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28 aprile 2017 | 14:51

L’innovazione spaventa i più deboli. Lo dice la ricerca di Agi sui processi di innovazione presentata a #internetday: gli italiani tra ritardi e preoccupazioni

I principali risultati del rapporto «Uomini, robot e tasse: il dilemma digitale» realizzato nell’ambito del programma pluriennale «“Diario dell’Innovazione”, un progetto triennale AGI – Censis di monitoraggio della reazione degli italiani di fronte ai processi di innovazione, a supporto del Rapporto Cotec sulla cultura dell’innovazione degli Italiani presentati oggi al MAXXI di Roma riguardano i due volti dell’innovazione:

- gli italiani da un lato denunciano il ritardo del Paese, dall’altro temono l’allargamento dei divari e i rischi sul fronte occupazionale;
- le tecnologie digitali sono ritenute fondamentali sul fronte del monitoraggio della vita urbana e della sicurezza, ma viene sottovalutato l’impatto positivo dell’automazione e della robotica sui processi industriali;
- contrastati i pareri in tema di prelievo fiscale sui robot e sui giganti del web. Preoccupati gli italiani non connessi alla rete: sui servizi digitali necessaria un’opera di mediazione e una nuova solidarietà intergenerazionale.
- contro la disoccupazione giovanile si richiede il rilancio del turn over nell’impiego pubblico e il sostegno alle start up innovative.
- Non convince il reddito di cittadinanza

L’innovazione spaventa i più deboli. I profili sociali più vulnerabili, in particolare coloro che vivono in famiglie di basso livello socio-economico o che sono privi di titoli di studio superiori (diploma o laurea) temono l’innovazione. Il 66,7% e il 59,2% rispettivamente, sono infatti convinti che i processi innovativi finiranno per ampliare la forbice tra i ceti sociali.

L’automazione nei processi produttivi: l’allarme lavoro. Un ulteriore preoccupazione viene dalla penetrazione dell’innovazione nei processi produttivi. Il 37,8% degli italiani ritiene che processi di automazione sempre più spinti e pervasivi determineranno un saldo negativo di posti di lavoro. Anche in questo caso le maggiori preoccupazioni sono riscontrabili tra chi non dispone di titoli di studio elevati (43,8%). Per contro, il 33,5% degli intervistati ritiene che le opportunità aumenteranno in uno scenario di nuovi lavori ancora per gran parte inesplorato. Completano il quadro coloro (il 28,5% del totale) che ritengono che i posti di lavoro nel complesso non varieranno in termini numerici. Il cambiamento riguarderà semmai il tipo di lavoro che saremo chiamati a svolgere.
La consapevolezza del ritardo italiano. La maggioranza relativa degli italiani (44,6%) ritiene che il Paese – pur a fronte di alcune eccellenze – non stia riuscendo a tenere il passo dei paesi più avanzati in tema di innovazione. Meno pessimisticamente, il 29,6% degli intervistati è convinto che l’Italia stia cambiando, ma solo al traino di quanto avviene all’estero. Solo il 9,8% degli italiani ritiene che il gap cumulato in passato si sia ridotto negli ultimi anni. Per contro, un 15,3% di “iper-critici” sposa la tesi che l’Italia sia sprofondando tra i paesi più arretrati d’Europa.
Tecnologie digitali per la sicurezza: un’equazione ad “alto gradimento”. Il pendolo tra libertà e sicurezza si sposta decisamente verso quest’ultima. Il 40,8% degli italiani valuta positivamente la penetrazione in ambito urbano delle tecnologie che consentono un maggior controllo sulla vita collettiva. Inoltre, il 43,8% dichiara di adattarsi volentieri ad un maggior controllo, a patto che questo coincida con una maggior sicurezza. Queste posizioni si amplificano tra la componente più anziana della popolazione. Paventano una possibile riduzione della libertà individuale solamente il 15,4% degli italiani (che tuttavia superano il 20% considerando esclusivamente le giovani generazioni).

