11 agosto 2017 | 18:00

Meno pubblicità sui siti per migliorare l’esperienza degli utenti, facendo crescere allo stesso tempo il valore degli spazi e i ricavi. L’approccio ‘less is more’ di alcuni editori Usa

Per i siti di news generalmente più pubblicità significa più guadagni. Ecco perchè spesso molti portali sono invasi da banner o video che partono in automatico. Alcuni editori hanno deciso di cambiare approccio, abbracciando la filosofia ‘less is more’ quando si tratta di inserire messaggi promozionali sui loro siti. A raccontarlo qualche settimana fa il Wall Street Journal. Secondo il quotidiano, alla base dell’iniziativa ci sarebbe la convinzione che eliminando i formati più fastidiosi e limitando il numero degli spazi pubblicitari si possa aumentare il coinvolgimento dei lettori, e in sostanza aumentare i guadagni.

All’inizio del 2016, ad esempio, il portale femminile LittleThings si è posto come obiettivo quello di eliminare almeno un formato pubblicitario dal suo sito ogni trimestre, ma senza indebolire i ricavi. Via via sono stati tolti anche anche pop up, video autoplay e le inserzioni ingannevoli, lasciando solo la pubblicità in formato display, i video, e i contenuti sponsorizzati. Il risultato? Sulle pagine ci sono ora solo poche pubblicità; il sito genera meno ricavi per singola pagina che l’utente visita, ma nel complesso i guadagni pubblicitari sono cresciuti.

Justin Festa

“Gli utenti vedono più pagine, condividono più contenuti e in generale aumenta il loro engagement”, ha spiegato Justin Festa, chief digital officer del sito, sottolineando come nel solo mese di giugno i ricavi generati da singola sessione per utente siano aumentati del 38%, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. In più, ha aggiunto, avere poche pubblicità per pagina aiuta a migliorare le performance e il valore dell’inserzione, che ha più possibilità di essere vista e di ricevere click.

A spingere alla scelta di tagliare il numero di pubblicità, evidenzia ancora il giornale, può essere anche la necessità di fronteggiare la crescente tendenza ad adottare sistemi di ad-blocking, soprattutto davanti alla possibilità che anche Google possa inserire in Chrome dei filtri che blocchino i video autoplay o altri formati pubblicitari che si caricano da soli.

A seguire l’esempio di LittleThing anche Dotdash, editore di sei portali, che ha deciso di eliminare tra gli altri i video inseriti negli articoli nella convinzione che una migliore esperienza per l’utente possa aiutare a generare più guadagni nel lungo periodo. Via anche i post con contenuti sponsorizzati che rimandano a società esterne. “I nostri utenti devono fidarsi dei nostri consigli su finanza, salute e viaggi”, ha commentato il chief executive Neil Vogel.

Neil Vogel

Gli editori, ha spiegato ancora Festa, dovrebbero pensare maggiormente all’impatto che sul lungo periodo possono avere certi tipi di pubblicità sui loro siti, e non solo ai maggiori guadagni. Come con i cosiddetti video ‘outstrem’ che si aprono tra i paragrafi di un post: “La nostra convinzione”, ha aggiunto, “era che questo tipo di pubblicità potesse assicurare facili guadagni. Ma poi abbiamo realizzato che questi video confondevano gli utenti e avevano un effetto negativo sul loro coinvolgimento e sulle loro attività all’interno del portale”.

“Con questo nuovo approccio”, ha concluso, “abbiamo dimostrato che gli editori possono massimizzare l’esperienza dell’utente e allo stesso modo dare valore alle pubblicità”.