“Il nuovo font si chiama Eugenio, come il nostro fondatore: è più alto e più leggibile”. Leggi l’intervista di ‘Prima’ a Mario Calabresi sul nuovo sistema integrato carta-digitale di ‘Repubblica’

A raccontare in un’intervista sull’ultimo numero di ‘Prima Comunicazione’ come cambia ‘Repubblica’ è il direttore Mario Calabresi, che sul nuovo font dice: “è più alto e più leggibile. È un Bodoni e si chiama Eugenio, in onore del nostro fondatore. Il carattere sarà lo stesso sull’applicazione Rep in modo da mantenere una riconoscibilità tanto sulla carta che sul digitale”. Ecco il testo completo dell’intervista e qui il video di presentazione di Eugenio:

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“La Repubblica cambia pagina. Anzi, pagine. Parlare di semplice restyling è insufficiente per misurare la dimensione del cambiamento che il direttore Mario Calabresi si è intestato, correndo non pochi rischi. Eugenio Scalfari, grande vecchio saggio e straordinario giornalista, oltre che padre fondatore del quotidiano, gli ha suggerito: “Mario, torna alle origini”. E tutti quelli che lo conoscono sanno due cose di Scalfari. La prima è quanto ami la sua creatura e la seconda è come sappia convincere. A dire il vero, nel caso di Calabresi c’è voluto poco, perché lo stesso direttore di Repubblica sentiva e sapeva, tanto da averlo detto chiaro e tondo all’editore nella fattispecie dell’amministratore delegato Monica Mondardini e di Marco e Rodolfo De Benedetti: “Se non si cambia, si muore”. I tre erano anche loro più che consapevoli di quanto fosse necessario un mutamento radicale e non solo formale, preoccupatissimi per il calo delle copie in edicola e per il crescente disamore dimostrato dagli investitori pubblicitari verso la carta stampata. E infatti da tempo dentro e fuori Gedi era tutto un discutere su cosa fare per ridare nuova ragion d’essere a Repubblica. Un tema diventato un tormentone nell’ambiente editoriale, un esercizio un po’ sadico dei giornalisti delle testate concorrenti e un po’ masochista per gli interni, fomentato e amplificato dalle critiche feroci alla gestione del quotidiano con le quali l’ingegnere Carlo De Benedetti, presidente del gruppo fino al 23 giugno e poi presidente onorario, intratteneva e intrattiene amici e ospiti nel suo salotto romano o nella casa di Dogliani nelle Langhe.

Un periodo difficilissimo per Mario Calabresi che sentiva sfilacciarsi il rapporto di fiducia con l’editore, ma, deciso a tener duro, aveva cominciato a lavorare a un nuovo progetto per l’edizione cartacea intrecciato con molte novità per l’on­line studiate e messe a punto insieme a Massimo Russo, direttore della divisione digitale del gruppo, arrivato anche lui dalla Stampa dove era condirettore con delega allo sviluppo tecnologico.

A luglio, dopo le dimissioni di Carlo De Benedetti dalla presidenza del gruppo, Calabresi ha un incontro con quelli che ora sono a tutti gli effetti i suoi editori, Mondardini e i due fratelli De Benedetti, ai quali presenta il suo progetto mettendo in chiaro che, se non piace, può dare le dimissioni senza niente chiedere come buonuscita risarcitoria. Mondardini pone condizioni e chiede garanzie. Niente spese pazze, niente avventure cieche, niente esperimenti strambi ma un progetto chiaro, efficiente, con responsabili riconoscibili, con un futuro prevedibile.

