29 giugno 2017 | 15:19

Il Libro Bianco sulla comunicazione digitale una buona base di partenza per avviare il confronto sugli aseptti contrattuali del fenomeno social, dice Digita Adv Lab. Serve stimolare il dibattito e il confronto

“Lo sforzo congiunto delle 8 associazioni del mondo della comunicazione che ha portato all’elaborazione del Libro Bianco sulla comunicazione digitale, è certamente virtuoso e deve essere valorizzato rendendone noto il contenuto a tutti i soggetti che operano nella mondo della comunicazione”.  E’ questo l’auspicio dell’Osservatorio Digital ADV Lab in merito alla diffusione dei contenuti del Libro Bianco sulla Comunicazione digitale presentati il 27 giugno a Milano.

Secondo l’Osservatorio, il vademecum segna un “primo positivo” passo nel percorso di diffusione di conoscenza e presa di coscienza di quali siano le criticità che connotano il digital advertising, cui deve far seguito in tutte le sedi competenti “una riflessione a più voci su quali integrazioni e modifiche concrete debbano venire inserite nei contratti che regolano l’affidamento dei servizi media, l’acquisto di spazi pubblicitari mediante sistemi del tipo programmatic buying così come quelli di sviluppo e realizzazione di campagne di comunicazione digitali”.

“La dinamica sottostante l’incarico per la realizzazione di campagne adv digitali coinvolge numerosi soggetti e gli schemi contrattuali oggi in uso non sempre disciplinano correttamente alcuni fondamentali obblighi a carico dei fornitori di servizio con pregiudizio dei diritti degli inserzionisti”, segnalano ancora dall’osservatorio, esprimendo la speranza che possano essere intraprese iniziative ulteriori per stimolare dibattito e confronto sul tema.

“La auspicabile crescita della sensibilità su questi temi non potrà che produrre riflessi contrattuali su tutta la filiera con il fine di assicurare maggiori garanzie e maggiore controllo a beneficio di chi investe denaro sul digital e dunque una conseguente ottimizzazione di spesa. Non solo: sarà così possibile prevenire possibili pregiudizi alla reputazione dei brand e dunque, in ultima analisi, tutelare al meglio i diritti di proprietà industriale.