Sottostimato il valore positivo dell’automazione nei processi industriali
Per un 10,0% di italiani parlare di automazione e di robotica significa proiettarsi in un libro di Isaac Asimov o tra gli androidi di Star Wars. Fantascienza, dunque, più che attualità o futuro prossimo. La maggior parte degli intervistati (il 40,6%), si concentra invece sui dispositivi, in parte già oggi disponibili, che possono migliorare la nostra vita quotidiana svolgendo al posto nostro compiti ritenuti faticosi o ripetitivi. Ci sono poi coloro che focalizzano l’attenzione sulla possibile disoccupazione che verrà generata dall’applicazione massiccia della robotica nei processi produttivi (il 29,9 del totale dei rispondenti, che salgono però al 41,6% considerando la sola componente meno istruita della popolazione). Solo il 18,7% degli italiani associa in prima istanza l’automazione e la robotica alla possibilità di ottimizzare i processi produttivi delle aziende aumentandone la competitività e la produzione di valore aggiunto. Il concetto di “fabbrica 4.0” e il delta di produttività che si potrà creare da un nuovo rapporto tra lavoratori e macchine sempre più intelligenti e connesse non sembra ancora percolato diffusamente nel panorama cognitivo del Paese.
L’automazione e la robotica: incentivarle o tassarle?
Per il 42,1% degli italiani la penetrazione dell’automazione e della robotica nei processi produttivi deve essere in qualche modo regolata perché, sostituendo il lavoro umano, finiranno per determinare una riduzione del gettito fiscale complessivo. E’ in pratica la posizione di Bill Gates, il fondatore di Microsoft, che ha di recente sostenuto che un robot dovrebbe essere tassato nella stessa misura del lavoratore che sostituisce. Una percentuale di fatto identica (il 41,6%) la pensa però diversamente: l’evoluzione scientifica e tecnologica seguirà il suo corso e non ha senso pensare di introdurre meccanismi che possano arginarlo o limitarlo. Completa il quadro delle opinioni la posizione – minoritaria – di chi ritiene che l’introduzione della robotica sia da incentivare come elemento di sostegno alla competitività delle imprese italiane (16,3%).

Sì alla web tax, ma attenzione alle conseguenze
Più della metà della popolazione italiana (55,0%) concorda nel ritenere opportuna una legge in grado di tassare i profitti generati in Italia dai grandi soggetti web (Google, Facebook, E.Bay, Amazon, AirBnB, ecc.) con sede legale all’estero in paesi a fiscalità privilegiata. La volontà del governo italiano di proporre un simile provvedimento agli altri Paesi Ue durante il G7 delle Finanze in programma a Bari dall’11 al 13 maggio 2017 gode dunque dei consensi della maggior parte degli italiani. Consapevolmente, un ulteriore 27,6% degli intervistati ritiene che la questione non possa o non vada affrontata a livello nazionale ma che vada demandata all’Unione Europea. Si rileva inoltre la posizione – minoritaria nel Paese (17,5%) ma maggiormente sentita dalle giovani generazioni (27,5%) – di chi pensa che una legge del genere possa rivelarsi dannosa riverberandosi sui costi dei servizi web per l’utente finale.
L’Italia “fuori rete”: strategie di sopravvivenza per chi non usa il web
In un Paese sempre più digitalizzato non si può non valutare l’eventuale disagio o senso di estraniazione di chi non usa internet. Quest’Italia “fuori rete”, per circa un terzo (34,1%) si sente realmente svantaggiata rispetto a chi è in condizioni di connettersi frequentemente e agevolmente. Uno svantaggio che viene ricondotto all’accesso alle informazioni, ai servizi ed alle minori opportunità di relazione con gli altri. Questi cittadini esposti digital divide, ricorrono ad amici, parenti o conoscenti (67,6%) o ad intermediari specializzati quali patronati o Caf (23,5%) quando devono usufruire di servizi in rete. E’ dunque in atto un processo di “solidarietà intergenerazionale” fra chi è in grado di utilizzare i servizi digitali e chi, per l’età avanzata o per difficoltà economiche e culturali, non riesce a rimanere al passo con le innovazioni. Una solidarietà di cui ci sarà maggior bisogno se e quando i servizi pubblici saranno accessibili solo via web. La quota di chi si affiderà a persone di fiducia copre oltre un terzo del totale. Preoccupa invece la quota consistente (23,5%) di coloro che affermano che non saprebbero assolutamente come risolvere il problema.

Contro la disoccupazione giovanile, lavoro pubblico e start-up. Non convince il reddito di cittadinanza
Per fronteggiare il problema della disoccupazione giovanile gli italiani, e le giovani generazioni soprattutto, richiedono uno scatto di protagonismo ed un impegno diretto molto concreto dei soggetti pubblici con poteri decisionali. Due sono gli assi di intervento che vengono individuati tra quelli da presidiare: da un lato il rinnovamento della pubblica amministrazione attraverso uno sblocco del turn over (29,9% del totale delle risposte), dall’altro il sostegno alle forme più avanzate di imprenditoria giovanile (le start up innovative) (27,9%). Minori consensi ricevono tutte quelle modalità di azione che puntano a rafforzare il capitale umano (formazione in campo scientifico, competenze digitali, ecc.), o a rinnovare le politiche attive per il lavoro (potenziamento dei centri per l’impiego, apprendistato, programmi di studio all’estero, ecc.). Anche modalità di intervento di natura socio-assistenziale come il reddito di cittadinanza, sia pure collegate a percorsi formativi obbligatori, raccolgono al momento consensi limitati sia tra i giovani (19,6%) che nel corpo sociale nel suo complesso (18,8%).

 - Leggi o scarica le slide con la sintesi del Rapporto Cotec sulla cultura dell’innovazione degli Italiani  (pdf)