Calabresi, che ha da sempre in mente l’importanza di una sana integrazione della carta con il digitale, ha studiato, messo giù un’idea, poi un’altra, ha parlato molto con Scalfari, ha limato e alla fine, con in mano un progetto molto articolato, è tornato da Mondardini e dai due eredi De Benedetti: “Ecco qui cosa voglio fare”. Sul tavolo, sapendo di andare incontro ai desiderata di Mondardini, anche la nomina di un giornalista bravo e fidato che gli stia vicino, “visto che non sono uno e trino”. Si comincia a pensare a qualche nome. Una lista breve perché di bravi in giro pare che non ce ne siano tanti. E alla fine il nome più forte è quello di Tommaso Cerno, direttore dell’Espresso dopo esserlo stato del Messaggero Veneto, un quarantenne con un solido curriculum, immagine e reputazione. Forse troppa. Così quando ha preso a circolare la voce che Cerno sarebbe diventato condirettore nei corridoi della redazione di via Cristoforo Colombo sembrava che girasse un contagio di tarantolati. Redattori incupiti, capiservizio preoccupati, caporedattori allibiti, vice direttori titubanti. E poi non solo chiacchiere allarmate, ma previsioni catastrofiche e maligne, un continuo di “vedrai-che-Cerno-è-qui-per-fare-le-scarpe-a-Calabresi”, “questo è il chiaro commissariamento del direttore”, “De Benedetti senior è fuori dalle grazie” (ma anche dai giochi, visto che ha mollato le quote societarie ai figli).
Insomma, la solita roba che avviene a ogni svolta importante i cui risultati sono difficili da prevedere. Un fenomeno dove le isterie e le malagrazie si mescolano ma alla fine si chetano. Calabresi, un omone alto e massiccio, ignora sussurri e grida e tira dritto. Il 25 ottobre Cerno diventa condirettore e il 22 novembre Repubblica sarà in edicola nuova, anzi antica, con una grafica molto più rigorosa, quasi severa, abbandonando l’orgia della sovrainformazione, l’abboffata indigesta di articoli e articolesse spesso ridondanti e sempre più scoraggianti per i lettori.

È Mario Calabresi a raccontarci cosa e come sarà non solo il giornale, ma anche l’intero e articolato sistema del quotidiano che dirige: la riformulazione delle pagine, i nuovi responsabili, il sito, la nuova app a pagamento, le iniziative originali come documentari, webserie e chi più ne ha più ne metta.

Prima – Una cosa è certa, la crisi ha provocato nel sistema editoriale sofferenze e molte vittime ma ha anche obbligato noi tutti a ripensare ai modelli informativi. Lei è sul punto di varare un’importante riforma di Repubblica e del suo arcipelago. Come pensa debba essere un quotidiano in questi tempi in cui dominano le grandi compagnie di software e tecnologia e i social media?
Mario Calabresi – In questi venti mesi a Repubblica mi sono posto le stesse domande che mi ponevo alla Stampa che ho diretto per sette anni: qual è il senso di un quotidiano oggi? Come deve essere fatto per rispondere a un lettore così diverso rispetto a quello a cui eravamo abituati? Se prima la competizione era tra Stampa, Repubblica e Corriere e poco più, oggi devi misurarti con un sistema molto più vasto che comprende, tanto per fare qualche esempio, anche Netflix, Sky, Discovery, i libri, i video. Tutti quelli che producono l’intrattenimento e la cultura a cui dedichiamo il nostro tempo.

Prima – I dati raccontano non solo il transito dal cartaceo al digitale, ma registrano anche un’inquietante caduta nella frequenza di acquisto. Fino a qualche anno fa comprare il giornale era un rito quotidiano, quasi un dovere. Oggi invece i lettori sono molto più infedeli, molto più discontinui di prima: un giorno vanno in edicola e ti comprano, il giorno dopo ti dimenticano.
M. Calabresi – Credo che lei abbia colto uno dei punti più delicati della questione. Se prendiamo i sette giorni della settimana, il venerdì è il giorno in cui Repubblica vende di più, attorno alle 250mila copie.

Prima – E questo grazie alla presenza del Venerdì il supplemento che proprio il 16 ottobre ha compiuto 30 anni.
M. Calabresi – Il Venerdì è un ottimo prodotto. Il direttore Aligi Pontani sta interpretando il supplemento nel migliore dei modi. Avendo ereditato la testata dopo l’improvvisa scomparsa di Attilio Giordano, che ne è stato un grande direttore, Pontani si è dimostrato non solo all’altezza del compito ma è stato anche capace di rinnovare focalizzando ogni numero del Venerdì su un tema forte di copertina, costruendo più storie su di esso, ma sempre rispettando il dna della testata, ovvero uno sguardo laterale sull’attualità, con una funzione complementare rispetto a Repubblica.

