04 maggio 2017 | 17:34

Accordo tra Google e l’Agenzia delle Entrate: al fisco italiano 306 milioni di euro per il periodo tra il 2002 e il 2015

Google verserà al fisco italiano 306 milioni di euro. E’ l’esito dell’accordo raggiunto oggi con l’ Agenzia delle Entrate sotto il profilo tributario. Dal punto di vista penale in Procura a Milano mesi fa è stata chiusa un’inchiesta per una presunta evasione fiscale a carico di alcuni manager del gruppo. L’accordo tra Google e l’Agenzia delle Entrate per un maxi versamento sotto il profilo tributario segue quello del dicembre 2015 tra Apple e la stessa Agenzia con il colosso di Cupertino che, in quel caso, versò più o meno la stessa cifra, 318 milioni di euro.

Google ha raggiunto con l’Agenzia delle Entrate un accordo “per risolvere senza controversie le indagini relative al periodo tra il 2002 e il 2015″, ha spiegato un portavoce, ribadendo l’impegno della compagnia “nei confronti dell’Italia”, e l’intenzione di “far crescere l’ecosistema on line del Paese”. “In aggiunta alle tasse già pagate in Italia per quegli anni – è stato chiarito – Google pagherà altri 306 milioni di euro”. Di questi “oltre 303 milioni sono attribuiti a Google Italy e meno di tre milioni a Google Ireland”.

“Con Google sarà avviato un percorso per la stipula di accordi preventivi per la corretta tassazione in Italia in futuro delle attività riferibili al nostro Paese”, il commento dell’Agenzia delle Entrate dopo aver siglato “l’accertamento con adesione” con Google, dopo le indagini fiscali della Gdf coordinate dalla Procura della Repubblica di Milano, relative al periodo tra il 2009 e il 2013.

Il direttore dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi ha definito l’accordo “un passo avanti fondamentale nella strategia di lungo periodo che stiamo perseguendo grazie a un grande lavoro di squadra” con Gdf e Procura di Milano, sottolineando il “risultato straordinario non soltanto per l’ingente valore delle somme riportate nelle casse dello Stato” ma anche “per i risultati che verranno”. Si è aperto “un dialogo con Google che si è impegnata ad attivare una procedura di ruling (Apa), secondo le regole Ocse, per tassare i proventi prodotti” in Italia.

Rossella Orlandi, direttore dell’Agenzia delle entrate (Foto Olycom)

Per il successo dell’operazione Orlandi ringrazia “tutti i colleghi che ancora una volta hanno svolto un lavoro egregio e che rappresentano per noi, e per tutta la PA italiana, un’eccellenza e un motivo di grande orgoglio”.

La Procura di Milano, guidata da Francesco Greco, negli ultimi anni, spiega l’agenzia Ansa, sta portando avanti o ha già chiuso sul piano penale (mentre in parallelo corre quello tributario) tutta una serie di procedimenti per evasione fiscale sui colossi del web, tra cui Google e Apple appunto, ma anche su Amazon e Facebook. Nel febbraio 2016, il pm Isidoro Palma aveva tirato le fila dell’ inchiesta che riguardava il motore di ricerca che era accusato, secondo i calcoli del Nucleo tributario della Guardia di Finanza, di aver sottratto all’Erario italiano, tra il 2009 e il 2013, redditi imponibili per circa 227 milioni di euro, grazie a uno schema elusivo che coinvolgeva una serie di società dislocate tra Irlanda, Paesi Bassi e Bermuda. Le cifre, poi, contestate nell’atto di chiusura indagini a carico di 5 manager, però, sono diverse da quelle accertate dalla Gdf. Nell’atto firmato dal pm Palma, infatti, si faceva riferimento a 98,2 milioni di euro di imponibili Ires (l’imposta sui redditi d’impresa) non dichiarati nel quinquennio considerato e non ai 227 milioni.

L’accordo raggiunto oggi sotto il profilo tributario potrebbe avere effetti anche sull’inchiesta penale chiusa ormai da tempo, come avvenne per Apple. In quest’ultimo caso, infatti, il procedimento penale si è poi chiuso con un manager della sede irlandese che ha patteggiato una multa, mentre altre due posizioni sono state archiviate.

Nel frattempo, nei giorni scorsi, è emerso che, stando ai calcoli della Gdf, Amazon avrebbe evaso circa 130 milioni attraverso un meccanismo – la contabilizzazione in Paesi a regime fiscale più favorevole di profitti in realtà realizzati in Italia – che è, in sostanza, lo stesso già individuato dalla Procura nelle inchieste sugli altri colossi dell’hi tech. Intanto, i pm milanesi indagano anche su Facebook e su Western Digital.