28 settembre 2017 | 11:15

“La policy di non pagare tasse” di Google e Facebook. Gabanelli sul Corriere prende di mira i big digitali e gli fa i conti in tasca: Facebook dichiara 8 milioni di ricavi mentre quelli stimati sono 400

Milena Gabanelli sul Corriere della Sera fa pelo e contropelo a Google e Facebook sul tema delle tasse non pagate nei Paesi dove i due big generano ricavi stratosferici.  L’analisi della Gabanelli comincia dal quantificare il volume di traffico e utenti che i due colossi digitali generano nel nostro Paese.

“Dai dati Agcom, in Italia Google è stabile al primo posto con 29.653.000 utenti unici, vale a dire il 96% della popolazione che naviga in Internet, per un tempo medio mensile di 6 0re e 44 minuti. Nel mondo dei social media, Facebook ha l’86% del mercato, con 26.474.000 utenti unici che lo utilizzano a persona per 24 ore e 22 minuti al mese.”

Milena Gabanelli (foto Olycom)

La difficoltà di conoscere qual è realmente il giro d’affari di Google e Facebook nei singoli Paesi è notevole ma Gabanelli prova lo stesso a far loro i conti in tasca aiutandosi con i dati del Libro Bianco Upa (Nielsen) e del Politecnico di Milano.

“(…) si cerca di attribuire a Google, per la sola raccolta pubblicitaria digitale (motori di ricerca, youtube, display, classified, ecc) un importo, si arriva ad 1 miliardo e 230 milioni. Mentre la stima per il 2017 arriva attorno ad 1 miliardo e 400 milioni. Siamo ben lontani dai 65 milioni dichiarati. Facebook invece è in discussione violenta con l’Agenzia delle Entrate. Negli ultimi 2 anni ha dichiarato ricavi che non arrivano a 8 milioni di euro e versato poco più di 200.000 euro di imposte (sempre un dato da fonti aperti e non risulta smentito). Sempre dalle stime pubblicate sul Libro Bianco, estraendo il dato che riguarda la parte social, si può quantificare in 400 milioni di euro i ricavi di Facebook per il 2017. Un «sommerso» che si fabbrica sempre nello stesso modo: all’azienda italiana che compra degli spazi su Fb gli vengono fatturati dall’estero, legittimamente, per i trattati di libera circolazione. Poi si difendono dicendo che non possono dare i dati perché quegli spazi comprati dall’azienda italiana non vanno solo sul mercato italiano. Quanto va sul mercato italiano e in lingua italiana lo sanno benissimo, e con un po’ di intelligence qualche dato lo abbiamo scoperto anche noi. Un paio di esempi: su Youtube (Google) nel 2016 Barilla ha investito 1, 9 milioni di euro, CocaCola Italia 6 milioni”.

Milena Gabanelli prosegue riportando la posizione Agcom che rileva possibili distorsioni nel mercato della pubblicità online in quanto “Google e Facebook non partecipano ai tavoli tecnici dai quali discendono le decisioni, non consentono a nessun altro sistema di web analytics di tracciare i siti di loro proprietà….l’unico modo per misurare le loro performance è quello di utilizzare le informazioni fornite dai loro sistemi di cui non si conoscono le metodologie di rilevazione e i processi di elaborazione delle metriche”.

“Ovvero, sia il mercato che il fisco, si devono fidare di quello che ti dicono loro”, contrariamente, nota la giornalista, di quel che avviene per l’editoria, “che dichiara quanto incassa dalla pubblicità sui loro siti”. “I manager italiani dicono che la riservatezza è imposta dalla policy della casa madre”, spiega Gabanelli, aggiungendo un polemico: “Detta anche policy di non pagare tasse”.

Richiamando la lettera di intenti che al summit di Al summit di Tallin presenteranno sul tema Italia, Francia, Germania, e Spagna, Gabanelli cita poi “l’impegno di portare a termine una fibra ottica che sia guida a livello mondiale entro il 2025″. “Noi italiani, che siamo rimasti ultimi in Europa, ne abbiamo bisogno come il pane, per lo sviluppo delle nostre aziende. I primi ad usare queste infrastrutture, a carico dei contribuenti, sono proprio i giganti del web, però non contribuiscono a pagarle”.

“Non contribuiscono come tutti i comuni mortali alle politiche economiche degli stati in cui fanno profitti, perché sono loro sono ‘volatili’. Non stanno da nessuna parte”, conclude.