Prima – Tornando ai problemi di Repubblica la settimana non è fatta tutta di venerdì.
M. Calabresi – Quando sono arrivato la preoccupazione più forte che avevo era la domenica, giorno in cui i giornali in Occidente vendono di più perché le persone hanno più tempo per leggere. Per noi non era così, visto che la domenica era il terzo giorno nella scala delle vendite. A volte persino il quarto.

Prima – Roba da farsi venire il mal di pancia.
M. Calabresi – Roba da porsi una domanda ineludibile: come mai proprio quando le potenzialità di lettura sono così alte noi vendiamo così poco? Perché c’erano prodotti come La Lettura del Corriere della Sera e la ‘Domenica’ del Sole che si erano conquistati un mercato che Repubblica aveva trascurato. Per questo ho scommesso su ‘Robinson’, il nostro inserto culturale, ho deciso d’investire sulla cultura, sui libri e sui consumi e ha funzionato sia dal punto di vista degli inserzionisti pubblicitari sia dei lettori. Per di più abbiamo costruito il pacchetto con L’Espresso e oggi, rispetto ai dati dello scorso anno, la performance domenicale è la migliore.

Prima – Poco fa accennava alla mutazione del soggetto lettore.
M. Calabresi – I lettori del quotidiano, soprattutto quelli di Repubblica, oggi combaciano con i lettori dei libri, i frequentatori di cinema e dei teatri. In altre parole chi legge il giornale e continua a comprarlo è un forte consumatore culturale. Questo insegna anche un’altra cosa, cioè che, almeno per Repubblica, la strada della popolarizzazione non è quella giusta. È per questo che vogliamo fare un giornale che offra al lettore più chiavi di lettura su ciò che sta accadendo: opinioni, analisi, notizie esclusive. Ma l’operazione cartacea da sola non basta.

Prima – Quindi anche il digitale è destinato a mutare pelle.
M. Calabresi – L’operazione che lanceremo il 22 novembre comprenderà un nuovo giornale ma anche un nuovo sito, una web app che si distinguerà da Repubblica.it. Al sito infatti teniamo molto perché è e rimane il primo sito d’informazione in Italia, e resterà il luogo delle breaking news, del flusso delle notizie, dei video, delle dirette di Repubblica che già adesso arrivano a coprire quattro o cinque ore al giorno e che decliniamo sui social.

Prima – Mi faccia capire meglio come sarà questa app.
M. Calabresi – Intanto le dico che si chiamerà Rep e che sarà in abbonamento a 7,90 euro al mese. Studiata per il mobile, conterrà ogni giorno i 25 pezzi di valore del quotidiano, e cioè il giornalismo approfondito, gli editoriali, le analisi. Un motore interno ha il compito di riconoscere e memorizzare le scelte, per cui potremo proporre agli abbonati le storie che interessano loro, simili a quelle che hanno già salvato nelle bacheche. Tutti i pezzi saranno in podcast, quindi se uno va a correre o si allena in palestra o viaggia in treno può ascoltare i pezzi e, uno al giorno, dalla voce di chi lo ha scritto: quello di Vittorio Zucconi letto da Zucconi, quello di Roberto Saviano letto da Saviano, e via dicendo. In questo pacchetto entreranno anche le newsletter. Partiremo con due: la prima arriva la sera e racconta il dietro le quinte del giornale che uscirà il giorno dopo, e la seconda, prevista per mezzogiorno, racconta il work in progress del giornale e i temi del momento e godrà del contributo dei corrispondenti e degli inviati su ciò che sta avvenendo nel mondo.

Prima – Chi coordinerà questo lavoro?
M. Calabresi – Andrea Iannuzzi con una bella squadra.

