06 luglio 2017 | 10:18

Il ricordo di Joaquín Navarro-Valls nell’intervista a ‘Prima’, personaggio di grande spessore dalla visuale chiara

Cristiano Draghi – Entrare nella sala stampa del Vaticano, per me che non ne ero un frequentatore abituale, fu un’esperienza curiosa: sei lì a Roma, ma al di là di un tornello sei in un altro Stato, che può farti entrare, ma anche no se non ti vuole. C’era, chissà se solo nella mia testa o nella realtà, un ché di segreto, di misterioso, ma sapevo che l’intervista che stavo per fare a Joaquín Navarro-Valls avrebbe forse contribuito a rendere noto, a svelare almeno in parte i meccanismi che stavano dietro alle parole di un Papa forte, a modo suo rivoluzionario come Giovanni Paolo II.

L’idea di intervistare Navarro-Valls era nata sentendolo parlare a non so quale convegno, ma com’era maturata la possibilità concreta di parlare con lui non lo ricordo: di certo ci furono l’intuizione della direzione di ‘Prima’ – che era anche per merito suo che qualcosa nella comunicazione del Vaticano e del Papa stava davvero cambiando ed era giusto rendere tutto questo esplicito – ma anche un’apertura dello stesso portavoce del Papa che forse vedeva in questo l’occasione di una self-disclosure, di una inusuale (per gli uffici vaticani) ma anche necessaria dichiarazione di trasparenza.

A quanto ne so era la prima volta che il portavoce del Papa accettava di parlare di sé e del suo lavoro. Il colloquio con Navarro-Valls fu facile e difficile. Era un personaggio di grande spessore, abituato a lavorare ad altissimo livello, dalla visuale chiara, dal primo istante abilissimo conduttore di un dialogo che avrei forse dovuto condurre io, ma che invece potevo solo assecondare. Mise patti chiari su cosa si poteva scrivere e cosa no. Mi parve divertito, forse parlare di sé gli sembrava inusuale. Fu puntuale, preciso, anche se capivo che diceva quello che voleva e nient’altro. Forse aveva un piano, o forse così sembrò a me, di sicuro non me lo svelò, come chissà quante altre cose sapeva e non svelava. Ma a me che di Vaticano e di vatiscanisti sapevo appena il minimo necessario disse tanto da riempire più pagine. Ne uscii stremato, ma con la convinzione di aver imparato qualcosa e di avere una bella storia da raccontare, qualcosa da far sapere anche agli altri, qualche novità significativa da descrivere. Fu una delle più belle interviste della mia vita e in cuor mio ancora ringrazio chi me la concesse.

Di seguito riproponiamo il testo dell’intervista pubblicata sul numero di Prima Comunicazione del maggio 1993 (n.219)

La voce del padrone
Karol Wojtyla ha bisogno dei media per diffondere le sue idee sull’etica e la società. E per arrivare a giornali e tivù si affida al portavoce Joaquín Navarro-Valls, che spiega come ha cambiato l’informazione sul Vaticano

Dopo oltre quattordici anni di papato, Giovanni Paolo II continua a essere tenuto d’occhio da stampa e tivù. Finita l’epoca della curiosità per il personaggio, sono diventati quasi routine i suoi viaggi, e all’Est non c’è più bisogno dell’azione della Chiesa per vedere crollare muri e regimi. Quello che fa notizia, oggi, è la battaglia di Karol Wojtyla su un altro fronte: quello dell’etica cattolica.
Con Wojtyla, infatti, la cultura cattolica si è fatta aggressiva e suscita le reazioni dei laici, in un susseguirsi di dibattiti e, spesso, di polemiche. Per giorni e giorni, ad esempio, proprio a partire da un intervento del Papa, si è discusso delle donne bosniache stuprate, dell’aborto e della contraccezione per le religiose nelle zone a rischio.
In poche parole: i credenti, per la prima volta da anni, si sentono “tornati di moda”, come dice Sergio Quinzio, studioso delle religioni e collaboratore della Stampa e del Corriere della Sera, in un articolo pubblicato da ‘Sette’. E dietro tutto questo c’è proprio il Pontefice, che non perde occasione per esprimere le sue convinzioni sull’uomo e sulla società, agendo sui media in un modo che non sembra lasciato al caso ma attentamente gestito, passando prima dai discorsi del Papa e poi dall’informazione ufficiale del Vaticano.
A gestire quest’ultimo passaggio è uno spagnolo di 56 anni, Joaquín Navarro-Valls, medico-psichiatra e giornalista, che ha mescolato i due mestieri fino agli anni Settanta. A Roma si racconta che, da ragazzo, abbia perfino fatto il torero…
“Ma no, quella del torero è una storia che gira, perché l’ha scritta Domenico Del Rio, il vaticanista di Repubblica. Ma non è vera, non sono mai sceso nell’arena, nemmeno negli anni della mia gioventù a Cartagena, in Spagna”.
Sarà, ma Navarro-Valls, portavoce della Santa Sede e direttore della Sala stampa vaticana, sembra davvero portato per il mestiere del toreador. Tu cerchi d’infilzarlo con le domande e lui ti fa correre, usando le risposte come una muleta. Alla fine, stremato come il toro, convinto di avere saputo tutto il possibile ma di non avere capito niente, devi ammettere che Navarro-Valls è proprio l’uomo giusto al posto giusto, perfettamente adeguato all’incarico di voce ufficiale del papato. È lui l’uomo che, dietro le quinte, precisa, spiega, dissetando giornali e tivù.

