Il nuovo contratto di servizio tra Stato e Rai non separa le risorse da canone da quelle pubblicitarie. La denuncia del presidente Agcom, Cardani: difficile esercitare efficacemente l’attività di vigilanza

Il nuovo Contratto di Servizio tra Stato e Rai “non ha tenuto in considerazione le indicazioni fornite da Agcom: non vi è alcun cenno alla ripartizione delle risorse fra canone e pubblicità. Peraltro, nel documento era stata evidenziata l’esigenza di specificare in concreto le linee per una applicazione uniforme dei limiti di affollamento pubblicitario alla generalità dei canali” del servizio pubblico e ciò “al fine di consentire ‘all’Autorità il pieno ed efficace esercizio dell’attività di vigilanza’”. Lo afferma il presidente dell’Autorità per le comunicazioni Angelo Marcello Cardani in audizione di fronte alla commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai.

Il presidente Agcom, Angelo Marcello Cardani (foto Olycom)

Viceversa per Cardani andrebbe fatto “un ulteriore sforzo per consentire una più puntuale verifica dell’uso delle risorse pubbliche rispetto a quelle commerciali e il controllo della non distorsione della concorrenza”. Questo potrebbe avvenire “prevedendo – come in altri servizi pubblici europei che operano in regime misto – obblighi di trasparenza e pubblicazione delle offerte presentate agli inserzionisti”.

L’Autorità ravvisa un ulteriore elemento di criticità del nuovo Contratto di servizio nella misura in cui ripropone il meccanismo basato sui generi (cui nella versione del Contratto ora in vigore si fa riferimento all’art. 9, con la locuzione ”generi predeterminati”), al fine di individuare il ”contenuto minimo  obbligatorio” del servizio pubblico radiotelevisivo.

Il presidente dell’Agcom ha inoltre sottolineato che “con l’attuale impostazione della contabilità separata, la parte preponderante del canone viene giustificata dai mancati ricavi pubblicitari determinati dai minori affollamenti, tanto dei programmi dei cosiddetti generi predeterminati, quanto degli altri programmi”.

“Conseguentemente, qualsiasi riduzione dei ricavi pubblicitari della Rai, indipendentemente dall’attribuzione all’aggregato servizio pubblico o all’aggregato commerciale, si deve tradurre in un maggior
fabbisogno di canone” osserva Cardani.

Il limite del meccanismo basato sui generi “è rappresentato – prosegue Cardani – dalla sua ‘neutralità’ rispetto alla qualità del servizio pubblico e dalla conseguente incapacità di garantire che il canone siaeffettivamente utilizzato per offrire programmi distintivi rispetto a quelli delle emittenti commerciali e dunque, in ultima analisi, dall’impossibilità di utilizzare il canone per lo svolgimento del
servizio pubblico. (Val/AdnKronos)

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