18 aprile 2017 | 12:40

Piero Ottone, dalle tensioni con Indro Montanelli a Pier Paolo Pasolini in prima pagina. Il ricordo del ‘Corriere della Sera’ e di Giulia Maria Crespi: faceva giornalismo d’inchiesta autonomo da ogni potere

Piero Ottone è stato “l’ultimo vero direttore di un giornalismo che non c’è più, un giornalismo d’inchiesta autonomo da ogni potere. Con lui il ‘Corriere’ si è aperto, si è tolto l’immagine di giornale di centrodestra, ha preso un linea anglosassone, ha fatto scrivere Pasolini, Calvino, Parise, Natalia Ginzburg…”. Così Giulia Maria Crespi, intervistata oggi da Giangiacomo Schiavi, ricorda il direttore del quotidiano che lei stessa gestì dagli anni Sessanta prima di venderne le azioni fra il ’73 e il ’74.

Piero Ottone

“Dava fastidio a molti ma piaceva a moltissimi”, racconta Giulia Maria Crespi oggi sul ‘Corriere’. “Trasformò il ‘Corriere’, arrivando a volte al milione di copie e anche oltre”. “C’eravamo conosciuti a Londra, quando lui era corrispondente: mi aveva fatto conoscere la stampa anglosassone. Il nostro rapporto era franco, di amicizia. Mi piaceva la sua autonomia dal potere, non aveva preclusioni. Ho sempre pensato che sarebbe stato un direttore adatto per il ‘Corriere’”.

Una scelta che provocò l’uscita di Indro Montanelli, che “voleva diventare direttore” e invece lasciò via Solferino per fondare ‘Il Giornale’. “Quel licenziamento – ricorda Crespi – fu un grande sbaglio. Montanelli era Montanelli, bisognava tenerlo. E io avrei dovuto oppormi alla richiesta di licenziarlo”.

“La scelta di Ottone aveva dato fastidio” a Montanelli, prosegue Crespi, “ci fu una pace temporanea, ma Montanelli non si sentiva più libero come prima. Poi arrivarono le interviste contro la nuova direzione del ‘Corriere’ e Ottone chiese la risoluzione del contratto”.

“Sarò ricordato per questo e per Pasolini in prima pagina”, ha scritto Ottone nelle sue memorie. “Sarà ricordato come un grande direttore”, aggiunge Crespi, “per la sua apertura verso le idee nuove, per la sua modernità. Ma non era uomo di compromessi, non ammetteva svicolamenti. Se doveva dire qualcosa di negativo della Fiat lo faceva anche davanti ad Agnelli”.

“Per quel licenziamento piansero entrambi”, conclude Crespi. “Lo ripeto: fu un errore, Montanelli doveva restare al ‘Corriere’, anche se ci sparava contro. E Piero lo riconobbe dopo, con onestà”.

“Il giornalismo lo aveva nel sangue, ma non a qualsiasi prezzo”, ricorda, invece, Antonio Ferrari sempre oggi sul ‘Corriere’. “Ha continuato a ripetere che, da genovese, era felice di essere diventato direttore del ‘Secolo XIX’, e che quando gli proposero la guida del ‘Corriere della Sera’, nel quale era diventato famoso, disse di sì ma senza alcuna frenesia. Sapeva quel che voleva, ma sapeva che occorreva avere la fiducia dell’editore e il consenso dei lettori. Se il giornalismo italiano, un po’ a effetto e un po’ provincialotto, ha conosciuto una vera rivoluzione ed è riuscito a rigenerarsi, il merito è di questo signore un po’ snob, che venne a portare al ‘Secolo XIX’ e poi al ‘Corriere’ il fascino del giornalismo anglosassone: i fatti separati dalle opinioni, e soprattutto tribuna libera per tutte le idee, anche quelle che facevano vibrare di sdegno i benpensanti”.

Un esempio? “A Genova – ricorda Ferrari – dove con il collega Mario Margiocco avevamo scoperto un traffico di finte esportazioni di mortadella e altra carne in scatola, che venivano poi scaricate in mare per ottenere i lucrosi premi per l’export, decise per la prima pagina del ‘Secolo XIX’, pur sapendo che si andavano a toccare gli interessi di un’importante azienda lombarda. Quando alla sera arrivò da Milano uno dei capi della società, con in mano il libretto degli assegni, cercando di corromperci (“Siete giovani, i soldi vi faranno comodo”), Ottone – che informammo subito – fu inflessibile. Chiamò il caporedattore e ordinò: tre di spalla? No, di più. Portate il titolo a sei colonne”.

“Potresti dirmi finalmente, e chiaramente, perché te ne andasti dal ‘Corriere della Sera’ nel 1977?”, gli chiese Ferrari dodici anni fa in un ufficio milanese della Radio della Svizzera Italiana per una trasimssione intitolata ‘Buongiorno Direttore’.

“Semplicemente, ritenevo chiusa la mia esperienza”, fu la risposta. Ma Ferrari ricorda: “incalzai: «Piero, per favore, dimmi la verità. Togliti questo peso. Non è che te ne sei andato perché erano entrati soldi poco chiari, anzi molto oscuri, nella proprietà del ‘Corriere’? Soldi della loggia massonica P2, come fu chiaro in seguito?». Il direttore mi squadrò, non certo indispettito, ma quasi compiaciuto e divertito che l’allievo non mollasse. «Vedi, il mio angelo custode, una notte, mi ha dato una leggera pacca sulle spalle e mi ha sussurrato: “Vattene adesso. Tu non sai perché, ma un giorno lo capirai”»”.

Ottone, nato a Genova il 3 agosto 1924 e scomparso a Pasqua (il 16 aprile 2017), all’anagrafe si chiamava Pier Leone Mignanego e fu a lungo inviato e caporedattore del ‘Corriere della Sera’. Fino a che nel 1968 divenne direttore del quotidiano del ‘Secolo XIX’. Nel 1972 venne chiamato alla direzione del ‘Corriere della Sera’ sul quale fece scrivere Pier Paolo Pasolini. Nel 1973-74 si trovò a gestire il conflitto con Montanelli. In seguito, nel 1977 lasciò la direzione del ‘Corriere’ e divenne firma di ‘Repubblica’.