La sua storia italiana comincia nel ’77, quando arriva a Roma per trascorrere un anno sabbatico concesso dall’università spagnola dove insegna medicina, e gli viene offerto un contratto con il quotidiano madrileno Abc. “Accetto”, racconta, “e da quel momento vengo utilizzato da Abc sia come corrispondente dall’Italia e dal Mediterraneo orientale che come inviato. Nell’83-84, fra l’altro, divento presidente dell’Associazione stampa estera. Nel dicembre ’84, proprio mentre sto meditando di tornare in Spagna, vengo convocato in Vaticano…”.

Il compito che gli affidano è quello di portavoce di Karol Wojtyla. Un Papa in carica dal 16 ottobre del 1978, che pur essendo sotto i riflettori dei media, era ancora servito da una Sala stampa sostanzialmente rimasta immutata dal 1966, cioè dall’epoca del Concilio Vaticano II.
Prima ha chiesto a Navarro-Valls di spiegare cos’è cambiato in questi anni nella strategia del Vaticano in campo informativo.

“Questo Papa parte dal principio che la società di oggi, ipercomunicata, è come un grande areopago, la piazza pubblica degli ateniesi, in cui vengono discusse le idee. E allora le sue idee, quelle di cui è il portatore, devono arrivare lì, portate nella piazza”. Insomma, Wojtyla vede l’Europa, le due Americhe e parte dell’Asia come un grande mercato della comunicazione, dove la Chiesa può ora rilanciare con successo il suo messaggio carico di principi morali e sociali, sfruttando il crollo del comunismo e le contraddizioni dell’Occidente laico. In attesa dell’affondo successivo, che lascerà l’impronta di Wojtyla sulla Chiesa del futuro: l’enciclica sull’etica, sottoposta in questi mesi a continui ritocchi, annunciata più volte, che dovrebbe essere pubblicata nel corso del ’93. Se questo, poi, vuole dire provocare una polemica al giorno sull’aborto, la contraccezione, il divorzio, il celibato dei sacerdoti, perfino la bestemmia, tanto meglio. “Se ci sono critiche”, dice Navarro-Valls, “è la conferma, magari in negativo, che il messaggio sta arrivando”.

La Sala stampa vaticana, con Navarro-Valls, si è adeguata ai tempi, modernizzandosi e aumentando il volume delle informazioni. Guarda caso, è proprio al confine della Città del Vaticano, dove comincia via della Conciliazione, e al di là della sua porta a vetri comincia l’Italia laica. Lì girano 310 giornalisti di 55 Paesi, accreditati in Vaticano, che trovano ogni giorno il bollettino con le udienze del Papa, il programma della giornata, informazioni sull’attività dei vari dicasteri del Vaticano. Quando è necessario, il portavoce tiene dei breefing o delle conferenze stampa. A richiesta, i giornalisti possono avere da Navarro-Valls o dal suo vice, monsignor Piero Pennacchini, l’interpretazione ufficiale delle parole di Giovanni Paolo II o la posizione della Santa Sede sugli argomenti del giorno.