Prima – Immagino abbiate misurato il vostro lettore, i suoi gusti, i suoi bisogni.
M. Calabresi – Abbiamo preso in considerazione il lettorato tra i 30 e i 50 anni, che ha sempre meno confidenza con la carta e che, a una cifra irrisoria, può avere un’informazione approfondita. In questa app il lunedì vi saranno tre pezzi di ‘Affari & Finanza’, ogni giorno pezzi tratti dai vari inserti, un articolo dell’Espresso, di Limes, di MicroMega, del Venerdì, e il sabato un’anticipazione di ‘Robinson’ che la domenica fornirà tre pezzi e il lunedì un aggiornamento culturale.

Prima – Prevedete la diffusione di questi contenuti anche sui social?
M. Calabresi – Certamente. Per esempio, vogliamo fare un lavoro importante su Instagram – dove fino a oggi siamo stati assenti – con foto da dietro le quinte: quella dell’inviato, o quelle della riunione di redazione o dell’ospite che è venuto a trovarci. È importante far conoscere i volti delle nostre firme, far sapere dell’ultimo libro che hanno scritto, delle ricerche che stanno facendo. Non pretendo dal lettore una fiducia cieca nelle mie scelte, ma voglio semmai spiegargli perché ho fatto quelle scelte, perché su quel dato argomento ho voluto quell’editorialista e non un altro.

Prima – Insomma, volete mettere il bollino blu su ogni vostro prodotto.
M. Calabresi – Il senso è questo. Vede, io sono tra i fondatori del Trust Project elaborato all’università di Santa Clara. Si tratta di un’iniziativa nata da un gruppo di editori come quelli del Washington Post, La Stampa, La Repubblica, la Cnn, Al Jazeera, il San Francisco Chronicle, ma anche Google e adesso in parte anche Facebook. È finanziato a fondo perduto da persone che hanno a cuore il futuro della credibilità del giornalismo. Tre anni fa ne discussi con Richard Gingras, direttore delle news e dei social di Google. Gli dissi: come è possibile che io investa tempo e denaro – molto tempo e molto denaro – sul lavoro di un inviato e poi sul motore di ricerca di Google il suo pezzo me lo ritrovo dopo quello di gente che non si è mossa dalla sua scrivania e ha fatto solo dei copia e incolla? Insomma, l’unico criterio non può essere la velocità. La qualità deve in qualche modo essere identificata e riconosciuta.

Prima – Gingras cosa le ha risposto?
M. Calabresi – Che il loro compito non è quello di fare da giudici della qualità. Poi però ci ha ripensato. A quel punto ci siamo inventati una sorta di etichetta, come quella che viene messa sugli alimenti che permette di tracciare la filiera di un prodotto. Quando apparirà un articolo sul sito o sull’app a pagamento, sarà possibile cliccare sul nome di chi l’ha scritto e aprire il suo profilo che avrà una foto e una mail e la sintesi del suo curriculum professionale. Ma sarà possibile anche leggere il nome di chi ha passato il pezzo, il desk di riferimento, i documenti utilizzati, eccetera. Questa etichetta sarà riconosciuta dall’algoritmo del motore di ricerca che farà salire l’articolo.

Prima – Quando partite?
M. Calabresi – Agli inizi di novembre partiamo con una sperimentazione, ma il varo decisivo sarà il 22.

Prima – Anche ‘Super 8’, il nuovo inserto del Venerdì, mi pare che vada in questa direzione.
M. Calabresi – È così. Io credo che Repubblica debba dimostrare di saper scegliere e non accontentarsi di accumulare pezzi su pezzi. Il lettore deve però capire che essere un cittadino informato significa impegnarsi, e impegnarsi comporta fatica. È un po’ come andare in un ristorante che ti presenta un menu con venti antipasti, venti primi, venti secondi. Di solito diffido di ristoranti del genere. Nei ristoranti di qualità ci sono i due piatti del giorno e al massimo quattro primi e altrettanti secondi. Io voglio un giornale così perché se uno cerca 5mila piatti, allora se li vada a cercare sulla Rete. Per quel che mi riguarda mi assumo la responsabilità di selezionare i temi del giorno che abbiamo pensato valesse la pena di approfondire.

