretto da Feltri: dei problemi bisogna occuparsi, non tacerli

«Per rispetto a Napoli e ai napoletani questo giornale oggi non lo vendo». Così ha scritto ieri su una copia di Libero Fabio Gargiulo dell’edicola partenopea di piazza Medaglie d’oro. Una reazione che hanno avuto anche altri suoi colleghi meridionali e che ci dispiace – scrive oggi il quotidiano diretto da Vittorio Feltri – perché non comprende quanto noi siamo dalla parte dei napoletani come loro. Quelli, come spiega Gargiulo al Mattino , che si svegliano presto e si danno da fare, prendendosi addirittura cura dello spazio pubblico attorno alla loro attività. Purtroppo c’è anche un’altra Napoli e lo sanno anche loro. Per superarla bisogna occuparsi dei problemi, non tacerli. E questo voleva essere il contributo polemico del nostro giornale. Gargiulo ha specificato che anche la sua è stata una provocazione e che ha venduto comunque «Libero» a chi glielo ha chiesto.

“Piagnisteo napoletano”. Ecco l’articolo sotto accusa, pubblicato ieri da libero.

Vide Napule e po muore. C’è qualcosa di terribilmente fascinoso, nel piagnisteo che in questi giorni avvolge Napoli.
Una tammurriata d’illegalità, il senso dell’ etica pubblica che si scioglie nel chiagn’ e futte, al posto del sangue di San Gennaro. Nell’area Nord di Napoli, a Miano, sfilano ventimila aspiranti elettori, ombre diafane comparse dal nulla e ignote all’anagrafe, diligentemente in fila per iscriversi al del Pd con in mano una tessera comprata da altri a 10 euro e con in bocca la parola d’ordine, «Mi manda Michel…», (variazione di «Mi manda Picone» , ma nel senso di Michel Di Prisco vicepresidente della Municipalità Miano-Scondigliano).

Tutti costoro ora son lì a lamentarsi con i boss locali perchè il partito, da Roma, ha snasato olezzo di compravendita di voti. E il partito, memore della grande tradizione partenopea -dai Borbone a Achille Lauro a Valeria Valente – dell’urna magica e delle preferenze riprodotte per partogenesi, ha dunque subito bloccato il tesseramento, inviando colà un commissario milanese, Emanuele Fiano per indagare e capire; il quale Fiano, probabilmente ora corre il rischio di finire blandito dagli autoctoni; e tramortito di pizza, pastiera e sfogliatelle; e spinto ad ispezionare una sede del Pd di cartapesta, come nei film di Totò.

A Napoli, oggi, si lamentano tutti. Si lamentano anche i decathleti del cartellino, quei 94 assenteisti professionisti arrestati e indagati all’Ospedale di Loreto Mare. Tra costoro perfino s’ indigna quel medico il quale, risultando in corsia, era invece andato in taxi a giocare a tennis giustificandosi con «meglio lavorare tre ore bene, piuttosto che otto ore svogliati in corsia…». E si strazia, addirittura, quel dipendente addetto proprio al controllo degli assenteisti che in orario di servizio preferiva, giustamente, fare lo chef in un hotel. Non a Napoli, a Nola. Sessantaquatro chilometri al giorno: resistenza fisica e dedizione asburgiche, peraltro. E si lamentano, trottando sotto il suddetto nosocomio, armate di striscioni e cori in rima baciata, le turbe di infermieri precari che ora avanzano il proprio giusto diritto al posto fisso, dato che quelli che l’occupavano prima, il posto fisso, ora hanno traslocato nelle patrie galere. E, vicino agli infermieri, si muovono, alle falde della Prefettura, e piangono in quadrata falange, frotte d’ immigrati protestanti in modalità antirazzista (e se c’ è una città non razzista è proprio Napoli) contro, nell’ ordine: la «legge Bossi-Fini», le spese militari, le politiche di guerra, il ministro Minniti. Uno strepitoso senso dell’ ammuina. Ovviamente, ulula alla luna pure il Napoli Calcio dopo i due rigori beccati dalla Juve, però «non per l’ arbitro ma per le decisioni», dimenticando che le decisioni sono dell’ arbitro. Ed esprime un vivace dissenso finanche l’ imprenditore Alfredo Romeo, arrestato da carabinieri e Finanza in azione congiunta, «in relazione ad un episodio di corruzione nell’ ambito dell’ inchiesta Consip». Con lui è perquisito l’ ex parlamentare -napoletanissimo- Italo Bocchino. La cosa che mi ha inquietato è che Romeo non nega, ma si giustifica invocando «analoghe modalità» adottate dai suoi concorrenti; cioè se qua rubano e corrompono tutti, che i’ songo l’ unico fesso? Ed è questo il punto.

Il punto è che questo pianto ecumenico, queste lacrime da sceneggiata, rischiano d’affondare la dignità d’un popolo che ha una grande storia. Confermano che il napoletano medio è ancora «mariuolo dentro», vittimista strategico. E non ha rispetto di uno Stato che certo – è la solita trama- l’ha storicamente considerato un figlio illegittimo. Ma è inutile estrarre dal cilindro dalla polemiche la trita «questione meridionale» che vibra dai tempi di Giustino Fortunato a quelli di Luciano De Crescenzo. Chi scrive è un cultore antico della napoletanità. Cresciuto a Totò ed Eduardo, educato alla scuola giuridico/ economica di Filangeri, ammaliato dal rock dei Bennato, io mi chiedo spesso – tralasciando la camorra- perché, dal motorino senza casco alla truffa come strategia fiscale, Napoli tenda a fotterti. Non è tanto una questione storica, o etica, o psicologica, ma semantica.

Forse c’ entra la cazzimma. Per i templari della napoletanità ‘a cazzima – termine intraducibile- è la furbesca pratica dello stare al mondo, l’ esaltazione del maschio alfa nelle procelle di una società spietata. L’essere un po’ figl’ e n’ crocchia. Per il resto del modo, è la pratica spietata di sfruttare gli altri, anche amici e parenti, per raggiungere il proprio scopo. «dai grandi affari o business alle schermaglie meschine per chi deve pagare il pranzo o il caffè» (Pino Daniele). Dispiace per i napoletani perbene…

http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/12319889/piagnisteo-napoletano-ecco-l-articolo-di-libero-sotto-accusa.html