Protagonisti del mese

01 agosto 2017 | 17:49

Dal Vaticano alla scatola nera

Molti i fronti su cui Unipol investe per rafforzare il legame con clienti e dipendenti, tra responsabilità sociale e sponsorizzazioni ben scelte. In quattro anni dieci punti in più nel ranking che misura la fiducia

Che ci fa UnipolSai in Vaticano? Raccoglie i frutti di una buona semina. Alla Filmoteca Vaticana monsignor Dario Edoardo Viganò, prefetto della segreteria per la Comunicazione, presenta il documentario ‘I giubilei. La strada del perdono’, realizzato dal Centro televisivo vaticano e da Officina della Comunicazione, “nell’intento di favorire la condivisione dei momenti chiave della storia della Chiesa anche da un punto di vista mediatico”. Gianmaria Restelli, responsabile comunicazione esterna e corporate image del Gruppo Unipol, che del documentario è stato lo sponsor principale, incassa l’elogio pubblico per il sostegno offerto. Il progetto, spiega Viganò, è stato realizzato “assieme a UnipolSai, capitalizzando l’attenzione mostrata dal gruppo nei confronti di diversi appuntamenti nel corso dell’anno giubilare”. Se non è buona reputazione questa… Il riconoscimento, l’ultimo della serie, arriva dopo un rating lusinghiero del Reputation Institute, che premia il grande lavoro fatto dal gruppo bolognese in due settori critici come quello assicurativo e quello finanziario-bancario.

Alberto Federici, direttore corporate communication e media relation del Gruppo Unipol, e Paola Rosso, responsabile attività Reputation Management del Gruppo Unipol

“L’incremento della nostra reputazione”, dice con sobrio orgoglio Alberto Federici, direttore corporate communication e media relation del Gruppo Unipol, “attesta che abbiamo saputo far crescere in questi ultimi anni un rapporto di fiducia con tutti i nostri interlocutori, impresa non facile perché venivamo da un periodo turbolento in cui eravamo più nelle pagine di cronaca che in quelle di economia. Si è anche fatto più stretto il rapporto di ‘vicinanza’ con gli italiani, e ne andiamo fieri. Proviamo a guardare la performance generale di Unipol in termini di reputazione: siamo cresciuti di circa dieci punti nel giro di quattro anni, passando dal 59,9 del 2014 al 62,4 del 2015, per poi fare il balzo del 66,7 nel 2016 e consolidarci nel 2017, arrivando a quota 69”.

Una maratona che diventa eccellenza assoluta negli ambiti in cui Unipol è maggiormente presente. “Nella finanza, un settore fortemente polarizzato con 42 punti di differenza tra il best e il worst performer, siamo l’azienda italiana con la reputazione migliore: davanti a noi ci sono soltanto compagnie straniere come Mastercard, Visa, Ubs, Allianz, Hsbc e American Express. Diverso è il discorso con il comparto assicurativo, nel quale siamo la prima azienda italiana con quattro punti in più rispetto alla media generale che è di 65, e con un sistema bancario nella tempesta, dove la nostra media è di quasi dieci punti superiore a quella di settore che è 59,5. Il prossimo obiettivo è consolidare la reputazione dell’intero Gruppo Unipol, che non è più soltanto assicurazioni. Farci percepire per la realtà che siamo”.

Da sinistra: Nicola Salvi, amministratore di Officina della Comunicazione; monsignor Dario Edoardo Viganò, prefetto della segreteria per la Comunicazione; Gianmaria Restelli, responsabile comunicazione esterna e corporate image del Gruppo UnipolSai; Marco Roncalli, storico e saggista; il maestro Sandro Di Stefano, autore della colonna sonora del documentario ‘I giubilei’.

Vero. Nel colosso bolognese le assicurazioni continuano a fare la parte del leone (l’ultima raccolta trimestrale del Gruppo Unipol di questo 2017 è stata di 3.210 milioni di euro, con un utile netto di 157 milioni, +4% sul primo trimestre 2016), ma Unipol nel nuovo millennio ha cambiato pelle diventando, oltre che un gigante assicurativo attraverso l’acquisizione di realtà importanti (Winterthur Italia nel 2003, nel 2012 la Premafin dei Ligresti che controllava Fondiaria-Sai e Milano Assicurazioni, per arrivare poi alla fusione che nel 2014 ha dato vita a UnipolSai), un gruppo diversificato che opera anche nella finanza, nelle banche (UnipolBanca, il 9,9% di Bper e l’accordo di bancassurance in scadenza a fine anno con Banco Bpm), nell’immobiliare (proprietà per un valore di 4 miliardi di euro), nelle infrastrutture nautiche (il porto di Marina di Loano), nell’ospedaliero (Villa Donatello), nell’agricoltura e in particolare nell’enologia (le Tenute del Cerro) e, per finire, nell’alberghiero dove, con la fusione fra Atahotel e Una Hotel, con 43 strutture Unipol è la prima catena completamente italiana.

“Sì, noi siamo tutto questo”, conferma Alberto Federici. “Oggi Unipol è il secondo gruppo assicurativo italiano e tra i primi otto in Europa, il leader del nostro mercato nelle assicurazioni non vita, ed è nella classifica delle 500 maggiori aziende mondiali stilata da Fortune. Abbiamo circa 14mila dipendenti e 15 milioni di clienti, che raggiungiamo attraverso 3mila agenzie, 6mila sub agenzie e circa 300 sportelli bancari. Nel 2016 la nostra raccolta assicurativa è stata di 14,8 miliardi di euro, 7,8 dei quali sono arrivati dai rami non vita e 7 dal ramo vita. Con queste dimensioni, la reputazione è un asset fondamentale, che abbiamo iscritto a bilancio”. In che senso, scusi? “Nel senso letterale. Il Gruppo Unipol recepisce la normativa europea sulla rendicontazione non financial con un anno di anticipo. I principali indicatori chiave di prestazione reputazionali, i cosiddetti Kpi, entrano in bilancio.