Al lavoro, con Navarro-Valls, c’è uno staff di solo sette persone, fra collaboratori e segretarie. “Qui non siamo mica all’ufficio stampa della Casa Bianca, che ha un preciso orario di lavoro, e a un certo punto può chiudere. Da noi la mattina arrivano i fax e le telefonate dall’Est, Tokyo, Manila, Hong Kong. A mezzogiorno è il momento dell’Europa, il pomeriggio tocca agli Stati Uniti e all’America latina. Teoricamente, è un lavoro che non ha soste”.
Una parte della Sala stampa è stata recentemente ristrutturata, divisa in box e rinnovata tecnologicamente. Presto sarà modernizzata anche la Sala delle conferenze stampa, che ora assomiglia grosso modo a un vecchio cinema. E per i giornalisti verrà presto installato un collegamento via fax e via tivù che permetterà di ricevere a casa propria o al giornale testi e immagini in diretta. Da un anno, inoltre, al piano superiore della Sala stampa è in funzione il Vis, Vatican information service, che produce un bollettino di cinque pagine al giorno. Trasmesso in tutto il mondo attraverso la rete della General Electric information service, è destinato innanzitutto ai vescovi delle sedi più disagiate, fuori dai normali canali informativi. In inglese e in spagnolo (ma si sta preparando un’edizione anche in altre lingue), il bollettino del Vis sarà presto messo a disposizione dei giornali e dei giornalisti.

Domanda – Chi l’ha chiamata a capo della Sala stampa?
Risposta – Semplicemente, un giorno fui chiamato dalla segreteria di Stato vaticana.
D – Ma da chi, esattamente?
R – Parlai con Martinez Somalo, oggi cardinale, all’epoca sostituto della segreteria di Stato.

D – Ma è vero che lei è dell’Opus Dei?
R – Certo, non ho nessun problema a confermarlo. L’Opus Dei non interferisce nella vita professionale dei suoi aderenti, e io non ho mai dovuto chiedere all’Opus Dei il permesso di accettare questa carica.

D – Dicono che il suo unico hobby sia il tennis. Con chi gioca?
R – Un chirurgo spagnolo che vive in Italia, Francesco Diaz, e alcuni colleghi come Victor Simpson dell’Associated Press.

D – Nessun cardinale?
R – No, anche se ci sono dei cardinali che con la racchetta ci sanno fare, come Pio Laghi, prefetto della Congregazione per le università cattoliche. Un giorno o l’altro dovremo misurarci.

D – Lei accompagna Giovanni Paolo II anche in vacanza, in montagna…
R – Sì, e la montagna è l’unica altra distrazione che mi concedo. Mi piacciono le montagne dell’Abruzzo, così spoglie.

D – Quando ci va con il Papa, si considera in vacanza o al lavoro?
R – In vacanza. Anche se ogni giorno devo fare un breefing con i giornalisti e distribuisco qualche foto. È normale che ci sia interesse per lui.

D – L’interesse c’è anche da parte dei reporter e dei fotografi della stampa scandalistica. Quando il Papa è stato ricoverato in ospedale, qualcuno ha anche tentato di entrare infilandosi un camice bianco…
R – Capisco i fotografi, stanno facendo il loro lavoro. Ma anch’io faccio il mio, e se non devono entrare in quella camera non li faccio entrare. Però non ho mai chiesto l’aiuto delle autorità, né ho mai chiesto provvedimenti contro chi ci ha provato.

L’intervista pubblicata su ‘Prima Comunicazione’

D – Come fa a gestire questo Papa che parla a ruota libera con i giornalisti, che ogni giorno ne tira fuori una nuova?
R – Non sono io a doverlo gestire: il migliore portavoce del Santo Padre è lui stesso.

D – Sul Vaticano ne dicono di tutte. Lei si arrabbia?
R – No, evito l’ulcera difendendomi con l’umorismo. Sa, prima di fare il giornalista facevo lo psichiatra. E se mi permette una battuta, non c’è molta differenza. Poi non prendiamoci troppo sul serio: i mass media hanno influenza sulla gente, ma fino a un certo punto. Secondo uno studio della Stanford University, prima vengono la famiglia e la Chiesa. Quindi si può avere pazienza.