Prima – Lei quindi vuole mettere fine a quel diluvio di notizie che scoraggiano anche i più avventurosi. Come l’hanno presa i vertici di Gedi e la redazione?
M. Calabresi – Ho molto discusso con Eugenio Scalfari. Una discussione intensa e ricca. Scalfari mi ha detto: io credo che tu debba tornare alle origini. Questo giornale non è nato per raccontare tutto quello che accade, ma per raccontare le cose che vale la pena di raccontare. Oggi, nel grande caos informativo, questo vogliamo fare: tornare alle origini.

Prima – Dal punto di vista strettamente tecnico quali sono le novità?
M. Calabresi – Prima di tutto il font – commissionato a New York – è nuovo, più alto e più leggibile. È un Bodoni e si chiama Eugenio, in onore del nostro fondatore. Il carattere sarà lo stesso sull’applicazione Rep in modo da mantenere una riconoscibilità tanto sulla carta che sul digitale.

Prima – E le foto?
M. Calabresi – Ridotte nel numero. Laddove ce n’erano sei o sette ce ne sarà una. Che sarà bella e curata. Gli articoli di prima pagina saranno ripresi all’interno evitando al lettore un avanti e indietro defatigante. Dopo la cronaca politica avremo gli esteri che chiamiamo ‘Mondo’, anche con brevi da tutto il mondo, grazie al prezioso contributo di 15 corrispondenti. Seguirà la ‘Cronaca’ che vuole dire anche raccontare storie minori, difficili ma simboliche. Storie che illuminino e che facciano la differenza.

Prima – Per non parlare del fatto che possedete un patrimonio di pregio di firme internazionali.
M. Calabresi – Questo grazie al fatto che abbiamo accordi editoriali con il New York Times, con Bloomberg, il circuito Lena, il che vuol dire El País, Le Figaro… Ma voglio anche che siano presenti voci esterne che vengono dalle università, dal mondo medico, scientifico, tributario.

Prima – E le pagine dello sport?
M. Calabresi – Sono in mano ad Angelo Carotenuto che ha fatto un lavoro molto interessante. Non faremo più la cronaca della partita, le conferenze stampa, le presentazioni, ma racconteremo le storie, spiegheremo qualcosa di più e più in profondità.

Prima – Facciamo un piccolo passo indietro e torniamo alle cronache che oggi sono diventate sui quotidiani quel calderone infinito e a volte nauseante.
M. Calabresi – A mio parere, avevano bisogno di essere riordinate per mettere fine a pagine un po’ dispersive. Avranno un titolo e poi storie scelte che riguardano la città, con i vari punti di vista.

Prima – Da tutto quel che mi sta dicendo si conferma una sua vecchia idea: fondere i sistemi, e cioè la carta con il digitale.
M. Calabresi – Io penso a un sistema informativo approfondito e agile che preveda la carta ma anche l’app a pagamento.

Prima – E molto materiale video.
M. Calabresi – Certamente, come quello ormai famoso sul caso Regeni. Il Reuters Institute ha di recente pubblicato il ‘Developing Digital News Project in Private Sector Media’ che ha preso in considerazione la progettualità e i nuovi contenuti giornalistici realizzati nel settore digitale da 12 editori di sei Paesi europei e ha parlato del ‘caso Repubblica’ per i suoi reportage, i docufilm, le webserie, grazie ai quali il giornalismo viene declinato in formati nuovi e diffuso su diverse piattaforme, dalla carta al web alla tv. E sa di chi è merito tutto questo? Di Massimo Russo, il direttore della divisione digitale del nostro gruppo.

