12 luglio 2017 | 17:00

Gli editori Usa contro lo strapotere di Google e Facebook. Chiedono al Congresso di cambiare le leggi antitrust per limitare lo squilibrio nella raccolta pubblicitaria e nella distribuzione delle news. “Da questa sfida dipende il futuro del giornalismo globale e della democrazia”, scrive La Stampa

Gli editori dei giornali americani hanno chiesto al Congresso di permettere loro di negoziare collettivamente con le piattaforme digitali, Google e Facebook in primis, il cui “duopolio digitale” domina sempre più la pubblicità online e la distribuzione delle notizie. A lanciare l’idea la News Media Alliance, associazione no profit che rappresenta circa 2.000 organizzazioni tra gli Stati Uniti e il Canada, sottolineando come le leggi antitrust, ormai obsolete, hanno l’effetto non intenzionale di preservare e proteggere la posizione dominante di Google e Facebook, limitando la capacità degli editori di promuovere insieme i cambiamenti. La legge federale antitrust impedisce infatti ai concorrenti di coordinare le decisioni aziendali e la strategia di mercato.

“L’unico modo in cui gli editori possono affrontare questa minaccia è stare uniti”, ha commentato David Charven, presidente e ceo di News Media Alliance, parlando della proposta sul Wall Street Journal. “Se aprono un fronte unificato per negoziare con Google e Facebook – spingendo per una maggiore protezione delle proprietà intellettuali, un migliore supporto per i modelli di sottoscrizione e una quota equa di entrate e dati – potrebbero creare un futuro più sostenibile per le news”.

Davide Chavern, ceo della News Media Alliance

Secondo le proiezioni e le analisi di mercato, Google e Facebook dovrebbero ricevere quest’anno più del 60% della spesa in pubblicità online negli Stati Uniti, mentre continua comunque la crescita della loro quota di mercato combinata L’anno scorso le due società hanno infatti raccolto oltre il 77% dei quasi 12 miliardi di dollari di spesa aggiuntiva per gli annunci online negli Stati Uniti.

Non sono comunque mancati gli sforzi da parte dei due giganti tecnologici per lavorare più da vicino con gli editori. Facebook, ad esempio, ha tenuto numerosi incontri con gli editori nei mesi scorsi per discutere argomenti legati al controllo della pubblicità, o alla sottoscrizione degli abbonamenti.

Tornando alla richiesta degli editori, ricorda l’agenzia DowJones, le esenzioni in materia di antitrust non sono generalmente favorite dal Dipartimento di Giustizia Usa, dalla Federal Trade Commission e dal Congresso. L’ultima volta che l’industria dei giornali ha ottenuto un’esenzione risale al 1970, quando il Congresso ha approvato il Newspaper Preservation Act, che in determinate circostanze ha permesso a pubblicazioni concorrenti nella stessa area geografica di combinare le attività produttive e commerciali. La legge è stata progettata per aiutare i giornali finanziariamente vulnerabili a rimanere a galla. Tali accordi congiunti, tuttavia, si sono ridotti nel tempo e l’esenzione è stata criticata come inefficace.

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“Da questa sfida, appena lanciata ufficialmente dalla News Media Alliance con una petizione al Parlamento Usa, dipenderà non solo il futuro del giornalismo globale, ma anche della democrazia”, scrive La Stampa. “Nel mondo non c’ è mai stata così tanta domanda di informazione come oggi. L’ instabilità e l’ incertezza che ci circondano hanno accresciuto il bisogno di conoscenza, e la quantità di notizie consumate è enorme, vere o false che siano. Eppure i giornali sono in crisi. Questo paradosso deriva soprattutto da due elementi: la crisi economica del 2008, che ha fatto precipitare la pubblicità sulla carta, e la rivoluzione digitale, che ha indirizzato altrove le risorse. Cioè verso i giganti online e i social, che non producono alcun contenuto giornalistico, ma sfruttano quello degli altri per guadagnare.
I numeri, in proposito, sono chiari. Google e Facebook controllano il 70% del mercato americano della pubblicità digitale, che in totale ammonta a circa 73 miliardi di dollari, e il 50% di quello globale. L’ 80% dei ricavi generati dalle ricerche su Internet va a Google, e il 40% di tutti gli spot digitali va a Facebook.”