D – È vero, come diceva nel 1980 il vaticanista Benny Lai, che i giornalisti vaticanisti devono andarsi a cercare le notizie dappertutto, ma non qui? Per esempio, nelle trattorie di Trastevere…?
R – Sarà anche stato vero, un tempo. E anch’io ho dovuto darmi da fare come potevo, quando stavo dall’altra parte della barricata, come giornalista. Ora, secondo un nostro studio, l’85% delle notizie sul Vaticano e sul Santo Padre pubblicate dalla stampa mondiale ha come base informativa la nostra produzione. Resta un 15%, che magari viene dalla soffiata dell’ascensorista, ed è giusto che sia così. Le trattorie, ora, servono per fare qualche chiacchiera fra amici, non per ottenere informazioni.

D – Allora ammetta che quest’ufficio è un ufficio blindato: per entrare qui bisogna prima farsi accreditare, poi comprare un tesserino magnetico che apre la porta…
R – È così che dev’essere, e quella che lei chiama blindatura non è altro che il rispetto verso i giornalisti accreditati, che hanno diritto a lavorare senza trovarsi attorno monsignori, preti, attaché delle ambasciate.

D – Ma come, una volta erano proprio loro, i monsignori, i cardinali, a dare le notizie! E ancora oggi, per trovare uno scoop, bisogna pure uscire dalla Sala stampa e dalla sua informazione ufficiale.
R – Lo ripeto: credo che quel giornalismo, in spagnolo diremmo picaresco, fatto di sussurri e mezze voci, sia più o meno scomparso. Quando gli scoop viaggiano liberamente nei dispacci delle agenzie, come avviene oggi, il giornalismo autorevole è, semplicemente, un giornalismo documentato che sa andare in profondità.

D – Dicono che, al di là dell’attività pubblica di Wojtyla, il Vaticano sia rimasto come il Cremlino di una volta, in cui tutto si svolge in segreto. Un’opinione confermata da un suo collega spagnolo, Peru Egurbide, del País: sostiene che è difficile trovare qualcuno in Vaticano che risponda anche alle domande più semplici.
R – Sono cose del passato, quando il pontificato era in lotta con la modernità vista come liberalismo selvaggio. Oggi non potrebbe più essere così, con un Papa che, durante i viaggi in aereo, va da 50 giornalisti e si mette lì, accetta tutte le domande, su qualsiasi tema, fatte in cinque o sei lingue diverse, e risponde senza rete. Immaginarsi se si può continuare con un atteggiamento di sospetto. Sarebbe ridicolo.

D – Quando, per lei, è meglio tacere?
R – La regola è non tacere mai. Ma lasciamo sempre alle gerarchie locali la possibilità di annunciare per prime il programma dei viaggi del Santo Padre, che pure conosciamo in anticipo, come nel caso dei prossimi viaggi in Spagna, negli Stati Uniti, Messico e Giamaica, e nelle tre repubbliche baltiche. Anche sulla diplomazia vaticana – che per sua natura è, se non segreta, almeno discreta – bisogna spesso tacere. Ora, per esempio, c’è una commissione che sta studiando i rapporti diplomatici con Israele. Su questa materia ho fatto un paio di breefing, ma oltre un certo punto non posso andare. E, infine, bisogna ricordare che il Papa è anche un sacerdote, e ci sono colloqui, incontri, che assumono una dimensione personale, di coscienza.

D – Ormai avrà fatto pratica con i vaticanisti. Quali sono i migliori?
R – Guardi, mi sono imposto di non dare giudizi sui colleghi, almeno finché ricoprirò questo incarico. Comunque, ci sono rapporti molto buoni e le regole vengono rispettate. Nessuno ha mai utilizzato nel modo sbagliato le informazioni che talvolta fornisco ‘off the record’, ufficiosamente, se non è possibile parlare in un modo ufficiale di un dato argomento. Un esempio? Il viaggio del 1988 del cardinale Casaroli in Unione Sovietica. I giornalisti non dovevano citare la fonte delle notizie, e non l’hanno fatto.

