27 maggio 2017 | 17:29

“In Rai la politica c’è e va gestita”, dice Giancarlo Leone al Messaggero, “il direttore generale è costretto a relazionarsi con i partiti, talvolta anche per frenarli”

L’intervista di Stefania Piras a Giancarlo Leone sul Messaggero – 27/05/2017  - Come si è arrivati a questo corto circuito, che idea si è fatto Giancarlo Leone? «Una premessa necessaria», risponde il manager, per 33 anni in viale Mazzini: «Non sono tra le persone critiche verso Campo Dall’Orto, ho un buon rapporto professionale instaurato con lui. Ritengo che la crisi sia avvenuta più per un corto circuito di comunicazione interna tra gli organi sociali che per una reale distanza di visione e di strategia».

Giancarlo Leone

Giancarlo Leone

Ovvero? «Non c’è stata sufficiente interazione e coinvolgimento tra direttore generale, consiglio e la presidente. E in questo caso il compito del dg è favorire la più ampia comunicazione possibile».

Ma quali errori paga questo dg secondo lei: era troppo manager e poco politico? «Un direttore generale deve, e questo vale anche per il futuro, considerare la politica come un interlocutore necessario. Il governo indica il dg, la commissione parlamentare di Vigilanza fa indirizzo e controllo, dunque la Rai è nella politica e con la politica deve dialogare. La politica non è solo intrusiva nell’azienda e per evitare che lo diventi, perché questo succede, occorre relazionarsi con essa, anche per frenarne qualche volta l’invadenza. Probabilmente in questo Campo Dall’Orto non è stato abbastanza politico».

Ha ragione il ministro Calenda quando parla di risultati poco lusinghieri laddove la politica pretende di mantenere un controllo totale sulle aziende ? «Dico che i risultati di ascolto della Rai e della raccolta pubblicitaria sono eccellenti. Quello che manca è sì una visione complessiva del futuro perimetro aziendale ovvero quanti canali e testate dovrà avere il servizio pubblico».

Il cda si è mosso in modo corretto? «Il consiglio formalmente ha bocciato una proposta del dg su un tema cruciale come il piano informazione, è intervenuto nel merito di un atto di competenza del direttore generale. Se abbia fatto male o bene non posso dirlo io, la bocciatura suona come una sostanziale sfiducia, atto che tra l’altro non è previsto dall’attuale legge acui manca lo scatto finale, il progetto di una fondazione che faccia da filtro tra il governo e l’azienda anche come fonte di nomina».

E ora quali problemi rimangono sul tavolo? «La Rai sconta un vizio clamoroso che riguarda la sua natura: organismo pubblico a cui si applicano regole spesso della pubblica amministrazione. La Rai deve uscire presto da questa situazione che le impedisce di operare sul mercato dell’audiovisivo in modo adeguato, ha le mani legate da lacciuoli non idonei per il servizio che svolge e questo è un problema legislativo. Altro problema: la Rai deve uscire presto dall’ambiguità sul tetto agli artisti, il governo ha chiarito che il tetto ai compensi Rai che si applica ai manager non si applica agli artisti chiedendo a Rai delle regole comportamentali che ancora non si sono viste. Sarebbe un grave problema per la Rai come ho sentito se il consiglio volesse determinare dei tetti agli artisti di natura diversa».

Si parla di un tetto di un milione di euro: di giornalisti conduttori come Vespa che dice? «Io penso che l’unico tetto agli artisti lo possa dare il mercato e che non ci possa essere distinzione tra artisti di spettacolo e giornalisti che conducono e producono programmi di talk. Tutti si devono misurare con il mercato. Il futuro della Rai si gioca sul fatto che Fabio Fazio, Alberto Angela, Massimo Giletti, persino Amadeus e tanti altri artisti di cui sono scaduti i contratti restino in azienda e non valutino, come invece stanno facendo, di traslocare presto altrove. Per la Rai sarebbe un grave danno. Ciò non toglie che il tetto ai manager è ingestibile e produrrà l’effetto di far andare via i migliori e di non poter attrarre da fuori i più meritevoli».

E lei perché ha rifiutato di tornare in Rai? «Non ho rifiutato perché nessuno me lo ha offerto formalmente e poi sono l’attuale presidente dell’Associazione produttori televisivi e amministratore delegato di “G10 media”».

Ma quindi informalmente le è stato chiesto? «A Roma succede anche questo: le proposte possono avvenire in modo trasversale».

E com’è questa Rai vista da fuori ora? «Parlo come presidente di Apt: nutro preoccupazione. In questo momento il servizio pubblico e tutto l’impianto e la gestione delle produzioni è fermo. Deve ripartire al più presto nell’interesse degli utenti e dei produttori che sono la linfa vitale dell’azienda».

Perché, questa stasi cosa comporta? «La presentazione tra un mese dei palinsesti deve poter avere dei contenuti reali e validi sulla base di progetti che vengono spesso realizzati con produttori indipendenti da cui dipende buona parte dell’intrattenimento e della fiction della Rai, generi vincenti per il servizio pubblico».