Prima – Dopo il caso Regeni a cosa state lavorando?
M. Calabresi – Da qui a Natale abbiamo in cantiere altri tre documentari, già acquistati da Sky Atlantic. E poi ne faremo sei nella prima metà del prossimo anno. Ognuno ha contenuti forti e molto accurati. L’ultimo, realizzato da Fabrizio Gatti, ‘Un unico destino’, storia del tragico naufragiodi Lampedusa, è andato in onda su Sky Atlantic e poi come webserie sui siti dell’Espresso e di Repubblica.

Prima – Dal punto di vista dei costi e dei ricavi è una scelta conveniente?
M. Calabresi – Ciascuno di questi documentari realizza un utile netto di circa 100mila euro di diritti pagati da televisioni che li acquistano. Se ne produciamo dieci arriviamo al milione. È una nuova voce, uno spin off di Repubblica.

Prima – Lo dice con molta soddisfazione.
M. Calabresi – Le posso confessare una cosa? Sento che ho ingranato e che questo giornale mi somiglia. Adesso lo sento davvero come un giornale mio.

Prima – La redazione condivide lo stesso sentimento?
M. Calabresi – La Repubblica ha avuto due direttori che l’hanno guidata ognuno per vent’anni. Convincere la redazione è una battaglia che devi combattere ogni giorno. Quando dici a un redattore che da anni e anni lavora in un certo modo che deve pensare e lavorare in modo diverso, non è cosa semplice. E poi ci sono molti cantieri aperti: ‘Robinson’, ‘Super 8’, i documentari, il digitale, il restyling profondo del giornale, il Trust Project. Si tratta di un percorso impegnativo e ho chiesto all’editore di essere sostenuto con degli inserimenti, con persone nuove.

Prima – L’editore come ha reagito?
M. Calabresi – Ho un rapporto diretto e costante con Monica Mondardini e con Marco e Rodolfo De Benedetti. Tra di noi siamo sempre stati sinceri al limite della brutalità. E loro hanno dimostrato di avere fiducia nel nuovo progetto che è molto ambizioso e prevede risorse e investimenti. Anche per loro si tratta di una scommessa. Del resto, questo è senza dubbio un passaggio fondamentale per rispondere alla crisi dei giornali.

Prima – Gliela metto giù semplice con la consapevolezza che la questione è complessa: La Repubblica è il giornale del Pd, della sinistra o di cos’altro?
M. Calabresi – Le rispondo altrettanto semplicemente, pur essendo d’accordo con l’idea che la questione è articolata. La Repubblica non può essere il giornale di un pezzo della sinistra, cioè del Pd. Deve avere l’ambizione di parlare a quel pezzo di sinistra, ma anche il coraggio di dire che porre la fiducia alla legge elettorale è una cazzata. Deve intestarsi battaglie di sinistra come quelle sui diritti civili, sulla modernizzazione del Paese, la campagna sullo ius soli, la lotta all’abusivismo. Deve denunciare i condoni che pure le Regioni stanno attuando in maniera occulta. Oggi sono questi, secondo me, i temi della sinistra: diritti, difesa delle persone, del territorio, dell’ambiente, del lavoro, la lotta alla burocrazia e alla corruzione.

Prima – Fin qui abbiamo parlato delle idee e del restyling profondo che dovrebbe corrispondere a quelle idee. Ora ci racconti la nuova organizzazione. L’arrivo come condirettore di Tommaso Cerno è stata – e ci vado leggera – una sorpresa.
M. Calabresi – Il passaggio di Cerno a Repubblica e la direzione dell’Espresso affidata a Marco Damilano sono decisioni coerenti con l’idea di una collaborazione stretta tra le due testate. Le firme di Damilano, che mi sarebbe piaciuto avere in squadra per il politico, di Fabrizio Gatti, di Emiliano Fittipaldi, saranno anche su Repubblica per quegli argomenti quotidiani che non avrebbero possibilità di andare sull’Espresso, mentre altre firme del quotidiano troveranno spazio sul magazine, per storie lunghe che non avrebbero senso per Repubblica.