D – Vediamo di girare la domanda. Ha avuto bisogno di intervenire, con alcuni di loro?
R – Sono stati presi dei provvedimenti, in un paio di occasioni. Domenico Del Rio, di Repubblica, dopo alcuni articoli molto critici sul Papato, fu escluso da un viaggio sull’aereo papale; mentre due giornali di Madrid, Abc e El País, furono sanzionati, con la sospensione dei corrispondenti, per avere violato l’embargo sul testo dell’enciclica ‘Sollecitudo Rei Socialis’, che era stato diffuso in anticipo. E tutti i colleghi mi hanno ringraziato, perché avevo difeso i loro interessi.

D – Ci sono alcuni giornali cattolici, come Famiglia Cristiana o L’Avvenire, che il Vaticano non controlla…
R – Il Vaticano non vuole controllarle, e io tratto queste testate esattamente come le altre. E penso che sia necessario distinguere fra giornali che rappresentano la gerarchia e giornali semplicemente fatti da cattolici. Questi ultimi hanno il diritto di esprimere commenti, di non essere d’accordo.

D – La stampa italiana e quella estera. Lei ha a che fare con entrambe. Che differenze ci sono tra i due diversi tipi di interlocutori?
R – Un dato essenziale è questo: il vaticanista, il giornalista specializzato che si occupa solo di Santa Sede, esiste solo in Italia. Gli altri si occupano sia dei fatti italiani che del Vaticano, e spesso sono capaci di fare un’ottima informazione, come nel caso di Joseph Vandrisse del Figaro, o Bill Montalbano del Los Angeles Times.
D – Ha dovuto spesso rettificare, intervenire?
R – È previsto dal mio ruolo, e lo faccio. Io non chiedo parzialità, non voglio essere ‘simpatico’. Quello che voglio, nel mercato delle idee, è tenere aperto il mio stand. Non dico che gli altri stand vanno chiusi, ma anche il mio va rispettato.

D – C’è una strategia particolare verso alcuni Paesi?
R – Sì, se intendiamo con questo lo sforzo della Sala stampa per dare voce a chi non ce l’ha, sia cattolici che laici. Penso a Paesi come quelli dell’Est Europa fino a pochi anni fa, o al Sudan, la Cina, il Vietnam. Immaginiamo un vescovo che parla in uno di questi Paesi e viene ignorato dai media locali: noi diamo la massima diffusione possibile a quel messaggio.

D – Una volta, i vaticanisti ricevevano da voi solo dei comunicati secchi, in linguaggio cifrato. Era stato diffuso perfino un vocabolarietto, un manualetto per ‘leggere fra le righe’.
R – È vero, e magari dopo un’udienza con un’importante personalità straniera si diceva: come si sa, il Vaticano non fa commenti. E così il giornalista di quel Paese che doveva scrivere 50 righe doveva arrampicarsi sugli specchi, inventare. Ora diamo anche il contenuto di quei colloqui e il giornalista ha il materiale necessario per il suo pezzo.

D – Federico Mandillo, presidente dell’Aigav, Associazione giornalisti accreditati in Vaticano, ricorda che per fare una buona informazione sul Vaticano bisogna ricordarsi di leggere L’Osservatore Romano e sentire la Radio Vaticana.
R – Infatti è così, ma tenendo presente che noi ci riferiamo ai professionisti dell’informazione, loro al pubblico. Non solo: la Sala stampa è ufficiale, giornale e radio sono organismi ufficiosi, possono permettersi commenti, opinioni.

D – Un giornale vi chiede una data informazione. Come vi regolate?
R – Se si tratta di questioni che hanno un interesse solo locale, diamo la risposta solo a quel giornale. Ma se il tema è rilevante, facciamo arrivare a tutti il nostro testo, indicando naturalmente la testata che ha fatto la richiesta: la Washington Post ha chiesto….

D – Dica, a lei le notizie chi gliele dà?
R – Abbiamo il calendario delle udienze e i testi che possiamo diffondere in anticipo, cosa che facciamo anche durante i viaggi del Papa. Riceviamo continuamente informazioni dalla segreteria di Stato e abbiamo le notizie che provengono dai vari dicasteri. Certo, il Papa improvvisa spesso, e bisogna tenergli dietro…

D – Ma lei, con il Papa, ci parla?
R – Sì. Ed è di una disponibilità straordinaria. Posso andare da lui ogni volta che ne ho bisogno. Lui mi spiega… e io posso riferire ai giornalisti. Mettiamo il caso della visita alla sinagoga di Roma, la prima da parte di un Papa nella storia della Chiesa. Gli ho chiesto qualche particolare, e ho potuto dire ai giornalisti che lui era già stato nella sinagoga di Cracovia e che in passato ha visitato lo Stato d’Israele.

