Protagonisti del mese

01 agosto 2017 | 8:49

Il contratto della discordia

“Mi domando che cosa sarebbe successo se non avessimo trattenuto Fazio e fosse passato a una televisione concorrente: si immagina che inferno sui giornali, sui social network?”. In un’intervista a ‘Prima Comunicazione’, Rita Borioni, storica dell’arte e ricercatrice, racconta quali sono le preoccupazioni che attraversano il consiglio di amministrazione della Rai, di cui fa parte dal 2015.

“Sono assolutamente convinta che la Rai debba poter investire su un personaggio che è nato in azienda, cresciuto dentro l’azienda, e ne costituisce un valore”, dice Rita Borioni. “Inoltre abbiamo approvato un contratto che ci consentirà di avere 32 prime serate su Rai1 al costo unitario di 450mila euro tutto compreso, cioè l’esclusiva di Fazio più i diritti del format, la produzione del programma con i costi del sopra e del sotto la linea, per un totale di 14,5 milioni. Non mi sembra una cifra esagerata per una prima serata dell’ammiraglia, posto che la programmazione della fascia che occuperà Fazio è costata l’anno scorso 22,5 milioni”.

Rita Borioni (foto LinkedIn.com)

“Non c’è dubbio che la durata del contratto è una grande prova di fiducia nel suo talento”, spiega. “Terremo però con noi Fazio per quattro anni e non siamo obbligati a fare lo stesso programma, la qual cosa ci mette al riparo da eventuali sorprese negative”.

Commentando come è stato affrontato in Gran Bretagna dalla Bbc il tema dei compensi dei personaggi televisivi, Borioni ha detto: “La Bbc ha ridotto del 15% il monte costo dei suoi talenti facendo un lavoro di fino: riducendo percentualmente di meno i contratti della fascia bassa e man mano di più i cachet delle super star. Ci ha impiegato cinque anni ma non ha lasciato per strada neanche un talento e non ha impoverito l’appeal della propria offerta. Con questo approccio, che dovrà continuare nei prossimi anni, si riesce a calmierare il mercato e, allo stesso tempo, a non vanificare gli obiettivi di politica industriale e di investimento nel settore. Anche la Rai deve regolare i suoi compensi, ma un tetto non ci aiuta ad attuare serie politiche per lo sviluppo del settore audiovisivo”.

L’articolo è sul mensile Prima Comunicazione n. 485 – Agosto 2017

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