Prima – È inutile far finta, ma l’attribuzione a Cerno della condirezione ha scatenato una ridda di voci spesso malevole che vi vorrebbero l’uno contro l’altro.
M. Calabresi – Le voci malevole sono i sintomi di una malattia congenita di ogni redazione, se non addirittura di ogni organizzazione sociale. Io le posso dire che l’arrivo di Cerno l’ho chiesto e voluto fortemente. Le partite aperte sono tante e io non posso giocarle tutte da solo e in contemporanea. Se devo trattare con Sky, se devo interloquire con Facebook o con Google non posso star dietro a tutti i titoli, discutere tutte le scelte. Checché se ne dica, Cerno non viene a fare la fronda, ma a lavorare pancia a terra. Ha energia e intelligenza da vendere.

Prima – Come è venuto fuori il nome di Cerno?
M. Calabresi – Le ripeto, avevo detto all’editore che, se volevamo davvero cambiare passo in modo così profondo, avevo bisogno di qualcuno che mi affiancasse nella direzione. Monica Mondardini mi ha proposto Cerno. Io mi sono preso un po’ di tempo, l’ho frequentato, ho parlato con lui del progetto e lui ha risposto con osservazioni, sia positive sia negative, che condividevo profondamente. A quel punto ho detto: è lui l’uomo che ci vuole. Mi spiace per i diffusori di malumore ma la cosa è andata così.

Prima – Però non può negare che uno shock c’è stato.
M. Calabresi – Certo che non lo nego! Ho incontrato i rappresentanti del Cdr che mi hanno parlato dello sbandamento che c’era nei corridoi perché, dicevano, la gente non capiva cosa stesse succedendo. La mia risposta è stata cristallina: da un anno teorizzo un rapporto organico con L’Espresso e la necessità di pensare a un prodotto a pagamento online. Le pare che ci sia contraddizione con quello che sta succedendo? Io capisco la sorpresa, i sospetti e i dubbi, ma questo è. Il 27 ottobre ho convocato tutta la redazione per spiegare in prima persona ciò che vogliamo fare e come sarà il nuovo sistema di Repubblica.

Prima – Che comprende, se non sbaglio, ben 406 giornalisti. E la cui organizzazione del lavoro è destinata a cambiare e non di poco. Arriviamo ai nomi e ai nuovi incarichi.
M. Calabresi – Parliamo dell’ufficio centrale. Claudio Tito tornerà a scrivere con la qualifica di inviato editorialista. L’ufficio centrale sarà guidato da Valentina De Salvo, insieme a Stefania Aloia, che era già la vice di Tito. A occuparsi di ‘Robinson’ torna dalla Cina Angelo Aquaro che per dieci anni è stato al Venerdì. Aquaro sarà anche il coordinatore dei nuovi supplementi: il primo, sul food, parte agli inizi di dicembre e sarà curato da Clotilde Veltri, ma stiamo già lavorando anche a un altro progetto. Tutti gli inserti diventano centrali ed estraibili.

Prima – Se ne parlava da tempo e mi pare che ora abbiate deciso: ‘RClub’ viene ripensato e passa a Milano.
M. Calabresi – Mi sembra giusto che il supplemento del sabato che si occupa di moda e di design abbia la propria sede nella città che della moda e del design è la capitale. A coordinarlo sarà Aurelio Magistà. Sempre a proposito della redazione milanese, alla guida ci sarà Piero Colaprico che prende il testimone da Roberto Rho.

Prima – Perché Colaprico?
M. Calabresi – Perché conosce bene la città e tutto ciò che le sta intorno, e le vuole bene. E questo è importante se vuoi stabilire un rapporto con i milanesi, che temo abbiamo troppo trascurato nei temi e nei valori.

Prima – Vice direttori: pure qui ci sono delle novità.
M. Calabresi – Fabio Bogo, che pure mantiene la qualifica, esce dalla linea di direzione e si occuperà di ‘Affari & Finanza’ e di tutti i rapporti con le aziende, le sponsorizzazioni, gli speciali, i convegni. Un lavoro immane che so che lui può fare in modo eccellente.

