03 maggio 2017 | 17:28

Il commercio online cresce toppo lentamente, dice la Casaleggio Associati. Colpa dell’offerta insufficiente e degli scarsi investimenti in venture capital

di Claudio Cazzola – Nel mondo ci sono 3,4 miliardi di potenziali clienti dell’e-commerce – persone cioè connesse alla rete e pronte a fare acquisti sul proprio pc, smartphone o tablet – ma le aziende italiane non sanno ancora sfruttare in modo adeguato questo enorme mercato. È la prima constatazione che Davide Casaleggio, presidente della Casaleggio Associato ha fatto presentando il 3 maggio a Milano i risultati di E-commerce Italia-Europa, l’indagine sull’andamento e le prospettive del commercio elettronico che la società di consulenza milanese conduce da alcuni anni.

La sala del convegno E-commerce Italia-Europa 2017, organizzato dalla Casaleggio Associati il 3 maggio, presso la sede della Camera di Commercio di Milano

L’edizione 2017 della ricerca, basata su un panel di 3mila aziende che fanno e-commerce, indica che qualcosa si sta muovendo, però troppo lentamente. “Il commercio online italiano è cresciuto del 10% nel 2016″, ha detto Casaleggio, “ma il nostro non è ancora un mercato maturo come quello statunitense”. Le cause sono diverse. Prima di tutto, “la mancanza di un’offerta adeguata in molti settori, come la casa, la moda, l’arredamento, che pure sono punti di forza del made in italy”. In secondo luogo la insufficiente internazionalizzazione delle aziende: “In Europa il 70% del mercato lo fanno tre Paesi: Regno Unito, Germania e Francia”, ha osservato Casaleggio. “Vendere all’estero deve essere un caposaldo per l’e-commerce italiano, altrimenti non si sopravvive”.

Ma la causa principale del nostro ritardo, secondo il presidente della Casaleggio Associati, è la scarsità degli investimenti privati: “Nel 2016 in Italia gli investimenti in venture capital sono stati in totale 260 milioni, contro i 600 milioni della Spagna e i 2,7 miliardi della Francia. Inoltre nel nostro Paese si tratta in genere di investimenti ridotti, da 500mila euro a 5 milioni: troppo pochi per un settore capital intensive come l’e-commerce”.

Giacomo Fusina, fondatore della società di ricerche online Human Highway, ha presentato al convegno l’altro lato della medaglia: l’e-commerce visto non dalla parte delle aziende ma dei consumatori. Qui i dati sono decisamente più positivi. “Gli acquirenti online abituali sono passati dai 9 milioni del 2011 ai 16 milioni di oggi, con una crescita del 20% anno su anno”, ha detto Fusina. “E il mobile potrà dare un’ulteriore spinta alla crescita: negli ultimi sei mesi un acquirente su tre ha fatto esperienze d’acquisto via smartphone o tablet”.

Non sempre i commercianti sono in grado di stare dietro a questa crescita della domanda. “Nella distribuzione organizzata (la parte più avanzata della distribuzione, quella delle catene di negozi: ndr), un retailer su tre ancora non vende online, anche se ha un sito”. I retailer più avanzati stanno già sperimentando la crossmedialità (ad esempio, comprare un prodotto online e ritiralo in negozio) o la omnicalità (dove tutto è integrato, i negozi fisici e quello online), ma sono ancora solo una piccola minoranza.