06 luglio 2017 | 12:46

“La Rai è dei cittadini, non dei partiti”. L’ex direttore dell’offerta informativa Carlo Verdelli intervistato da ’7′: ho lasciato per non andare alla guerra. Ecco perché volevo portare il Tg2 a Milano e fare un Tg da Napoli

“La Rai è dei cittadini, non dei partiti”. Così l’ex direttore per il coordinamento dell’offerta informativa, Carlo Verdelli, in un’intervista su ’7′ del ‘Corriere della Sera’, oggi in edicola, in cui spiega: mi sono dimesso perché ho capito che altrimenti sarei dovuto andare alla guerra.

Carlo verdelli (foto Olycom)

Carlo verdelli (foto Olycom)

Il primo incontro con Campo Dall’Orto. “A Milano in un’anonima e microscopica yogurteria dalle parti di Porta Genova”. “Gli espressi una sensazione che ho poi ripetuto, facendomi molti amici, alla prima convocazione della commissione bicamerale di Vigilanza: l’orologio della Rai sembra si sia rotto nel Novecento”.

La Rai come media company. “Mi sembrò uno di talento e di genuina passione che voleva cercare di fare della Rai un’azienda moderna, rivolta all’Italia di oggi e non a quella di ieri, che voleva trasformarla da broadcaster (emittente) a media company. Il che significa distribuire l’informazione non solo nelle tv o nelle radio, ma pure dove la gente transita: siti, applicazioni, social media… Lui pensava (e lo pensavo anche io) che la Rai fosse un’azienda di Stato e quindi dei cittadini. Su un fatturato di circa 2 miliardi e mezzo l’anno, due terzi (1 miliardo e mezzo) vengono dal canone. I proprietari di fatto della Rai sono i cittadini”.

Direttore per il coordinamento dell’offerta informativa. “Un bizantinismo tipico Rai per non dire in maniera diretta che ero il direttore dell’informazione. Cioè dei tre canali principali e RaiNews, Rai Sport, più i giornali radio, più l’informazione digitale allora marginale”.

Sulla sua nomina e Renzi. “Aspetta. Prima c’è un passaggio importante. Gli dico [a Campo Dall'Orto]: “Accetterei volentieri ma…”. Poi gli chiedo a bruciapelo: “Tu sei stato nominato dal premier Renzi, vero?”. Risponde: “Ah, sì “, un po’ colpito dalla domanda diretta. “Hai provato a dire al tuo datore di lavoro che vuoi prendere me per un ruolo che non c’è stato in 63 anni di televisione? Fossi in te, chiederei a Renzi se è d’accordo”. Lui replica: “Non è proprio il caso. Mi ha dato mano libera, mi ha detto di scegliere le persone che ritengo giuste”. Io: “Tutto ciò è bellissimo, però, per quel più di prudenza che mi viene dal fatto di essere un po’ più vecchio di te, un passaggio lo farei. Alla peggio, chiudiamo qua, resta tra noi e amici come prima”. […] La volta dopo mi dice: “Renzi è favorevolissimo”. Gli chiedo: “Come mai favorevolissimo?”. Risponde: “Per due ragioni. La prima è che hai un curriculum indiscutibile. La seconda è che non ti conosce, non vi siete mai incontrati né parlati. Nessuno potrà mai dire che sei un suo amico”. Devo dirti la verità, sono molto contento della risposta di Renzi. E così il 26 novembre del 2015 la mia nomina passa (8 voti a favore, 1 contrario) in consiglio d’amministrazione e con un bell’applauso, a partire dalla presidente”.

La Rai e la politica. “Non so se il mio scalpo è nell’ufficio della Maggioni. Spero di no per lei, ma non mi interessa personalizzare. Volevo solo aggiungere una cosa su Aldo Grasso, persona che conosco da tanto tempo. In un editoriale, Aldo ha detto una cosa che mi trova in disaccordo profondo. Parlando delle dimissioni di Campo Dall’Orto, ha citato Giancarlo Leone quando dice che la Rai è immersa nella politica e aggiunge che un buon direttore generale deve interloquire con la politica e, nel caso, saperla limitare. Secondo Grasso, CDO e io non ne siamo stati capaci. Ripeto ciò che ho detto prima: la Rai è dei cittadini, non dei partiti. Il resto è appropriazione indebita. Campo Dall’Orto ha cercato di ripristinare questo principio e guarda un po’, al netto di risultati di ascolto e di bilancio davvero incontestabili, è stato costretto a lasciare”.

Sulle sue dimissioni. “Il 3 gennaio 2017 mi sono dimesso perché ho capito che da lì dovevamo andare alla guerra. Ma perché? Era nell’interesse della Rai? No! E allora basta. Sai, io tifo per la Rai, e non perché ci ho passato un anno, ma perché è la cosa con cui è cresciuta la mia famiglia, con cui sono cresciuto da bambino, La Tv dei ragazzi, il maestro Manzi, Studio Uno, Rischiatutto, i teleromanzi…”.

Sul Tg2 a Milano. “Il posto dove fai un giornale determina il modo in cui lo fai. Una delle differenze fondamentali tra ‘Corriere’ e ‘Repubblica’ è anche il posto dove vengono concepiti. Non si trattava tanto di “sromanizzare” la Rai, ma di allungarla, farla diventare capillare sul territorio. Da qui l’idea del Tg2 a Milano, di un Tg da Napoli…”.