Prima – Chi si occuperà di ‘Economia’?
M. Calabresi – Francesco Manacorda, che ha un mandato preciso: l’economia di Repubblica dovrà essere meno romana e più attenta al sistema economico vitale del Nord. Anche a Dario Cresto-Dina ho chiesto di sorvegliare con grande attenzione il Nord: Milano, Torino, Genova, il Nordest. Angelo Rinaldi, con il quale ho lavorato gomito a gomito per il restyling, è sempre l’art director, aiutato da Francesco Franchi. Sergio Rizzo curerà le campagne di Repubblica, quelle sullo ius soli, sull’abusivismo, sul fisco. Gianluca Di Feo, vice direttore per le inchieste, sovrintende anche la giudiziaria e inoltre è responsabile della produzione dei documentari. L’idea è di Massimo Russo e l’ho sposata in pieno. Si tratta di docufilm che vendiamo alle televisioni e che diventano webserie sui siti di Repubblica e anche dell’Espresso. Il video è il mezzo con cui il giornalismo di qualità può raggiungere una audience nuova, più giovane e internazionale.

Prima – Andiamo avanti con la squadra: Giuseppe Smorto rimane in pista?
M. Calabresi – Continuerà da vice direttore a occuparsi di digitale. E Alessio Balbi di Repubblica.it.

Prima – Come ha pensato di organizzare le redazioni, a chi le ha affidate?
M. Calabresi – Stefano Cappellini è a capo del politico, peraltro rafforzato da Tito che, come le dicevo, tornerà a scrivere. Di Manacorda le ho già detto, mentre agli esteri c’è Daniele Bellasio del cui lavoro sono molto soddisfatto. Le cronache sono presidiate da Giancarlo Mola e lo sport da Carotenuto.

Prima – Il giornale ha anche molti corrispondenti. Anzi, molte, visto che la presenza delle donne è notevole e inconsueta. Ci saranno novità?
M. Calabresi – Il prossimo anno è previsto un cambio di corrispondente a Londra: Enrico Franceschini andrà in pensione e il suo posto verrà preso da Stefania Di Lellis. È vero, in giro per il mondo ci sono molte donne: Anaïs Ginori a Parigi, Tonia Mastrobuoni a Berlino, Rosalba Castelletti a Mosca. Questo non in omaggio alle quote rosa: si tratta di professioniste di valore e lo dimostrano ogni giorno.

Prima – Chiudiamo affrontando un altro tema quello degli eventi legati al brand di Repubblica come opportunità di fare business. Ezio Mauro con il festival La Repubblica delle Idee ha creato un genere: il giornale che crea eventi di qualità e scalda il rapporto con i propri lettori mettendoli in contatto ravvicinato con le sue firme eccellenti e i testimoni dell’epoca riuscendo anche a coinvolgere sponsor importanti. Un modello che altri editori hanno copiato.
M. Calabresi – La mia prima esperienza con questo evento è stata lo scorso giugno con l’edizione della Repubblica delle Idee organizzata a Bologna. È stato qualcosa di irripetibile, il rapporto con centinaia di persone attente e appassionate. I lettori di Repubblica visti da vicino. Al giornale mi hanno preso un po’ in giro perché mi sono anche commosso. E come non essere un po’ travolto da un’esperienza così forte? Ci saranno altre edizioni del festival, ma faremo anche altre cose meno imponenti e costose da mettere in piedi, sempre però finalizzate a stabilire un rapporto ravvicinato con il nostro pubblico. ‘Robinson’, il nostro brand per il mondo della cultura e dei libri, è già presente in tutte le manifestazioni in cui si parla di libri: Milano, Torino, Roma. ‘Super 8’ diventerà un format di un giorno all’insegna dello slow journalism. E poi ci sono anche gli appuntamenti esterni per presentare i nostri docuvideo, come abbiamo fatto il 13 ottobre al Maxxi di Roma con l’anteprima di ‘Un unico destino’ di Fabrizio Gatti. Le idee e le occasioni non ci mancano. Lei capisce perché sono convinto che qui c’è un grande e strepitoso lavoro da fare e che Repubblica ha un grande futuro?

Alessandra Ravetta

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