La reputazione è fondamentale perché questo gruppo ha valori chiave che non possono restare sulla carta. Se noi crediamo nella responsabilità e nel merito, se puntiamo a esaltare il potenziale delle persone e siamo attivi sul fronte della citizenship e della responsabilità sociale, se puntiamo sulla trasparenza, nessuna delle azioni nostre e dei nostri partner e fornitori può essere in contrasto con queste convinzioni. Noi agiamo per accrescere la consapevolezza sulla realtà Unipol in molti modi: con la politica di prodotto e di servizio, con la comunicazione e il corporate partnership program, sponsorizzazioni e non solo, ma anche con una politica di prevenzione e di gestione dei rischi reputazionali. La reputazione per noi è coerenza con le nostre convinzioni etiche, lo ripeto, ma è anche una leva di business fondamentale: cinque punti di reputazione in più fanno crescere del 5% la propensione all’acquisto, del 4,2% la propensione a investire e del 4,9% la propensione a raccomandare l’azienda. E le aziende con una reputazione forte sono anche le più stabili nella solidità delle performance di Borsa”.

La crescita di una cultura di gestione del rischio, dunque. “Vuol dire in primo luogo una mappatura dei rischi reputazionali del gruppo. Noi l’abbiamo fatta, individuando 37 scenari di rischio base”, spiega Paola Rosso, responsabile delle attività Reputation Management nella Direzione Corporate Communication ee Media Relations di Gruppo Unipol. Otto dei 37 rischi riguardano l’ambito sociale (violazioni dei diritti umani, partnership con soggetti dalla reputazione non limpida, situazioni di conflitto con le comunità locali, dichiarazioni discriminatorie da parte di un dirigente o, in generale, comportamento discriminatorio del gruppo), quello della governance (mancanza di indipendenza dalla politica e potenziali conflitti di interesse, basso livello di equità di retribuzione, comportamenti – nell’attività di business – incoerenti con i valori dichiarati) e quello ambientale (mancata bonifica su interventi e cantieri del gruppo).

Dopo la mappatura, l’intervento. “Che è in primo luogo di valutazione. Interna, quante probabilità ci sono che il rischio si verifichi. Ed esterna, quale impatto il rischio potrebbe avere sulla reputazione e sul business”, prosegue Paola Rosso. “Ci sono naturalmente delle priorità di rischio e noi ci siamo attrezzati a individuarle. E c’è infine quella che noi chiamiamo ‘attività di mitigazione’: quella preventiva, un piano di azioni per ridurre la probabilità che i rischi accadano, e quella di crisis management, di gestione delle situazioni di emergenza per ridurne l’impatto. È un’attività complessa, che ha molti interlocutori. Interni, perché una politica attiva di reputazione presuppone una formazione e un dialogo costante con i dipendenti e con il management, ed esterni, perché comporta un’interazione continua con i nostri stakeholder. Ma i risultati si vedono, e quello che era partito come un progetto sta diventando sempre più un processo”.

Mappare e prevenire i rischi, ma non solo. Perché la reputazione, a Unipol ne sono convinti, si costruisce soprattutto con azioni positive. “Sul prodotto, per esempio. Siamo stati noi a inventare la scatola nera a bordo dell’auto, nel 2005, che tiene in memoria i 30 secondi precedenti e quelli successivi all’incidente. L’hanno adottata tre milioni e mezzo di automobilisti e adesso la stiamo estendendo alle abitazioni e agli esercizi commerciali. La scatola nera vale tre punti di reputazione, presso i clienti. O ancora, le polizze auto rateizzate a tasso zero, che hanno richiesto a Unipol uno sforzo finanziario non indifferente e sono un segno concreto di vicinanza agli italiani che si trovano a fare i conti con la crisi. Un’iniziativa molto apprezzata che ci è valsa cinque punti di reputazione”, dice Alberto Federici.

C’è infine il fronte corporate. Con la sponsorizzazione di eventi e mostre e la presenza costante nello sport (“Abbiamo appena rinnovato per tre anni la partnership con il Coni, e siamo diventati sponsor della Ducati nel MotoGp”), ma anche con prese di posizione lungimiranti. “Combattiamo la ludopatia, e non assicuriamo gli esercizi che ospitano le slot machine. E assieme a Legambiente abbiamo avviato un progetto pilota per definire le caratteristiche di una polizza anticatastrofe, che copra i rischi di terremoti, frane e alluvioni”.

Sul fronte della citizenship, in primo piano c’è la riqualificazione urbana. Se ne occupa Culturability, promossa dalla Fondazione Unipolis e giunta alla terza edizione. In palio, 400mila euro per rigenerare spazi abbandonati o degradati con progetti che li trasformino in luoghi di cittadinanza e di condivisione. Quest’anno i partecipanti sono stati 429, tra i 15 finalisti c’è lo Spazio Faber di Genova in via del Campo che diventa museo a cielo aperto dedicato a Fabrizio De André. Oppure il cinema abbandonato Ariston di Penne, in Abruzzo, che rinasce come centro culturale per gli abitanti colpiti dal terremoto. E ancora aree archeologiche, ex cave, ville in abbandono, torri, asili, fabbriche tessili dismesse, addirittura rifugi antiaerei che trovano nuova vita, nuovo senso. Bello, costruirsi una reputazione aiutando a costruire un pezzo di futuro