D – Può dire di essere amico del Papa?
R – Beh, Platone diceva che il concetto di amicizia prevede una certa qual parità fra due persone. E non è questo il caso.

D – Cambiamo argomento. In questo periodo, si leggono spesso dichiarazioni dei vescovi…
R – La fermo subito, perché una cosa è il Vaticano, di cui mi occupo io, e una cosa è la gerarchia locale. Le dichiarazioni dei vescovi riguardano quest’ultima e se ne deve occupare la curia locale. Vede, ogni tanto mi telefonano per sapere cosa ne pensa la Chiesa di un problema che è di attualità in un certo Paese. Io replico dicendo di sentire il vescovo di quella data città.

D – Cosa ne pensa, il Papa, dell’informazione?
R – Posso dirle come la penso io. Credo che l’informazione sia un diritto, che non deve vivere in regime di libertà vigilata. Non credo di fornire un’informazione di tipo tattico, anche se in qualche caso devo valutare l’opportunità di dare una certa notizia, pensare alle conseguenze che potrebbe avere per i cattolici di un determinato Paese.

D – Recentemente, ha fatto discutere la posizione del Papa sulle donne stuprate in Bosnia. Alceste Santini, vaticanista dell’Unità, sostiene che si è cercata la notizia a effetto dove non c’era, travisando il messaggio del Papa. Santini sostiene che bisognava cogliere l’occasione, magari, per discutere dei problemi etici sollevati dal rapporto fra donne stuprate e il figlio in arrivo, ma non dell’aborto in sé.
R – Sono totalmente d’accordo con Santini. Sul messaggio della Chiesa, sono ottimista: la gente capisce e conosce i grandi principi etici, morali, a cui si ispira il Papa. D’altra parte il Santo Padre non può permettersi il lusso di tacere, non dipende dal voto popolare, non deve guardare alle prossime elezioni. È il tutore dei principi etici della Chiesa, anche se a volte sono controtendenza. Nel caso concreto, quello della Bosnia, ho dovuto spiegare più volte il senso di quel discorso sulle donne stuprate. Il Pontefice non si è rivolto a loro, né ha parlato direttamente dell’aborto, ma ha rivolto un messaggio al vescovo di Sarajevo, perché aiutasse a creare un clima positivo attorno a quelle donne, in un momento difficilissimo della loro vita. Insomma, si è mosso perché non fossero forzate ad abortire: molto spesso, dietro al peccato di una donna che abortisce, ci sono uomini che la spingono a farlo.

D – Paolo Flores D’Arcais ha scritto recentemente un libro, ‘Etica senza fede’, per contestare il Papa, sostenendo che propone se stesso e la Chiesa come baluardo dei valori sociali, mentre è intrinsecamente illiberale.
R – Sono critiche tremendamente parziali. Flores D’Arcais rifletta: se può parlare di questi temi, è perché è immerso in una cultura in cui il cristianesimo ha incorporato l’idea di libertà, la tutela, la promuove. Guardi che i giornali liberi non sono un’invenzione dell’illuminismo francese, ma piuttosto della cultura cristiana.

D – Se lo dice lei…
R – Guardi che oggi c’è chi, ferito da Tangentopoli, si lamenta che la Chiesa ha ormai il virtuale monopolio dei valori di etica personale e sociale. Non arrivo a dire tanto, e credo tuttora che un’etica laica sia possibile. Ma non c’è dubbio che, nel campo delle libertà umane, i principi che contano di più, quelli più rilevanti, sono quelli cristiani.

D – A proposito di cristiani, le inchieste sulle tangenti stanno mettendo in difficoltà anche la Democrazia cristiana…
R – Lei deve capire che la mia scrivania è a un metro dall’Italia, ma da qui bisogna guardare al mondo, a fenomeni che coinvolgono 960 milioni di cattolici. Comunque, quando la Chiesa parla di principi etici, l’argomento è tanto più serio quanto più coinvolge i cattolici, siano politici, amministratori e amministrati. Ma vedo che anche all’estero si comincia ad apprezzare la capacità italiana di autogiudicarsi, dando prova di democrazia.